Le speranze del Canada sul ghiaccio sono riposte in Winnipeg

   

Il tentativo del Canada di prendersi la NHL

A mezzanotte i Jets e i Blues aprono i play-off della NHL. Winnipeg contro St. Louis. Seguono Dallas Stars vs Colorado Avalanche e Carolina Hurricanes vs New Jersey Devils. I Jets hanno vinto la stagione regolare a Ovest e molti li danno per favoriti, a Est sono arrivati in cima i Washington Capitals, una specie di ricompensa per le sublimi delusioni del basket. 

Per chi non appartiene a niente e nessuno, per chi “rimane neutrale e cerca il miglior hockey possibile nei play-off, per chi non ha un rivale contro cui accanirsi desiderandone la sconfitta e la tristezza, per chi cerca un bandwagon su cui salire”, The Athletic ha preparato una guida mettendo in fila le 16 squadre, in ordine di appeal per “cercare una squadra divertente con una buona trama e bei personaggi, con una reale possibilità di vincere. Può essere difficile trovare la combinazione giusta, ma alcune squadre ci riescono meglio di altre”. La prima da scartare: Florida Panthers. 

La più consigliata è Winnipeg Jets. Perché mai? Perché Winnipeg non ha mai avuto nella sua storia in NHL una squadra più forte di questa. Ha alle spalle una storia di alti e bassi, più bassi che alti. Tutto sta andando per il verso giusto, ha un portiere in Connor Hellebuyck che potrebbe essere nominato MVP “ma che probabilmente verrà derubato”. È  la loro migliore occasione da una generazione, scrive The Athletic, non solo per vincere la prima Stanley Cup, ma anche per assicurare il futuro della NHL in città. Inoltre i suoi tifosi sono fantastici. Inoltre sembra il momento giusto per interrompere il digiuno canadese che dura da 32 anni e i Jets sono l’unica squadra della nazione in grado di farcela”. 

Cinque delle sette squadre canadesi di NHL sono ai play-off. Quasi quasi. Facciamoci un pensiero. 


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I play-off secondo i portieri

The Athletic ha presentato le otto sfide dei quarti di finale attraverso le storie dei portieri che le giocheranno perché questo è “il periodo dell’anno in cui le parate diventano poster, magliette o persino statuette”. A leggere se ne scoprono di belle. In Tampa Bay Lightning contro Florida Panthers non c’è solo il capocannoniere della stagione regolare [Nikita Kucherov] ma pure due portieri russi che hanno vinto tre Stanley Cup, cinque finali di Coppa e tre Vezina Trophy: sono Vasilevskiy e Bobrovsky. È il loro quinto duello in un play-off e stanno sul 2-2. “Non sono solo due dei migliori portieri del mondo; sono anche due dei più atletici e divertenti da guardare. Si daranno battaglia nelle classifiche di tutti i tempi per ritirarsi da miglior portiere russo nella storia NHL. Prendete dei popcorn, rilassatevi e godetevi un altro capitolo”.  

Oppure c’è Jacob Markström dei Devils. Ha giocato più di 500 partite in NHL negli ultimi quindici anni, ma solo 26 nei play-off e nessuna dal 2022. Dice The Athletic che si tratta di uno dei portieri più trascurati di quest’epoca, non perché non tagli i capelli o la barba, trascurato non sta per trasandato ma per sottovalutato. Dal 2017 Markström vanta il terzo maggior numero di partite da titolare nel campionato e il quinto maggior numero di parate. Ma tra i 10 portieri con almeno 500 partite di stagione regolare dal 2012, gli tocca il minor numero di presenze da titolare nei playoff.  Gli infortuni toccati ai New Jersey Devils rovinano le sue prospettive “ma sarà comunque divertente vedere il grande svedese giocare sul palcoscenico più importante”, scrive The Athletic. Grande svedese perché è alto 1,98 e pesa 93 kg. 

 

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Lo Svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball. Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di buono (vincendo per due volte il campionato cittadino con lui come marcatore principale), ma per tutto il tempo in cui eccelse lo Svedese il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa importanza per una massa studentesca i cui progenitori – in gran parte poco istruiti, ma molto carichi di preoccupazioni -veneravano il primato accademico più di ogni altra cosa. L’aggressione fisica, anche se dissimulata da tenute sportive e norme ufficiali, e priva dell’intento di nuocere agli ebrei, non era tradizionalmente una fonte di soddisfazione nella nostra comunità; i buoni voti sì. Ciononostante, grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni paese: quasi come i gentili (come esse immaginavano i gentili), le nostre famiglie poterono dimenticare come andavano realmente le cose e fare di una prestazione atletica il depositario di tutte le loro speranze. In primo luogo, poterono dimenticare la guerra.

PHILIP ROTH, Pastorale americana

 

Il putiniano che fa felice Washington

A est gioca e svetta  Aleksandr Ovechkin, da qualche settimana il primatista di gol di tutti i tempi nella NHL. Slalom aveva segnalato qui il suo record. Marco Ciriello ha scritto di lui stamattina su Domani. 

“Quando in America chiedevano a Iosif Brodskij ma qual è il ruolo dell’intellettuale? Rispondeva: «Scrivere delle cose belle». Macina record come Cristiano Ronaldo nel calcio, ma non ha l’ossessione dei record; segna a ripetizione, ma non disdegna la cessione della gloria ai suoi compagni di squadra di Washington che lo adorano; è putiniano ma non vuole la guerra; è figlio dell’Urss ma vive negli Stati Uniti da più tempo di quanto abbia vissuto in Russia”.

Ciriello definisce Ovechkin “una figura stupefacente di russo degli Stati Uniti, anche se a differenza di Iosif Brodskij non gli piace molto parlarne. Ha imparato la lingua americana ascoltando 50 cent ed Eminem, e come un rapper ha trovato il suo “nemico” in un altro giocatore russo d’America: Evgeni Malkin saltato da Magnitogorsk ai Pittsburgh Penguins. Prima compagni di stanza in nazionale, dopo nemici con rissa e rotocalchi e poi di nuovo amici. Da venti anni gioca con la maglia dei Capitals di Washington. In pratica vive nella città della Casa Bianca da prima di Donald Trump, realizzando l’assunto di Rainer Maria Rilke, un altro giocatore dell’Est senza disco né mazza ma con i versi, che diceva: «il futuro entra in noi molto prima che accada». Così un ragazzo nato nella Mosca sovietica del 1985 si è preso i cuori degli americani dell’hockey ed ha piazzato la sua foto con il presidente Putin sull’Instagram, e no, non l’ha tolta nemmeno durante l’invasione dell’Ucraina, ma ha chiesto la pace, fin dal primo giorno, dimostrando gli errori del mondo sportivo che ha strappato la bandiera agli atleti russi, li ha discriminati e costretti a vergognarsi e in molti casi a perdere le grandi competizioni sportive. Aleksandr Ovechkin non ha fatto propaganda, ha solo tenuto il punto, e ha seguito – a istinto – l’insegnamento di Iosif Brodskij: ha solo giocato bene, segnando tanti gol, divertendo gli americani, divertendosi e sì, ingrossando l’orgoglio russo che vedeva un suo ragazzo giocare e vincere sulla terra americana”.

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