Il doppiofondo di Milano

  Sedici arresti, due domiciliari, nell’operazione della Direzione distrettuale antimafia sono coinvolte le figure di spicco delle curve nel calcio di Milano, sospettate di essersi accordate per prendere il controllo delle attività economiche legate allo stadio, con estorsioni, intimidazioni, pestaggi: la vendita di biglietti sul mercato nero, le bevande, il merchandising, la gestione abusiva dei parcheggi. I capi ultras dell’Inter sono anche accusati di aver girato una quota degli introiti alla famiglia dei Bellocco di Rosarno, affiliati alla malavita organizzata. 

Fra gli arrestati ci sono Luca Lucci, capo degli ultras del Milan; Marco Ferdico, esponente di spicco nella curva dell’Inter; Renato Bosetti, nuovo capo del tifo nerazzurro dopo l’arresto di Andrea Beretta, accusato di aver ucciso qualche settimana fa Antonio Bellocco, probabilmente per un diverbio sul business del tifo. Due anni fa era successo a Vittorio Boiocchi, ammazzato sotto casa prima di Inter-Sampdoria. Per questo il procuratore antimafia Giovanni Melillo parla di «deriva criminale negli stadi» e il gip Domenico Santoro – scrive il Corriere della sera – “apre un inquietante spaccato su come le società di Inter e Milan hanno in questi anni «assecondato» le brame dei gruppi che rivendevano i tagliandi con pesanti sovrapprezzi. Con gli ultrà che si muovevano in «una situazione di omertà paragonabile a quella che le organizzazioni di tipo mafioso sono in grado di ingenerare nel territorio dalle stesse controllato»”.

A parte le consuete lenzuolate con le trascrizioni delle telefonate, l’aspetto più interessante è nell’analisi di Luigi Ferrarella sul Corriere della sera, anticipata online da ieri. Riguarda le responsabilità dei club, responsabilità che il gip racchiude nel passaggio secondo cui «se stadio e attività economiche sono fuori da ogni controllo di legalità, ciò è almeno in parte anche causa di alcune carenze organizzative dell’Inter nei rapporti con la tifoseria». 

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Scrive Ferrarella: “Ecco perché, al pari del Milan per i rapporti con il capo ultrà Luca Lucci a dispetto delle sue condanne per traffico di droga e lesioni, a carico dell’Inter è stato iscritto dalla Procura un «procedimento di prevenzione», che, se le due società non alzeranno nei prossimi mesi il livello degli anticorpi organizzativi, in teoria potrebbe in futuro sfociare nella loro messa in amministrazione giudiziaria: istituto già usato su imprese alle quali, attraverso il libero esercizio dell’attività economica (pur se non illecita), possa essere rimproverato, anche solo a titolo colposo per inerzia o disorganizzazione o cedimento a intimidazioni, d’aver di fatto agevolato l’attività di indagati di un determinato catalogo di reati”. 

Il gip Santoro trova che «è difficile non scorgere una scarsa conoscenza» del fenomeno da parte di una società «sottoposta a pressioni che prova a mediare nell’interesse della squadra», ma al prezzo di «sottovalutare il peso di certi accadimenti». Così c’è l’incontro organizzato tra gli ultrà e Skriniar quando il difensore voleva andar via, quello sventato con Simone Inzaghi perché «ci sono le telecamere» [volevano suggerirgli la formazione], 200 biglietti in più chiesti oltre la razione di mille, che da 200 diventano 500 per la incredulità degli stessi capi ultrà. 

Cosa rischiano Inter e Milan. Il Corriere dello sport-stadio scrive con Fabio Massimo Splendore: “Da niente a inibizioni per i dirigenti, squalifiche per i tesserati, ammende pecuniarie o sull’utilizzo dell’impianto per le due società (solo le curve o tutto il Meazza chiuso). Fino alla penalizzazione. Questo è il ventaglio, risposte oggi non ce ne possono essere. Poi c’è l’aspetto extra sportivo, regolamentato dall’art 8 della legge 401 dell’89, quella dei Daspo, che in uno degli aggiornamenti sancisce: “è parimenti vietato alle società sportive corrispondere contributi, sovvenzioni, facilitazioni di qualsiasi genere ad associazioni di tifosi comunque denominate”. E questa è legge dello Stato.  Certo, la storia, come detto, è scabrosa e ha tinte criminali forti. La tempistica della Procura Figc è nota: 60 giorni dalla acquisizione degli atti, massimo due proroghe: diciamo che entro tre mesi arriveranno le determinazioni”.

