Menottismo e Bilardismo: che cosa avevano in comune

Quanto è bello Jorge Valdano quando il campionato è fermo, quando non posa per forza e per amore il suo sguardo sul Real Madrid. Nella sua rubrica del sabato su El Pais stamattina si dedica a “Menottismo, Bilardismo e Scalonismo: l’importanza di creare universi”. Il titolo sembra il tema di un convegno o di una tesi di laurea. Bello come il sole. In sostanza Valdano dice che “i grandi coach vincono grazie alle loro personalità e alla creazione di un ambiente di lavoro in cui vengono accettati solo coloro che soddisfano quelle esigenze”.

“Prima che la politica si impadronisse della parola spaccatura – scrive Valdano – Menottismo e Bilardismo erano la nostra spaccatura calcistica, un abisso tra gli opposti. Menotti e Bilardo furono i generali di due eserciti con seguaci incondizionati e nemici implacabili. Storie di successo che vale la pena studiare”. E dunque spiega che quando Menotti prese la guida della squadra argentina, il panorama era caotico. Un caos che nasceva da frustrazioni storiche e un Mondiale ’74 mediocre. Come se non bastasse, i Mondiali del ’78 si sarebbero disputati in Argentina. Menotti creò allora “un ambiente molto professionale, pose condizioni ai club” e cominciò a chiamare i giocatori di talento da tutto il paese selezionandoli dalle giovanili regionali. “Il suo mondo calcistico si riferiva a quell’insieme di idee che avevano ibridato il calcio per allontanarlo dall’influenza inglese. Venivano venerate l’abilità, la malizia, il coraggio di chiedere la palla e di mettere la gamba. La squadra del ’78 aggiunse una vivace dinamica a quello stile. Difesa avanzata, pressing organizzata, buona gestione della palla e l’ambizione di segnare. Menotti, nelle parole e nei fatti, ha portato grandezza nel calcio e i giocatori si sono sentiti protagonisti dentro e fuori dal campo. VInse il Mundial ’78 e da quel momento giocare in Nazionale divenne un onore e una grande responsabilità”.

Quattro anni dopo, España 82 finì con il fallimento argentino, “difficile da comprendere” e Menotti fu sostituito da Bilardo, “uno stile di vita e di calcio opposto – dice Valdano – ma anche credibile perché tutto quello che veniva fatto era coerente con la personalità dei giocatori. Con Bilardo era normale allenarsi con magliette logore e i ritiri si svolgevano in luoghi modesti. Credeva nell’umiltà, nelle tattiche ferree. Un nuovo ambito che gradualmente fidelizzò uno zoccolo duro di giocatori, sottoposti a una sorta di servizio militare. Erano autentici soldati che giocavano per l’Argentina e che hanno sofferto l’indicibile per far conoscere il regime bilardista e diffonderlo ad alcuni di noi che venivano dai club europei. Bilardo – prosegue Valdano – ha studiato a fondo i suoi avversari e ha preteso un livello di concentrazione e di dedizione quasi ossessivi. Era capace di impegnarsi in una lotta biblica contro la distrazione, ma anche di rendersi amabile con alcune eccentricità e certe manifestazioni emotive che guadagnavano il sostegno della squadra. La sua malattia si chiamava vittoria e per vincere scatenava l’adrenalina, senza distinguere il bene dal male. Per anni l’opinione pubblica lo ha demonizzato, ma la vittoria a Messico ’86 fu la sua vendetta, il suo perdono e la sua ricompensa”. 

Cosa li unisce? La componente comune presente nella premessa, le personalità forti e le convinzioni forti che “creano ambienti di lavoro in cui è ammesso solo chi è disposto a fare uno sforzo per adattarsi senza problemi. Menotti e Bilardo sapevano creare universi su misura delle loro ossessioni. Un modo di vivere, un modo di giocare, un modo di vincere. Quella guerra e anche questa pace raggiunta da Scaloni non fanno che dir bene del giocatore argentino, capace di adattarsi a tutte le sfide e a tutti gli stili”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.