RUOTE
Riassunto delle puntate precedenti. Il signorino Tadej Pogačar si presenta col grembiulino nuovo e pulito e con il fiocco in ordine al primo giorno del suo 2024 in bicicletta, e sugli sterrati toscani, quel 2 marzo di sette mesi fa, decide di farsi 81 km di fuga partendo nello stesso punto in cui era scattato nel 2022 ma un giro prima, al passaggio antecedente. È una specie di promo della sua stagione, il trailer, il coming soon, ma quel giorno non lo sappiamo ancora, quel giorno pensiamo che sia la follia di un pomeriggio che gli ha attraversato i pensieri, del resto ormai i campioni contemporanei fanno quasi tutti così, attaccano da lontano. Lezione numero uno: le Strade Bianche non è una classica ma ci dice alcune cose sulle corse-monumento che vedremo.
Il Mondiale di Zurigo ha scolpito in modo definitivo l’insofferenza di Tadej Pogačar per le adunate di massa, via dalla pazza folla come Thomas Hardy, con quegli altri 51,7 km pedalati da solo, dopo l’attacco con cui aveva parzialmente scremato il gruppo come il latte a 101 dal traguardo, portandosi alla fine dietro il solo Pavel Sivakov, compagno di squadra alla UEA. Tanta esuberanza s’è sentita nelle gambe all’ultimo giro, quando il vantaggio è calato fino a soli 34 secondi su O’Connor. Lezione numero due: anche Pogačar si stanca.
Al Lombardia ha addizionato altri 48 km e mezzo di fuga, secondo i calcoli de L’Équipe toccando il traguardo dei 2.000 km passati da solo, senza compagnia, senza poter scambiare due chiacchiere con qualcuno, sul totale di circa 10.000 dell’anno. Il 20% della sua stagione in fuga, ma non al modo scellerato – che so – di Claudio Chiappucci: adesso parte e poi vediamo come va a finire. Lezione numero tre: quando parte Pogačar, come va a finire lo sai già.
È stata una stagione inaudita, piena di riferimenti al passato, come se solo la Grande Storia di questo sport possa essere ancora alla sua altezza: il Pantani del ‘98 [Giro-Tour], il Merckx del ‘74 [Giro-Tour-Mondiale], il Coppi del ‘49 [quattro Lombardia di fila]. I 3 minuti e 16 di distacco dati a Evenepoel sul traguardo di Como sono il vantaggio più grande registrato in 53 anni. I 25 successi nel 2024 sono il record in una stagione sola nel XXI secolo, come Petacchi nel 2005, ma Petacchi li ha infilati tutti in volata, con in compagni che lo tenevano al riparo dal vento e il treno che lo accompagnava fino a 200 metri dal traguardo. Con sette classiche monumento vinte sulle quindici corse ha una percentuale di successo del 47%. Dalla Liegi del 2002, a parte il ritiro alla Doyenne nella stagione scorsa, il peggior risultato è il quinto posto alla Sanremo 2022. Quest’anno ha vinto il 77% delle corse a cui ha preso parte.
È l’interprete numero uno di quello che Philippe Gilbert chiama ancora su L’Équipe il ciclismo totale, «un’evoluzione immensa – dice l’ex corridore belga – con questa generazione di corridori offensivi, che partono da lontano con la certezza di vincere. Ho smesso solo due anni fa ed è già un altro mondo. Ovviamente possiamo sempre chiederci se sia positivo o meno avere ciclisti che schiacciano la concorrenza in questo modo, ma quando domini così… Spetta anche alla televisione – dice Gilbert – rendere interessante quello che succede dietro il ciclista in fuga. Sabato, al Giro di Lombardia, la regia non aveva bisogno di mostrarci tutto il tempo Pogačar che faceva la sua cronometro davanti, mentre dietro c’era una battaglia magnifica. C’erano alcuni matti che stavano inseguendo e stavano rientrando e noi non abbiamo visto niente di tutto ciò. Anche i registi hanno bisogno di aggiornarsi, di mostrare la gara in modo diverso con una seconda camera per seguire chi lotta per il podio. È vero che quando commento su Eurosport, possiamo rimanere a corto di argomenti per lunghi periodi di tempo. È difficile restare con il fiato sospeso davanti a scene del genere, quando sappiamo che Pogačar non soffrirà crisi di fame e non cadrà. Dovremmo smettere di focalizzare le immagini solo su di lui, almeno per così tanto tempo».
Gilbert ricorda i tempi in cui si diceva che vestire d’arcobaleno non portasse bene, la maledizione della maglia iridata, veniva chiamata. Lui ci finì dentro, van der Poel e Pogačar nient’affatto, «loro quando stanno bene e decidono di attaccare, non si fanno domande. Che manchino 5, 50 o 100 chilometri all’arrivo, non cambia nulla».
DISCUSSIONI
Il bello e il brutto del 2024
Alla fine della stagione, l’Èquipe ha messo in fila le cose più belle e quelle meno belle di questo 2024. Così con la freccetta che punta verso l’altro si trovano le incursioni di Pogačar, “il suo assolutismo, nel ricordo di grandi pagine della storia del ciclismo e di momenti di coraggio di altri fuoriclasse, Coppi, Merckx, Hinault”; si trova la follia dei Giochi olimpici, “una corsa sfrenata in uno scenario da sogno e nella follia della Butte Montmartre, dove Nils Politt andò perfino a dare un’occhiata ai bagni di un bar: una corsa che ha fatto nascere il desiderio di vedere un giorno una classica per le strade di Parigi”; i 101 km di fuga di Pogačar ai Mondiali; la maglia arcobaleno ovunque con la doppietta Fiandre-Roubaix di van der Poel e il Lombardia di Tadej; “l’eterno, sbalorditivo Poggio” dove van der Poel ha sacrificato le sue ambizioni personali per lanciare al successo il compagno Philipsen.
La freccetta in giù sta accanto alla stagione della Visma, “martoriata dalle cadute, dagli infortuni e dai vari problemi di salute di Wout Van Aert, Christophe Laporte, Dylan Van Baarle e Tiesj Benoot” dopo un 2023 quasi perfetto; sta accanto al comportamento die francesi nelle classiche del nord; sta vicino alla perdita di suspense che questo Pogačar ha introdotto strada facendo; nelle “incoerenze del calendario” vale a dire l’Europeo organizzato nello stesso giorno del GP di Montreal e il Mondiale di Gravel nel giorno della Parigi-Tours; infine il dibattito eterno sul Koppenberg al Giro delle Fiandre. “La pioggia quest’anno ha reso il terreno estremamente scivoloso, costringendo la maggior parte dei corridori a scendere giù dalla bici quando Mathieu Van der Poel ha attaccato sui 200 metri più difficili. Questo storico muro, bandito alla fine degli anni 80, è un rimedio contro la noia e il ciclismo igienizzato. Van der Poel è stato semplicemente il più intelligente, ha pensato a sgonfiare la gomma anteriore per evitare di scivolare”. Significa: non vi permettete di togliere anche il Koppenberg dal Fiandre, dopo aver già sfilato il Grammont dalla cartina.