La geografia della Ligue 1
Diamine, questa Francia. Adesso sembra l’Italia. Oggi comincia il campionato e solo cinque squadre su diciotto non si trovano nella parte settentrionale del paese. Noi ormai ci siamo abituati e questo ciclo decennale di competitività napoletana è una foglia di fico su una disparità di forze in campo, disponibilità economiche, eguaglianza di strutture e infrastrutture.
Ma in Francia questa improvvisa realtà spaiata fa impressione. Quel pezzo di paese senza calcio in Ligue 1 si presenta agli occhi di Loïc Ravenel, ricercatore di geografia presso il Centro Internazionale di Studi Sportivi. come «una pianura desolata, anche se la situazione potrebbe cambiare un po’ già l’anno prossimo».
Non è stato sempre così e Sébastien Buron per L’Equipe si è messo a fare due ricerche scoprendo per esempio che nel 1932-1933 il sud-est occupava un posto predominante, con dieci club su venti nella serie A francese. Su una cartina virtuale del pallone, negli anni Cinquanta era evidente una linea di demarcazione tra la Francia urbanizzata e la Francia più rurale, spiega al giornale Paul Dietschy, professore di storia contemporanea all’Università della Franca Contea e autore di diversi libri sul calcio.
Il calcio dell’epoca era uno sport da porti, da città industriali.
«Negli anni ’30 Strasburgo era vicina ad alcuni industriali come Émile Mathis, produttore di automobili. Lo stesso vale per Sochaux con la Peugeot. La costa mediterranea era aperta al commercio e vide la precoce affermazione del calcio – continua Ravenel – così quando si è passati al professionismo questi club erano una generazione avanti»
Per oltre vent’anni, il Grand Est, l’Alta Francia e il Sud-Est, insieme all’Occitania hanno offerto buona parte dei club al campionato francese. La metà degli anni ’50 segnò una trasformazione, con l’emergere dell’Ovest e della Nuova Aquitania, territori che si stavano sviluppando. Dietschy collega l’ascesa al piano economico statale per lo sviluppo della Bretagna, l’inizio della rivoluzione agricola.
Angers arrivò in A nel 1956, Nantes nel 1963, la regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi crebbe di importanza con Saint-Étienne e Lione, tutto mentre investitori, comuni ed enti locali contribuivano al sostegno dei club di calcio.
La Corsica si è affacciata in serie A nel 1967. Il suo Bastia ebbe una decina d’anni più tardi una vampata di gloria anche in Coppa UEFA. Una crescita nata per reagire a una discriminazione. Quando nel 1959 il campionato dilettanti venne riorganizzato per poter includere anche i club algerini, venne stabilito che un solo club dell’isola potesse iscriversi. Didier Rey, professore di storia contemporanea all’Università della Corsica, racconta al quotidiano sportivo francese, che la scelta del professionismo sull’isola arrivò come replica a quell’ingiustizia. Fu così che Ajaccio e Bastia guadagnarono in fretta la serie B, mentre il resto del calcio francese negli anni Sessanta attraversava un momento di crisi. Molti club nelle zone tradizionali erano sull’orlo del fallimento, la serie B del 1970 fu aperta ai dilettanti. Il riequilibrio fu graduale. L’unica regione che ancora mancava all’appello, la parte centrale della Valle della Loira, si manifestò in serie A nel 1980 con il Tours.
Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, la Provenza-Costa Azzurra cominciò a costruire la sua egemonia per la prima volta, davanti alla Borgogna e alla Normandia al loro picco. Era invece l’Alta Francia a trovarsi in declino, come la Corsica. Il disastro di Furiani ebbe un peso, una tragedia che aveva le sue radici – spiega il professore Rey – nella debolezza economica strutturale dell’isola.
Lo studio de L’Equipe mostra insomma il cammino parallelo tra le fortune economiche di una regione e l’affermazione del suo calcio, con l’eccezione di quei club favoriti nella loro ascesa dalla guida di una personalità fuori scala, come Noël Le Graët a Guingamp o Guy Roux ad Auxerre. Ma sono casi rari e addirittura nella loro eccezione – precisa il giornale – “spiegano la debolezza storica di alcune regioni”.
Gli ultimi due decenni sono stati quelli delle metropoli. Nel XXI secolo sette delle dieci città più popolose di Francia hanno vinto il titolo [Nantes, Lione, Bordeaux, Marsiglia, Lille, Montpellier e Parigi]. Solo lo scudetto 2017 è sfuggito alle metropoli e si è posato nel principato di Monaco.
Il PSG ha vinto 11 degli ultimi 13 campionati, ma la presenza della regione dell’Île-de-France nel calcio di vertice è un’anomalia. Nella storia dell’intrattenimento parigino, il calcio ha avuto un ruolo molto marginale fino all’arrivo della proprietà dal Qatar. Se c’era da indossare il cappotto, uscire e andare a vedere lo sport, casomai i parigini preferivano la boxe. Una mancanza di identità, spiegano i professori a L’Equipe. Il PSG è stato creato anche per dare un inquilino al Parco dei Principi.
Ora arriva un campionato, il primo degli ultimi 35 anni, in cui Paris può dividere il suo cuore. Sarà interessante registrare lo scarto anche sociale tra PSG e PFC, il primo Paris che nasce come squadra di Saint-Germain e col tempo diventa frou frou e il secondo Paris – il Pefecé – che nasce direttamente nel seno dei circoli più ricchi di Francia, gli Artauld del lusso, profumi e balocchi.
L’altra grande anomalia del campionato che comincia è la Bretagna come roccaforte dell’élite. Il professor Dietschy dice che è cresciuto insieme al sentimento e l’orgoglio regionale, un sentimento e un orgoglio intorno ai quali è stato costruito in modo significativo il marketing locale. Il Rennes era presente già nei primissimi campionati, un secondo club bretone si è aggiunto solo nel 1979 [il Brest], con il Lorient siamo arrivati a tre. “L’inizio di una nuova era?” si domanda L’Equipe, e noi che leggiamo come al solito che ne possiamo sapere.
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DI ELENA BUONOCORE | Nella vigna di San Giovanni sopra Sanremo, Italo Calvino faceva il rossese. Al mattino presto, con l’aria chiara, si poteva vedere la Corsica. Gli pareva “una nave carica di montagne, sospesa laggiù all’orizzonte”. Un’isola che per molto di tempo di sé non ha saputo cosa mettere in rilievo, come raccontarsi, se enfatizzare il grido violento dell’indipendentismo o un’ansia minoritaria di integrazione.