Via Thibodeau dai Knicks: a New York non hanno digerito lo smacco

La delusione dopo l’euforia

A questa festa i newyorchesi hanno pensato per molto tempo di poter partecipare. Negli ultimi due mesi ogni partita al Madison Square Garden è stata un delirio, cortei di tifosi in marcia all’andata, disordinati festeggiamenti al ritorno. In alternativa: l’assalto a un posto che sotto la stazione della metro spaccia alette di pollo memorabili. Invece puff. Tutto finito. 

Per giunta tutta l’epica di questa primavera si è conclusa come potrebbe concludersi in una squadra di Cellino. Hanno cacciato l’allenatore. Tom Thibodeau è stato lo stratega che ha fatto fuori i Boston Celtics, solo che adesso hanno fatto fuori lui. Il Wall Street Journal lo elegge miglior allenatore da decenni della squadra e si domanda se questi Knicks resteranno i Knicks anche senza di lui

Nelle nebbie del delirio collettivo è cascato pure il New Yorker, il magazine stiloso di reportage, saggi, critica letteraria, satira, vignette e poesie che compie cent’anni tenendo in mostra copertine e memorabilia alla Public Library, terzo piano. Vinson Cunningham adesso fa lo spiritoso e benedice. “Pace e bene, Knicks” ha scritto. In realtà confessa di essersi stato dentro fino alla fine, “sono quasi certo di non aver mai tifato così disperatamente, con un così inquietante mix di piacere e dolore, gioia e disperazione, per una squadra tanto confusa. Non sono mai riuscito a capire se mi piacessero davvero – neppure mentre andavano a zig zag in un playoff che ha segnato la storia”.

Segue descrizione sentimental-tecnica su Jaylen Brunson, il suo peso in squadra, la sua intesa con Karl Anthony Towns e tutte quelle cose carine se davvero avete voglia di sentire questa storia [fa molto New Yorker mettere l’attacco del giovane Holden in mezzo alla segnalazione di un pezzo del New Yorker, solo che al New Yorker lo chiamerebbero incipit e non attacco: ma si sa che l’attacco fa vendere i biglietti, mentre l’incipit fa vincere i premi – fine del delirio of consciousness]. 

Insomma. 

Vinson Cunningham ci racconta la stagione in prima persona con quello sbuffo di autofiction che ormai non si nega a nessuno e che sta passando come la sola maniera possibile di scrivere. Sul serio. Una giovane penna va a seguire il congresso di Forza Italia e ci deve per forza riferire del fatto che Silvio Berlusconi è stato per lei-lui quello che le-gli faceva vedere i cartoni animati su Italia Uno. Le redazioni sono invase dal morbo. Se un anziano si mette a fare boomersplaining e fa notare con imbarazzato paternalismo che ehm, guarda, i cartoni animati li possiamo anche togliere, si sente rispondere che lui non lo sa, non è più come una volta, emmanuel Carrère ha cambiato il modo di scrivere. Così l’anziano rincula, senza poter fare a meno di pensare che nell’attesa arrivi un pezzo da Emmanuel Carrère i cartoni animati si potrebbero togliere lo stesso. 

Ecco. Vinson Cunningham ci racconta di essere finito in una chat di tifosi dei Knicks, e noi non abbiamo idea di cosa è stata questa chat di tifosi dei Knicks per tutto l’anno e tutte quelle baggianate alla David Copperfield che a lui non gli va proprio di parlarne. Alla fine, quello che conta – dice – è che “non dimenticherò mai questi Knicks. Tifare per loro è stato come essere su una montagna russa con un’intera discesa vertiginosa. A volte avrei voluto essere da qualche altra parte nel parco divertimenti, al sicuro, a terra, a mangiare una torta. Ora sono qui e non mi piace più tanto”.

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