L’invenzione dell’accoglienza del campione in città: cosa combinarono 60 anni fa a Napoli con Sivori

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La Macchina del tempo 

 

     

La rocambolesca estate del ’65

Le cose a quel tempo accadevano dentro la hall di un grande albergo vicino alla Stazione Centrale di Milano, dove ci sono “gruppi di poltrone, un angolo di bar, piante sempreverdi che fanno da separé. Fra qualche giorno arriverà la polizia, lasceranno passare soltanto con speciali permessi, toglieranno i tappeti dal pavimento perché sennò li bruceranno con le cicche delle sigarette”. 

Così raccontava la scena Edgarda Ferri sul Corriere della sera. Quel tempo era sessant’anni fa e il calciomercato sui giornali si chiamava compravendita. Era trattato come uno strano fenomeno alle soglie dell’immoralità. Il presidente del CONI avrebbe detto che i proprietari delle squadre di calcio altro non erano che dei «ricchi scemi». 

Il più ricco nell’estate del ‘65 era Roberto Fiore, presidente del Napoli neopromosso. Era anche il più giovane e mise sottosopra la serie A andando a prendersi José Altafini dal Milan. Avrebbe aggiunto nel giro di poche ore Omar Sivori dalla Juventus. 

“È piccolo vivace asciutto ed esattamente napoletano. Si muove seguito da una coda di una mezza dozzina di giornalisti della sua città, ed è socio azionista della sua squadra. Ieri sera ha offerto dodici bottiglie di champagne nella hall dell’albergo, per festeggiare l’acquisto di Alta- fini. Siede solo un attimo, offre sigarette, lo richiamano via. Dice: «Con Sivori non combiniamo finché lui chiederà 40 milioni di ingaggio. Per combinare con Altafini si poteva fare a meno di arrivare fin qui, tanto più che avevamo telefonato al giocatore quando lui stava ancora in Brasile. Pero è bene fare un salto a Milano: è anche una evasione».

L’esattamente napoletano doveva forse manifestarsi nel fatto che “Fiore ama la buona cucina e la buona compagnia e tira sempre tardi, fino quasi all’alba. Dietro a lui sta Corcione, il maggior azionista del Napoli, abbronzato ed abbacchiato”. Corcione spiegava al Corriere della sera di aver avuto un guaio, così lo chiamò, un guaio, «per un pasticcio capitato a Verona mi hanno squalificato a vita. Così devo stare tra le quinte, e ci soffro». Lui veniva descritto invece come “un personaggio patetico, sui quarant’anni, tranquillo e complessato. Ha fatto una fortuna come capomastro in Venezuela, ed è tornato a Napoli per togliersi lo sfizio di pagare più di tutti. Ad occhio e croce, possiede, adesso, una gamba, un braccio, la testa e un polmone di José Altafini. Ma darebbe metà della vita per riavere la qualifica e l’onore”. 

Con Sivori alla fine l’accordo venne trovato. Ci volle una dose aggiuntiva di pazienza per convincere Agnelli a lasciarlo partire sotto certe cifre. Si racconta di una telefonata di Achille Lauro in persona. I giornali lo avrebbero scritto senza giri di parole nel corso della settimana. 

Walter Molino era in quegli anni l’illustratore della Domenica del Corriere e l’arrivo di Omar Sivori lo ispirò per una tavola rimasta leggendaria – sicuramente dentro casa del papà del papà di Slalom, che per Sivori stravedeva al punto di negare vent’anni dopo la superiorità di Maradona [per la verità negava pure che Diego fosse superiore a Zola, ma non è questo adesso il punto]. 

Fu l’estate in cui venne inventata l’accoglienza dei campioni in città. Cinquemila napoletani erano andati ad aspettare José Altafini all’aeroporto e quando arrivò Omar Sivori, Molino se lo immaginò in fuga sui tetti per fuggire all’abbraccio. In realtà non riuscì a scappare, ci furono “tre feriti, tra cui un sottufficiale della Polizia Ferroviaria, un numero imprecisato di contusi, molte piante ornamentali, opere murarie ed infissi della stazione di Mergellina distrutti, o gravemente danneggiati; il traffico bloccato per oltre due ore, lo stato d’assedio presso un albergo del Lungomare”: così raccontò la Gazzetta dello sport al termine di “scene d’entusiasmo, indescrivibili, e persino convulse e parossistiche. Scene tali da oscurare quelle non mai abbastanza deprecate che avvengono in taluni Paesi per i Beatles”.

Chi scrisse ottomila persone, chi scrisse diecimila. Erano arrivate alla stazione di Mergellina già molto tempo prima dell’ora in cui sarebbe dovuto giungere il rapido da Roma. “Allarmato, il dirigente del servizio d’ordine – che era stato opportunamente rinforzato – aveva ritenuto necessario far recapitare alla stazione di Villa Literno un fonogramma alla scorta del convoglio – anche essa adeguatamente irrobustita – invitandola ad adottare le misure del caso per fronteggiare la marea di gente che avrebbe accolto l’ex juventino. Ma si è pensato, poi, che questa misura non sarebbe stata sufficiente e si è divisato di far sostare il treno in una stazioncina periferica. Ma poi s’è temuta la reazione della folla, delusa da un così grave smacco. Così tutto fu lasciato com’era. Il treno fu fatto giungere regolarmente e si provvide solo a farlo arrestare appena all’uscita del tunnel che immette nella stazione. Ma anche questa – raccontava la Gazzetta – fu una precauzione inutile. I tifosi, prevedendo la mossa – la stessa alla quale si era fatto ricorso quando la comitiva del Napoli rientrò dalla trasferta di Parma, che consacrò il ritorno della squadra azzurra in Serie A – si erano appostati al punto giusto ed assaltarono il treno con una manovra così impetuosa e coordinata da fare invidia ai più consumati predoni di film western”. 

