DISCUSSIONI
Congedi di paternità e maternità: perché nello sport non ne approfittano? Se lo domanda stamattina Irene Guevara su El Pais, scrivendo che “pochissimi atleti approfittano del congedo per la nascita e la cura dei figli, a causa della loro breve carriera, per l’immaginario sociale e per la distribuzione ineguale dei ruoli tra uomini e donne”. Così ricorda i pollici in bocca che si mettono i calciatori dopo i gol, le culle mimate, le dediche ai bambini nati due-tre giorni prima. “Ma sono pochi i casi di atleti che si sono fermati dopo la paternità o la maternità – non da incinte – ancor meno quelle che hanno usufruito del congedo per parto e cura del minore”. Due eccezioni sono stati David Gea, fuori per un mese, sei partite, nel 2021, e il golfista Jon Rahm, in pausa nel 2020 per la gravidanza della moglie. “A volte sono considerati eroi per aver accettato la propria responsabilità di genitori. I professionisti sottolineano che si tratta di una decisione personale che viene dalla brevità della loro carriera; i sociologi aggiungono che è una conseguenza dell’immaginario collettivo sulla maternità e sulla paternità radicato nella società”.
El Pais racconta che Alexander Sorloth è stato criticato in aprile per essere andato a giocare una partita anche se sua moglie era uscita di conti [nella lingua madre del papà di Slalom si dice così, uscire di conti, chissà se si dice anche in italiano, in spagnolo pare di sì: haber salido de cuentas. E del resto siamo stati spagnoli]. Il suo allenatore Marcelino García lo ha elogiato in conferenza stampa per aver avuto la possibilità di restare con la moglie dopo essere diventato papà al mattino della partita, ma aveva messo al primo posto la sua professionalità. Dimostra dei valori, disse. Lo aveva fatto anche Sergio Ramos con la nascita del terzo figlio. Non erano passate nemmeno 24 ore dal parto della moglie e lui era già in ritiro con la Nazionale. Julen Lopetegui parlò di mentalità. Quando il portiere del PSV Benitez ha lasciato la sua squadra alla vigilia della partita di Champions contro la Juventus, a Zvone Boban parve una diserzione dal dovere e lo disse. Da dove nasce questa concezione? David Moscoso, professore di sociologia dello sport alla Universidad de Córdoba, spiega che «finiscono per prevalere i valori culturali dei ruoli diseguali che vengono assegnati al fatto di essere uomo o donna: l’uomo porta i soldi a casa e la donna si prende cura dei figli, dentro una struttura mascolinizzata e androgenica».
Beatriz Mañas Ramírez, professoressa alla Facoltà di Sociologia dell’UNED, assicura che tutto nasce da un «immaginario sociale radicato sull’incompatibilità della maternità con l’alto rendimento. La maternità è vista come un non luogo, all’interno delle professioni d’eccellenza. Inoltre, l’idealizzazione della maternità tradizionale continua a resistere. Secondo i risultati del rapporto del progetto MADER, le atlete di alto livello vedono la maternità come la fine della loro carriera, hanno paura della “deformità” del corpo e hanno problemi con le loro esigenze professionali»
Mañas spiega che finora è mancata «una consapevolezza sociale riguardo alla parità nella società» ma che una differenza comincia a notarsi nelle nuove generazioni, per le quali sta diventando importante «demistificare la tradizionale idealizzazione del ruolo di madre. I cambiamenti culturali sono molto lenti, oggi gli atleti non vogliono essere eroi o eroine. Le voci interpellate concordano sul fatto che è loro diritto decidere sulla propria paternità e maternità». María Pry, attuale direttrice sportiva della squadra femminile di calcio del Betis, è diventata madre nel 2023, la sua compagna era l’allenatrice del Madrid. Hanno avuto tre gemelli prematuri e hanno detto al club che volevano mettersi in maternità, «in una situazione di normalità, di rispetto reciproco e di sincerità. Non ci hanno mai rimproverato nulla: abbiamo ottenuto il massimo rispetto da parte delle giocatrici e l’aiuto incondizionato da parte della società». Secondo Pry è successo perché qualcosa sta cambiando nel mondo dello sport grazie alle nuove generazioni, con la prevalenza del desiderio di «essere sempre più trattati come persone».