Che fine hanno fatto gli allenatori francesi

Le nuove difficoltà a frequentare la scena internazionale. Il caso del patentino costoso

    Oh, ma avete visto qualche francese in giro?. Che fine hanno fatto, dove sono. Era pieno di francesi fino a poco fa. Eravamo circondati. Ce n’erano di antipatici come Raymond Domenech. Volevano mettere la chiesa al centro del villaggio come Rudi Garcia. Volevano perfino cambiare il fuorigioco come Arsène Wenger. E adesso? Erano seduti tutti in panchina e adesso saranno sulle panchine. Solo otto anni fa Zinedine Zidane era appena stato nominato allenatore del Real Madrid e di lì a poco avrebbe festeggiato il primo dei tre titoli consecutivi in Champions League. Claude Puel stava rilanciando il Southampton. Remi Garde era la scelta dell’Aston Villa. Valérien Ismael stava per entrare in servizio al Wolfsburg. Il PSG non aveva bisogno di guardare fuori dai confini per scegliersi un allenatore e stipendiava Laurent Blanc. Il Lione era il suo avversario sotto la guida di Bruno Genesio. Alla fine della stagione 2015-16, 19 20 allenatori della Ligue 1 erano francesi o avevano la cittadinanza francese, l’unica eccezione era Leonardo Jardim, portoghese al Monaco.

Prima di diventare un consulente della FIFA, Arsène Wenger aveva trasformato l’Arsenal nel superclub che è oggi, Gerard Houllier aveva riportato il Liverpool a essere una presenza di spessore in Europa, Luis Fernandez e Raynald Denoueix avevano portato l’Athletic Bilbao e la Real Sociedad al secondo posto in quella Liga dove non si muove foglia che il mostro a due teste Barçareal non voglia. Nove anni dopo, gli allenatori francesi sono scomparsi dalla scena internazionale. Patrick Vieira al Genoa è l’unico nei quattro principali campionati europei. Deschamps è al timone della Francia in scadenza di mandato, ma il suo probabile successore Zidane non lavora dal 2021.

Wenger ha lasciato l’Arsenal nel 2018, né Puel né Garde hanno più guidato una squadra per anni. Ismael è stato solo di recente ripescato come capo allenatore del Blackburn in Championship, Garcia è fuori dal grande calcio dei club e ha accettato la panchina del Belgio. Blanc è stato senza lavoro per quattro anni e mezzo prima di essere assunto dall’Al Rayyan in Qatar nel 2020. Ora è in Arabia Saudita all’Al Ittihad. Nella Ligue 1 attuale sono francesi solo otto allenatori su 18 club: Habib Beye del Rennes e Samba Diawara del Reims sono nati in Francia, ma da calciatori sono stati nazionali del Senegal e del Mali, dunque sono calcisticamente stranieri. È vero che siamo dentro il mondo libero e globalizzato della circolazione delle idee [fino a stamattina almeno, fino all’invio di questo Slalom], ma gli allenatori di casa continuano a dominare la scena in Spagna e Italia [15 squadre su 20], sono la maggioranza in Germania [10 su 18]. Gli inglesi sono un caso a parte: Graham Potter al West Ham ed Eddie Howe al Newcastle sono le mosche bianche in un campionato che da qualche anno ha deciso di prendersi i migliori cervelli del calcio internazionale. 

Perché gli allenatori francesi sono passati di moda? Se lo domanda The Athletic facendo notare che invece tra le donne non è così: 11 delle 12 allenatrici della nuova Premier Ligue professionistica sono cresciute in casa, l’australiano del Lione Joe Montemurro è la sola eccezione. Due allenatrici francesi sono nella Super League inglese [Sonia Bompastor al Chelsea e Amandine Miquel al Leicester]. 

“Il lamento ricorrente nei circoli calcistici francesi è che gli allenatori del paese non hanno più accesso a quel tipo di relazioni che aprono le porte a interessanti opportunità di lavoro”.

