Cosa succede ai corridori degli altipiani
Ai primi Mondiali d’atletica in venticinque anni senza medaglie d’oro per l’Asia, in una manifestazione che ha portato sul podio 53 paesi contro i 42 del 1999, lo sgretolamento del potere costituito ha riguardato pure l’Africa. Tutti i titoli maschili dai 1.500 ai 10.000 metri sono sfuggiti al continente che ne faceva razzia. Dalla seconda edizione dei Mondiali, anno 1987, non era mai successo. L’Equipe ha provato a capire che diavolo sta succedendo e Annabelle Rolini ha considerato innanzitutto l’anomalia della data, i Mondiali a fine stagione, nel mese di settembre, “una rivoluzione per la quale non tutte le nazioni si sono preparate allo stesso modo”.
Le complicate condizioni climatiche e l’umidità sono state un altro fattore. Inoltre i migliori mezzofondisti africani sono protagonisti di un esodo massiccio verso la strada. Nell’ultimo giorno dei Mondiali, domenica, a Berlino si correva una delle maratone più in vista dell’anno. Ha vinto Sabastian Kimaru Sawe, kenyano, e l’ha fatto con la migliore prestazione, un tempo di 2h 02″16. Sawe non ha mai gareggiato in pista, proprio come Kelvin Kiplum, detentore del miglior tempo della storia dal 2023 [2h 00″35]. Solo pochi anni fa l’approdo alla maratona passava necessariamente da una carriera sul tartan. Questa è stata la parabola classica dei Paul Tergat e degli Haile Gebreselassie o di Kenenisa Bekele, che hanno vinto tutti molto in pista prima di passare alla strada.
L’ultimo grande rappresentante di questa categoria è stato Eliud Kipchoge, campione del mondo dei 5000 metri nel 2003 e due volte campione olimpico di maratona nel 2016 e 2017, ma in strada girano molti più soldi che in pista. Il campione del mondo in carica dei 10.000 metri, l’ugandese Joshua Cheplegei, ha saltato Tokyo per prepararsi alla maratona di Amsterdam del 19 ottobre.
C’è dell’altro? C’è dell’altro. Dopo l’oro a sorpresa nei 10.000 metri, il francese Jimmy Gressier ha citato il contrasto al doping tra i fattori del suo successo. «Sono il simbolo della volontà dell’antidoping di fare il suo lavoro. Il nostro sport è stato gravemente distrutto in passato. Credo che l’agenzia antidoping abbia molto a che fare con questi nuovi risultati».
Con un investimento di 25 milioni di dollari in cinque anni, in accordo con il governo del Kenya, l’Athletics Integrity Authority [AIU] ha ottenuto risultati convincenti negli ultimi due anni in quel paese, con oltre 150 atleti scoperti e sospesi. L’Equipe fa notare che si tratta del Paese che ha vinto 81 medaglie ai Mondiali tra 1.500, 5.000, 10.000 e 3,000 siepi, e “ovviamente rimangono alcuni posti vacanti”. David Howman, presidente dell’agenzia, ha apprezzato le parole di Gressier e ha accennato a un possibile inasprimento delle pene: fino a 6 anni.
E poi c’è la tecnologia, anzi ci sono la tecnologia e la scienza, c’è una generazione di corridori che ha beneficiato delle ricerche sulle scarpe. “In questa corsa agli armamenti – scrive L’Equipe [ehm] – gli atleti occidentali sono stati avvantaggiati e sono riusciti a recuperare parte del terreno perduto”. Infine ha avuto un peso quella che il giornale francese chiama “una presa di coscienza”: le vittorie di Jakob Ingebrigtsen hanno fatto nascere l’idea che fosse possibile tenere il passo di chi si allena sugli altipiani. “C’è un declino in Africa che è visibile” dice L’Equipe.
