Due settimane dopo le alluvioni a Valencia, il giornalismo sportivo spagnolo continua a riflettere su quello che è stato considerato un affronto alle zone a lutto e in sofferenza, sulla mancata interruzione cioè del campionato di calcio. Su El Mundo c’è un nuovo intervento di una delle voci critiche più in vista del periodismo, Orfeo Suárez, intervenuto di nuovo nella vicenda partendo da una riflessione su Freud.
“Secondo il padre della psicoanalisi – ha scritto Suárez, l’uomo contemporaneo è più preoccupato della cattiva reputazione che della cattiva coscienza. Il calcio spagnolo soffre di entrambe le cose”.
Parla di circo, parla di giostre, parla di paese devastato da una DANA emotiva seguita alla DANA vera, un paese nel quale gli attori del calcio hanno portato con sé un senso di colpa, si sono vergognati di giocare a calcio mentre una parte della Spagna contava i suoi morti. Allenatori, giocatori e dirigenti hanno dimostrato una sensibilità, hanno fatto sentire la loro voce, ma allo stesso tempo hanno mostrato di non essere abbastanza coordinati tra loro, di non avere la forza esatta per trasformare la volontà in azione.
“È il primo insegnamento che ci lascia la tragedia – scrive l’editorialista di El Mundo – e di cui bisogna prendere atto ora che il calcio affronta il suo rinnovamento con le elezioni in Federazione. La seconda è la mancanza di leadership, di una guida capace di vedere oltre il pallone, il denaro e il potere. La Lega avrebbe potuto prendere la decisione di fermarsi in modo unilaterale. In Federazione, oggi, non si decide nemmeno il cambio di un menù. L’organizzazione presieduta da Javier Tebas non ha ricevuto richieste di stop da parte dei club, fatta eccezione per le sospensioni richieste da Valencia, Levante e Villarreal. I primi due lo hanno fatto più velocemente, la stessa velocità con cui il Real si è detto d’accordo. Nonostante ciò, la tesi della Liga secondo cui la giornata sarebbe dovuta continuare anche per i benefici economici che avrebbe portato alle vittime, ha snaturato il significato del lutto: durante una veglia funebre non si parla di soldi né si accende il televisore nella camera accanto”.
El Mundo dice che “allenatori e giocatori, in particolare, si sono sentiti come dei burattini. Ma al senso di colpa devono aggiungere una penitenza per la loro mancanza di unità. Alzando la voce, soprattutto dopo le partite, hanno solo riempito i notiziari. L’unico giocatore che si è rifiutato di giocare è stato Ferran Torres, un desiderio che il Barça ha rispettato. Nient’altro. Se sono marionette, sono marionette ben pagate. Julián Calero, allenatore del Levante, l’ha detto in un altro modo: – Siamo come pecore”.
Suárez ricorda che Calero vive nelle zone colpite da DANA, anche se lui e i suoi non hanno subito conseguenze. «Siamo stati molto fortunati. Siamo arrivati a casa un’ora e mezza prima del previsto, perché avevamo intenzione di andare a Pontevedra per la partita di Copa del Rey. Questo ci ha salvato dal flusso d’acqua più grosso, quello che ci avrebbe fermato sulla strada e trascinato via come tante persone. Per fortuna viviamo in una zona collinare, siamo scesi per cercare di aiutare, ma era impossibile, l’acqua arrivava fino a tre metri d’altezza e ha abbattuto muri e automobili».
Ecco perché per Calero è stato immorale non fermarsi. Il sentimento era condiviso tra gli allenatori, com’è è stato evidente da una conferenza stampa dietro l’altra, dalle parole di Simeone, di Flick, di Míchel, di Ancelotti. “Nessuno, però – si legge su El Mundo – ha trasformato quella corrente in una proposta o in un piano. Neppure dopo aver sentito di Vicente Moreno, nato a Massanassa: dopo la partita della sua squadra, ha preso la macchina per andare al suo paese e aiutare i vicini a spalare il fango”.