Colpa dei procuratori, insomma. Non sono riusciti a “costruire rapporti con gli hedge fund e i gruppi di investimento che gestiscono sempre più club moderni”. 

LA LOBBY DEI PORTOGHESI

L’ascesa dei portoghesi viene esibita a sostegno della tesi. Le conoscenze influenti del super agente Jorge Mendes avrebbero spianato la strada ai nipotini di José Mourinho. L’Associazione allenatori di calcio portoghesi [ANTF] fa attivamente lobbying per conto dei suoi membri, scrive The Athletic, con un sito web, una pagina Facebook regolarmente aggiornata, campagne pubblicitarie, eventi sponsorizzati e un forum annuale pieno di star. È un’etica cooperativa che ha attirato più di qualche sguardo invidioso dalla Francia”

Seguono dichiarazioni francesi di quelli che si potrebbero definire Les Rosicons. Un problema di rappresentanza con le proprietà estere: dicono. Undici dei 18 club in Ligue 1 hanno un portafogli straniero e non sono sempre inclini ad affidarsi ai locali.

BlueCo è il consorzio americano che possiede Chelsea e Strasburgo, così ha nominato l’inglese Liam Rosenior per sostituire Vieira. Il Tolosa è di proprietà di RedBird e ha sostituito Montanier con lo spagnolo Carles Martinez Novell due anni fa. Il nuovo proprietario del Saint-Etienne è il veicolo di investimento canadese Kilmer Sports Ventures, allora ha optato per il promettente norvegese Eirik Horneland dopo aver salutato con l’altra mano Olivier Dall’Oglio. Nonostante la spettacolare svolta al Lione, Pierre Sage è stato licenziato [“bruscamente” scrive The Athletic] dal proprietario americano John Textor a gennaio. Il suo sostituto? È venuto dal Portogallo: Paulo Fonseca. 

Quanto al sistema di formazione per ottenere la qualifica di allenatore d’élite in Francia, il Brevet d’entraîneur professionnel de football [BEPF] o il Professional Football Coaching Certificate – ecco pare che dentro il sistema ci siano esaminatori molto esigenti. Per candidarsi ai pochi posti disponibili al corso, organizzato ogni anno dalla federazione, gli ex giocatori devono avere almeno cinque anni di esperienza come allenatori professionisti, devono aver giocato almeno 150 partite in Ligue 1 o almeno 10 partite con la Nazionale, bisogna essere in possesso del Diplome d’Etat Supérieur (DES)  o della qualifica nazionale per allenatori sportivi. Le tasse universitarie per il BEPF sono di 27.100 euro e il costo totale per seguire il corso è stimato in circa 60.000 euro – a lettere: sessantamila euro. Una parte del costo viene coperta dai datori di lavoro. Se un datore di lavoro ce l’hai. 

“In modo imbarazzante per la federazione – spiega The Athletic – diversi ex giocatori di alto profilo del paese hanno scelto negli ultimi anni di non prendere il brevetto in patria, ma con la Football Association del Galles”. Per esempio Vieira, Marcel Desailly e David Ginola, così come Thierry Henry e Gael Clichy. Le tasse per il corso di licenza UEFA Pro in Galles sono di 12 mila sterline, pari a 14mila euro per i candidati non gallesi. 

LA QUESTIONE DEL BREVETTO

Il BEPF è un prerequisito per chi voglia guidare una squadra in Ligue 1, in Ligue 2 o anche in serie C. I club francesi devono pagare una quota di 25.000 euro a partita per avere in panchina un allenatore che ne fosse sprovvisto. Come dimostrano i casi recenti di Will Still al Reims e Didier Digard al Nizza, alcuni presidenti non sono più disposti ad accettarlo. 