Che meraviglia. Onestamente, non è meraviglioso il Far West di Napoli per Omar Sivori?

Sivori era stato preparato, dice il giornale milanese, ma “si spaventò non poco nel vedersi aggredito a quella maniera: una turba esagitata gli piombò addosso, sommergendolo sotto il suo frenetico abbraccio: un tifoso gli strappò la cravatta a rischio di soffocarlo; un altro, per baciarlo, gli assestò una zuccata sulla fronte, spaccandogliela a sangue; altri tentarono di liberarlo della giacca ed anche di altri indumenti”. 

Non vogliamo sapere quali.

Segue racconto di Sivori che sale su un furgone della polizia e scortato da due jeep si porta nella villa del Comandante per un “doveroso saluto”.

I giornali erano pieni in quelle settimane di ritratti velenosetti sul Sivori che aveva lasciato la Juventus, ma aspettative intorno al Napoli erano cresciute. Ne scrisse in questi termini Antonio Ghirelli sul Corriere della sera: “L’Inter del Sud o un nuovo Real Madrid? Ci stiamo già scervellando per trovare la definizione giusta, che si adatti all’entità della campagna acquisti del Napoli e all’entusiasmo che essa ha suscitato nella città e nel contado. In Campania, le vendite dei giornali si sono raddoppiate, sono fioccati i referendum, si disputa accanitamente sul numero dei tifosi napoletani accorsi a Mergellina per staccare la locomotiva dal treno che trasportava Omar Sivori nella Magna Grecia: cinque, dieci, ventimila. Ma per chi è napoletano sul serio, costituisce una sapida consolazione immaginarsi le imprecazioni, i sospiri, i ruggiti dei contadini rimasti impigliati nel traffico, quello storico giorno, senza neppure sapere chi fosse il nume in arrivo sul binario numero 2”. 

Radiocorriere, 1965

“Non si sono scatenate soltanto passioni sportive per l’avvento di Sivori, di Altafini e dei due apprezzati provinciali Stenti e Nardin. In campo politico – raccontava Ghirelli – per esempio, i monarchici hanno esultato frementi per il ruolo decisivo che in talune circostanze sarebbe spettato al comandante Lauro, di cui si racconta una telefonata con il professor Valletta, il cui ghiotto contesto farebbe la gioia di Eduardo De Filippo e che, comunque, pare sia valsa al Napoli il risparmio di cinquanta o sessanta milioni, Per la stessa ragione, ovviamente, radicali e socialisti sono sul chi vive per la riapparizione dell’ex-sindaco alla ribalta municipale: non si vorrebbe che egli approfittasse dei gol di José e di Omar, come fece un tempo con quelli di Jeppson e di Vinicio, per rivalutare le scosse fortune elettorali del suo partito. Le costose operazioni dei dirigenti partenopei sono oggetto di severa critica, a dire il vero, anche sotto altri punti di vista. L’economista si chiede se basteranno due annate di incassi a ripagare la società dell’enorme sacrificio affrontato per assicurarsi i super-campioni sud-americani e garantire loro i relativi, principeschi premi d’ingaggio (forse il duca di Edimburgo non guadagna altrettanto). Il sociologo fa un ragionamento più ampio e angoscioso: si domanda se sia onesto profondere cifre tali per due o tre giocatori di calcio in una città che è ancora afflitta dalla scoliosi, dal tracoma e da altri spaventosi flagelli. Con 400 milioni quanti ospedali, quante case, quante aule si sarebbero potuti costruire? Ma non siamo, con certe affermazioni, ancora al socialismo di Ada Negri e di Pascoli?”. 

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Casomai, eccepiva Ghirelli, “la forza e il pericolo del Napoli stanno nell’ambiente in cui i giocatori sono chiamati ad operare, L’indole di noi napoletani e mutevole come il cielo di marzo; siamo facilissimi ai trapassi di umore, ci stanchiamo assai presto dei nostri idoli, siamo costantemente insidiati da un eccesso di ironia, di pessimismo, di scoraggiamento così come siamo capaci di abbandonarci sconsigliatamente agli impeti di entusiasmo, fino a perdere il senso della realtà. Mantenere i nervi saldi, in una simile città, conservare una linea rigida di comportamento, lavorare con fermezza e senza sbandamenti, è maledettamente difficile. Se Fiore e Pesaola ci riuscissero, avrebbero compiuto veramente un’impresa sensazionale, di cui dovremmo essere loro assai grati tutti perché il calcio italiano ha bisogno di un nuovo Real Madrid – ma è meglio dire: di un’Inter del sud – come dell’ossigeno per respirare”.

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