Le proteste in Marocco: ci sono gli stadi, gli ospedali no
A Inezgane, alla periferia di Agadir, restano solo piccole tracce della violenza che ha attraversato il Marocco negli ultimi dieci giorni. Qualche saracinesca abbassata, un’insegna sgangherata, una banca circondata da barriere: segni discreti della collera esplosa dopo la morte di nove donne per parto cesareo. Davanti all’ospedale d’Agadir, epicentro del dramma, sembra tornata la normalità. I venditori gridano, il traffico scorre, un ragazzo indossa la maglia di un calciatore marocchino come se nulla fosse. La GenZ 212, collettivo nato sui social, ha concesso due giorni di tregua.
Le manifestazioni, racconta L’Équipe, sono ora “tollerate e contenute dal potere a orari precisi”. Due giorni di caos, centinaia di feriti, tre morti forse, poi il silenzio. Mentre il re si prepara al suo discorso annuale, il paese è congelato. I primi slogan della protesta parlavano di calcio: «Siamo stanchi degli investimenti per il pallone e di niente per il resto». La protesta ha colpito il cuore di una passione nazionale, a pochi mesi dalla Coppa d’Africa che il Marocco si prepara a ospitare.
Il calcio è ormai il simbolo della potenza del Regno dopo la semifinale mondiale del 2022. Stadi nuovi, infrastrutture miliardarie, cantieri ovunque: il Moulay El-Hassan di Rabat, rifatto per 80 milioni di euro, sarà la vetrina della Coppa. Ma dietro lo splendore si nasconde l’asimmetria del paese. Nadia Hachimi Alaoui, politologa dell’università internazionale di Rabat, lo riassume in modo preciso quando parla a L’Equipe di uno Stato capace di organizzare un grande evento sportivo, ma inefficace nei servizi pubblici.
Dopo la fastosa inaugurazione dello stadio di Rabat, l’ospedale di Agadir si è trasformato nel simbolo del fallimento di tutto il resto. Il calcio ora è accusato di essere la misura di tutto ciò che manca. “Gli stadi ci sono, ma dove sono gli ospedali?”, ha scritto Azzedine Ounahi, ex centrocampista del Marsiglia, in un post che ha fatto il giro del paese. Yassine Bounou e Nayef Aguerd hanno rilanciato il messaggio, rompendo il silenzio.
L’Équipe descrive una generazione disillusa ma lucida. A Casablanca, Yacine, studente di medicina, dice che la Coppa non verrà toccata. Il calcio resta una passione inviolabile, nonostante tutto. Un suo amico, più scettico, alza le spalle: «Vedremo…». Nessuno sa cosa sarà della GenZ 212, se resterà una fiammata o diventerà un movimento.
Nelle alte sfere regna la sicurezza. Fouzi Lekjaa, presidente della federazione, è sereno: il calcio – dice – «vuole essere un vettore d’unità, non di divisione . E dalla Confederazione africana non viene presa in considerazione un’altra sede. Per Patrice Motsepe «il Marocco è il piano A, il piano B, il piano C». Prima dell’amichevole con il Bahrein, giovedì sera migliaia di tifosi si sono accalcati davanti ai cancelli del nuovo stadio di Rabat. Nessun appello al boicottaggio. Con la nazionale in Marocco non si scherza.