Così mentre i francesi fanno la trafila per il brevetto, i club vanno a prendersi i Francesco Farioli e i Martinez Novell. Peraltro giovani. I principali allenatori francesi della Ligue 1 sono tutti significativamente più anziani. Genesio ha 58 anni, Franck Haise ne ha 53, Eric Roy al Brest ne ha 57. Beye e Sage sono considerati gli emergenti: età 45 anni. Secondo il direttore generale del Reims Mathieu Lacour, per come è strutturato oggi il sistema, essere un allenatore qualificato in Francia prima dei 40 o 45 anni è diventato praticamente impossibile. 

Anche il tratto genetico dell’allenatore francese è cambiato. Da Albert Batteux al Reims fino a Michel Hidalgo con la Nazionale, Jean-Claude Suaudeau al Nantes e Wenger nei suoi primi anni all’Arsenal, tutti erano rinomati per il loro calcio spericolato. Gli equivalenti moderni tendono a essere più pragmatici. Quando Deschamps e Zidane parlano degli allenatori da cui sono stati ispirati, citano prima Marcello Lippi e poi la loro scuola frizzante. The Athletic scrive che gli allenatori italiani sono famosi per la loro disciplina tattica, gli spagnoli per il loro attaccamento al calcio basato sul possesso palla, i tedeschi per l’impegno nella forsennata aggressività a tutto campo, mentre i francesi boh, i francesi non hanno il biglietto da visita del catenaccio, non hanno il juego de posicion e non hanno neppure il gegenpressing a cui appigliarsi. Come ti vendi oggi se un’etichetta non ce l’hai? Oppure ce l’avevi – il calcio champagne – e hai fatto sfiatare le bollicine una a una?

Deschamps ha guidato la Francia a tre finali, il Monaco alla finale di una Champions e il Marsiglia allo scudetto. Ha una carriera da allenatore di totale successo. Ma viene percepito come il portatore di uno stile difensivo. Nessuno vuole imitare Deschamps, nessuno pensa che Deschamps possa essere ambasciatore di qualcosa, se non di sé stesso. 

“Gli allenatori francesi – dice The Athletic – nel loro insieme soffrono senza dubbio di una sorta di problema di immagine. Hanno un’aria grigia, pallida e stantia da maschio. Non sono abbastanza dinamici. Non parlano bene l’inglese anche quando dicono di conoscerlo. Non sono dei performer mediatici”. Molti si sono allora rifugiati nei settori giovanili, in quelle accademie che producono un giocatore dietro l’altro. Hanno scelto la strada dell’educateur.  

“I francesi non si sono ancora estinti, ma a causa dell’indebolimento del loro ecosistema e dell’invasione del loro habitat naturale, sono diventati una specie a rischio”.

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  15 DICEMBRE 2020   Aveva 73 anni, era stato l’allenatore del primo scudetto al PSG, di due titoli al Lione e dei cinque in una sola stagione al Liverpool (coppa d’Inghilterra, coppa di Lega, Community Shield, Coppa Uefa e supercoppa europea), dove aveva fatto esordire e lanciato Steven Gerrard. Gerard Houllier era stato CT della Francia. Aveva preso il posto di Platini e c’era lui in panchina nel doloroso giorno della sconfitta con la Bulgaria e la mancata qualificazione ai Mondiali del 1994


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  27 MARZO  2020   La prima volta che il nostro calcio incrociò i passi di questo signore francese con un cognome in spagnolo impegnativo, nato a cinque chilometri da Dunkerque e a quindici dal confine col Belgio, in una piccola stazione balneare tra le dune (Leffrinckoucke) di fronte alla Gran Bretagna, mancavano quattro mesi al Mundial del 78. La sua Francia era stata sorteggiata nel girone con l’Italia ma per febbraio era già stata organizzata un’amichevole, a Napoli, e non si poteva cancellare. Di Michel Hidalgo si racconta che quel pomeriggio abbia detto ai suoi con gran semplicità: «Andiamo in campo e divertiamoci», salvo correggersi nell’intervallo, l’Italia era avanti per 2-0. «Ho detto divertiamoci, non lasciamoli divertire».

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