Il nuovo caso di Rafa Mir e l’assenza di un protocollo
Lui si chiama Rafa Mir, gioca a calcio nell’Elche, e ci risiamo. È stato incriminato con l’accusa di aggressioni sessuali e il caso – scrive Javi García su SportsIn – “riapre un dibattito cruciale su ciò che un personaggio pubblico rappresenta, al di là di sé stesso”. Mentre il procedimento penale segue il suo corso, ora il nodo non è tanto giudiziario ma di sistema: come deve muoversi una società sportiva quando un proprio tesserato diventa oggetto di un’indagine così grave? SportsIn giunge alla conclusione che serva un protocollo, delle linee guida che consentano di agire senza tradire la presunzione d’innocenza, che proteggano allo stesso tempo il club, la lega e la federazione.
“Il punto centrale non è l’esito del processo – osserva García – ma se esista o meno un quadro preventivo capace di funzionare in casi simili”. La legge, in teoria, tutela tutti. La pratica impone continui compromessi. Il diritto alla reputazione e alla presunzione d’innocenza convive con la necessità di limitare i danni d’immagine e di gestione. Le misure cautelari imposte dal tribunale — ritiro del passaporto, ordini di allontanamento — incidono sulla disponibilità dell’atleta e costringono i club ad attivare procedure interne, conciliando legalità e calendario.
Lo Statuto dei Lavoratori consente il licenziamento per colpa grave o perdita di fiducia, ma solo davanti a fatti provati. La giurisprudenza insiste su proporzionalità e veridicità: il sospetto non basta, ogni sanzione deve poggiare su prove concrete e documentate. Tuttavia, nel caso Mir, i tribunali spagnoli “ravvisano indizi che vanno oltre la semplice sospetta violenza sessuale”. Da qui viene l’esigenza di una nuova grammatica contrattuale.
Secondo l’avvocato sportivo Gonzalo Jiménez, citato da García, «i contratti dovrebbero prevedere clausole di condotta e protocolli graduati: dalla sospensione temporanea al reintegro condizionato, con misure d’immagine e formazione obbligatoria». Una struttura di salvaguardia che offra certezza giuridica in situazioni ancora sub judice, dove la giustizia è sospesa ma la reputazione è in gioco.
La proposta è semplice e ambiziosa insieme: armonizzare uno standard per tutto il sistema calcistico. Clausole modello, comitati ad hoc per misure provvisorie, soglie di prova [come l’apertura del processo o la violazione di misure cautelari] e un protocollo di comunicazione per arginare il processo mediatico e proteggere sia le vittime sia gli indagati.
Intorno al calciatore si muove un microcosmo professionale — agenti, avvocati, consulenti d’immagine — che diventa un vero cerchio di difesa. Le polizze assicurative e le coperture reputazionali servono a contenere l’impatto economico, ma non a giudicare i fatti. Come ricorda allora García su SportsIn, “la professionalizzazione giuridica dell’ecosistema sportivo impone di anticipare questi scenari: audit contrattuali, manuali di crisi, canali riservati, formazione obbligatoria su convivenza ed eguaglianza”.
Il calcio spagnolo ha conosciuto troppi casi simili: da Dani Alves a Santi Mina, da Rubiales a Rubén Castro. Ogni volta lo stesso cortocircuito: un’accusa grave, un’istituzione impreparata, una reputazione che brucia. Forse, suggerisce García, è giunto il momento di fissare regole chiare e vincolanti — “ma senza incrinare la presunzione d’innocenza resta la sfida più difficile”.