L’ammutinamento del Marsiglia contro De Zerbi

 prima di tutto

Che cosa sta succedendo all’Olympique

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  Mancava solo Claudione Garella in accappatoio con un foglio in mano, mancava solo che la squadra leggesse un comunicato di sfiducia all’allenatore, ma pure a Marsiglia si sono ammutinati sulla pubblica piazza contro il loro allenatore come accadde al Napoli nell’anno Ottantotto del Novecento. Bresciano era Ottavio Bianchi, bresciano è Roberto De Zerbi contro il quale la squadra si è sollevata. 

Medhi Benatia, direttore sportivo, è dovuto intervenire per appianare i contrasti e gridare a sua volta che «contro questo Reims avreste dovuto vincere, anche senza un allenatore a guidarvi». Lo spogliatoio si lamentava di essere stato disprezzato da De Zerbi e rifiutava di allenarsi. L’Équipe racconta questa turbolenza definendo De Zerbi un uomo “noto per la sua trasparenza con i giocatori”. Trasparenza per dire che a Pol Lirola avrebbe gridato come nessuno lo volesse nel club la scorsa estate: «Ero l’unico a credere in te e tu mi ringrazi in questo modo?». Lirola era stato spostato dalla fascia al centro della difesa e – diciamo così – ha giocato maluccio: in pagella ha preso tre.  

«Oggi non vi alleno» avrebbe allora detto De Zerbi alla squadra, ordinandole lunedì di andare in campo con il suo staff di collaboratori e senza di lui, ma provocando la reazione del gruppo e il rifiuto di mettersi le scarpe. C’è stata una discussione di un’ora, secondo L’Équipe, con l’intervento finale di Benatia, al quale i calciatori hanno domandato se nel corso della sua carriera tra Roma, Juventus e Bayern gli fosse mai capitato di conoscere un allenatore che si comportasse in quel modo. 

Se De Zerbi non aveva voglia di allenarli, ha detto la squadra, allora loro non avevano piacere di averlo in panchina per la prossima partita. Hanno denunciato l’ipocrisia di essere stati definiti nelle interviste una grande famiglia quando le cose andavano bene e nel tardo pomeriggio hanno accettato il compromesso di allenarsi da soli, ma con De Zerbi in campo a qualche decina di metri di distanza, “freddo come una lama”, scrive il giornale francese. 

Baptiste Chaumier e Mathieu Grégoire raccontano che fin dal suo arrivo all’OM, ​​l’italiano ha praticato “la gestione delle emozioni, alternando il bastone e la carota, descrivendosi come un uomo di famiglia che a volte è un capro espiatorio, a volte come un uomo amorevole”. Ha avuto discussioni con Luis Henrique, con Mason Greenwood, ora con Pol Lirola. Domenica ha tenuto la squadra a guardare la partita del Tolosa, prossimo avversario, fino alle 20.30. I calciatori di fede musulmana si sono lamentati in privato con i dirigenti di non aver potuto celebrare l’Eid-el-Fitr con i propri cari. 

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«Se io non vedo mai la mia famiglia, anche voi non vedrete le vostre» avrebbe detto De Zerbi, ma una voce senza nome spiega a L’Équipe che nel suo caso, ecco, «per lui è una scelta».  La goccia di lunedì sarebbe stato un atteggiamento che De Zerbi ha giudicato “troppo spensierato” in mensa, “troppi sorrisi sparsi”. «Volete farmi fallire? Allora falliremo tutti insieme» sono le parole attribuite all’allenatore, un commento simile alla sfuriata che viene ricordata dopo la sconfitta contro l’Auxerre dell’8 novembre, quando nella ricostruzione de L’Équipe avrebbe detto a Leonardo Balerdi, capitano, di aver umiliato il club perché «ti mancano le palle».

De Zerbi è così, dice il giornale francese, “passionale, eccessivo, teso come un arco. Non è cambiato molto in tutto questo tempo se si ricordano le frecciatine a Lilian Brassier in autunno, o a Ismaël Koné con il quale è quasi venuto alle mani un giorno per l’ennesima battuta”.

La settimana prima della partita con il PSG ha interrotto due sedute di allenamento dopo quindici minuti, rimandando indietro il gruppo a vestirsi. “Ma la ricezione dei suoi messaggi nello spogliatoio sembra essere cambiata, i colpi di bastone sconvolgono teste già appesantite dalle brutte prestazioni”.

Adrien Rabiot sabato aveva cercato di sferzare l’ambiente dicendo che a sette partite dalla fine, bisogna darsi una mano e restare uniti, «sono venuto per andare in Champions, se c’è qualcuno che non vuole farlo dovrebbe dirlo prima delle partite e lasciar giocare qualcun  altro». In squadra c’è chi fa notare disparità e differenze di trattamento: Pierre-Emile Höjbjerg ha ottenuto lunedì un permesso per partecipare a una cena all’Eliseo, seduto al tavolo d’onore accanto al re di Danimarca Federico X in visita ufficiale a Emmanuel Macron. E comunque la decisione di De Zerbi di non allenare la squadra ha avuto almeno un effetto, scrive L’Équipe: “ quello di compattare momentaneamente i giocatori contro di lui”.

Forse De Zerbi racconterebbe versioni differenti, forse verrà il momento in cui dirà la sua. Comunque sia: una certezza esiste. Per De Zerbi e per tutti. Non è più l’ora dei sergenti. Non c’è più spazio per un clima tossico nei luoghi di lavoro. È una conquista delle nuove generazioni. Il calcio è uno dei settori più conservatori e autoriferiti. L’imitazione che Max Giusti fa di Fabio Capello vale più di un saggio antropologico-sociale. 

Ma questo è il clima nuovo con il quale i laider cinquantenni e post-cinquantenni sono adesso chiamati a entrare in sintonia, senza paternalismo, restando al di qua della linea che separa la critica anche severa di un errore dal giudizio drastico su una persona. Assomiglia all’utopia di una educazione fra pari, senza cattedre, una condivisione, come in un liceo occupato. Chi ne sa un po’ di più dà a chi ne sa un po’ di meno, e domani sarai tu a restituirmi qualcosa. Nel calcio femminile è successo prima [la Nazionale spagnola, la Nazionale francese], ora ci arrivano gli uomini. 

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