Andarsene in Arabia prima dei Mondiali
Benedetti ragazzi, ma chi vi consiglia. Matte’, com’è possibile che non ci sia nessuno intorno a te che ti abbia detto: pensaci bene. Se te l’hanno detto, perché non ci hai pensato bene?
Matte’ sta per Mateo, Mateo Retegui, il ragazzo che mette la roba nella borsa e se ne va a giocare nel campionato dell’Arabia Saudita, cioè in un grande Boh nell’anno che ci porta ai Mondiali [speriamo].
La squadra si chiama Al-Qadisiyya e se è vero che un mese fa Gattuso fece trentacinque telefonate a una serie di calciatori per parlargli dei Mondiali, della maglia azzurra, dei valori, – tutta quella roba là – delle due l’una: o Gattuso non aveva il numero di Retegui in memoria o nella memoria di Retegui le parole di Gattuso sono scivolate via.
Rivista Undici scrive che non ha più senso né indignarsi né sorprendersi. Sarebbe più utile “provare a ribaltare la prospettiva, a comprendere quali sono le nuove dinamiche del reclutamento saudita. Perché sì, siamo di fronte a dinamiche nuove. Non tanto nella forma, quanto nella sostanza”.
La strategia dei manager sauditi sarebbe cambiata. Anziché inseguire nomi di riconoscibilità internazionale, ora si danno alla caccia di giocatori con la stessa mentalità che esiste nelle altre leghe.
Così l’Arabia Saudita si propone “come una destinazione che i giocatori valutano e accettano senza tener conto di parametri che ormai vengono considerati solo dai giornalisti e/o da calciatori con un approccio nostalgico – vale a dire la distanza dall’Europa, la scarsa visibilità per la convocazione nelle varie Nazionali, la competitività relativa del campionato saudita. In fondo, da un punto di vista puramente economico e di mercato, è anche giusto che sia così: i calciatori – ei loro agenti – ricevono proposte con cifre che in Europa non otterrebbero mai, o comunque mai così rapidamente. Sta a loro “pesare” i pro e i contro dell’eventuale trasferimento in Arabia Saudita, e il fatto che in molti stanno accettando certe offerte, anche a 21, 24 e 28 anni, significa qualcosa”.
Così ci siamo presi del nostalgico a notte-a notte.
Oh, solo che il social media manager di Rivista Undici deve essere a sua volta un nostalgico perché su Instagram dice che Retegui “lascia tutto per seguire il profumo dei milioni sventolati dagli arabi dell’Al-Qadsiah. Fa riflettere, considerando che tra meno di un anno ci sarà il Mondiale. Il sogno di ogni bambino, l’evento che segna la vita di chi ama il calcio. I soldi arabi hanno ribaltato il tavolo del mercato, cancellando desideri che prima muovevano intere carriere”.
Sul suo Bloooog Fabrizio Bocca parla di banda di miracolati e scrive che “i gol di Retegui in assoluto mi sono sempre sembrati ordinari e comunque l’italo argentino mi è apparso come una meteora che per ora ha veramente brillato nella sola stagione dell’Atalanta di Gasperini . Lì è stato eccezionale e per tutto il resto un giocatore giusto un po’ sopra la media, in un momento di triste e sconsolata carestia di uomini gol. Mediocre no, ma miracolo sì”.
Così, nel domandarsi “se sia calciomercato questo”, Bocca scrive che “fossi in Ronaldo, che di milioni ne prende 200 (duecento) all’anno dall’Al Nassr, a ‘sto punto chiederei un aumento”.
Marco Ciriello su Domani prende atto dei meccanismi della contemporaneità, dove – per dirla alla Shakira – non si piange ma si fattura [“Questa è l’acqua e questi sono i pesci”], e tuttavia fa notare che esiste un’altra via, per esempio quella di Nico Williams che ha detto di no al Barcellona e se ne rimane a Bilbao, per giocare nell’Athletic della sua città e nella squadra di suo fratello.
A Bergamo sono tutt’altro che disperati. Non all’Atalanta, dove hanno incassato 100 milioni in un mese. È la solita Atalanta, dice Paolo Condò sul Corriere della sera, perché con le plusvalenze ha già preso, “pagandoli soldi veri, giovani annunciati di alta qualità: siamo in quella che la Nba chiama «modalità rebuilding»?”.
Mmm. Forse, chi lo sa. La risposta di Condò: “L’addio di Gasperini è il pretesto per rifare la squadra, dandole una nuova profondità ma rischiando di buttar via la Champions? La stessa scelta di Juric andrà spiegata, e non sono le disavventure dell’anno scorso a farci dubitare — quelle capitano a tutti — quanto l’etichetta che da sempre lo accompagna di erede di Gasp mentre i numeri dicono altro. L’Atalanta di questi anni ha segnato montagne di gol, frutto di una mentalità sempre offensiva. Juric all’opposto a Verona e a Torino ha costruito sofisticati apparati difensivi, ma davanti segnava pochissimo. Quanto dipendeva dalla qualità delle rose, e quanto dalla sua indole? Il rebus della nuova Atalanta è in gran parte qui”.
Non si disperano neppure al Corriere di Bergamo dove scrivono “adesso cosa si fa? Quello che si fece dopo Amadei, Jeppson, Vieri: si compra una punta che segna tanto”.