 

LA POLITICA

Repubblica segue con Paolo Berizzi gli intrecci con la politica, a partire da una famosa foto del 2018 in cui il ministro Salvini abbraccia alcuni capi ultrà. Uno è Luca Lucci arrestato ieri con il fratello Francesco. Racconta Berizzi che un mese prima aveva patteggiato un anno e mezzo dopo essere stato arrestato in un’operazione antidroga. «Sono un indagato tra gli indagati», disse Salvini in sua difesa, «in curva c’è gente positiva». Ieri ha commentato in modo diverso: «Violenza e mafia devono stare fuori dagli stadi». 

“Un anno dopo – scrive Berizzi – a Lucci vennero sequestrati case, auto e soldi per 1,5 milioni. Avvezzo da anni a spedizioni punitive e affari sporchi l’amico di Fedez, tra un arresto e l’altro, studiava da imprenditore come l’amico e socio di curva Giancarlo “Sandokan” Lombardi, che gli ha ceduto lo scettro. Uno vicino a famiglie mafiose, che girava in Ferrari, con interessi nel mondo della security e dei locali. Raccontano che quando Lucci finì sui giornali in feeling con Salvini, sbocciò più di una bottiglia con fratello e amici. Per lui fu una specie di attestato. Adesso sentirà parlare di sé di nuovo in una cella”.

 

LA MUSICA

Il capitolo di questa storia conduce ai rapporti tra Lucci e alcuni rapper, non indagati. Rosario Di Raimondo su Repubblica annota: “Mondi in apparenza così lontani eppure così vicini che rimbalzano sotto il cielo di Milano, o meglio nel suo sottobosco che non risplende nelle storie di Instagram. Dove il rapper chiede aiuto all’ultrà per vendere lattine allo stadio, poi coi suoi guardiaspalle fa brutto sotto casa del personal trainer amico dei vip e intanto chiama l’archistar perché in un locale vuole farci il «club figo», altro che le vostre orchestrine da «sofisticati». Non stavamo parlando di pallone e rapporti malati con gli ultrà? Anche, certo, ma nella città che produce bisogna saper differenziare. E nascono relazioni pericolose”. 

Anche in questo caso abbondano le intercettazioni e le ricostruzioni sulla scorta dei colloqui registrati dagli inquirenti fra le persone coinvolte in questa storia, dalle quali emergono “ambizioni imprenditoriali” del capo della Sud, fino a tessere relazioni con diversi artisti italiani, il più famoso dei quali è Fedez. Il gip scrive “relazioni di carattere lavorativo nel settore musicale. Ciò gli ha consentito di aumentare, in maniera esponenziale, e con pochissimi controlli, i propri guadagni”. 

Stefano Cappellini su Repubblica dice che nella città devota ai soldi esiste un solo grado di separazione tra picchiatori da stadio e quelli che chiama collezionisti di clic. “Un mondo dove tre minuti di dissing su Youtube – sintetizza Repubblica nel sommario – valgono come il salario di qualche migliaio di rider di Glovo. La cosa più difficile è attribuire un mestiere certo ai protagonisti del romanzo milanese. Che passano dai bar della Curva a Citylife sempre in favore di pubblico”

Maria Laura Rodotà su La Stampa ha scritto che “sembra una serie truce di Netflix, sembra una discesa nei guai da romanzone con ascesa e caduta, è una botta di realtà per il pubblico di buoni sentimenti a cui Fedez è simpatico. O forse era, fino a un paio d’anni fa”. E dopo aver riepilogato i passaggi dell’ordinanza in cui il rapper milanese viene citato per alcuni affari con pregiudicati e indagati, conclude: “Per questo e altro la saga di Fedez è un pezzo della storia dell’Italia di adesso, tra tifo, locali fighetti, influencer, criminali, collusi, giovani uomini vestiti come il ministro Lollobrigida, e la cocaina che devasta classi dirigenti, gente visibile, gente normale. La serie, se si girasse, si potrebbe chiamare Secondo anello. Di San Siro, quello di Lucci (il terzo anello, per noi italiani mezzi nazionalpop e mezzi di mezza età, è quello di Peo Pericoli-Teo Teocoli in Mai dire gol, perciò va lasciato stare, ci ricorda tempi meno cupi, e a volte aiuta)”.

A mister Lucia e quell’infinito dissing tra sé e la coerenza – così titola il Fatto Quotidiano – si dedica Selvaggia Lucarelli, che alla caduta dei Ferragnez ha dedicato il suo ultimo libro Il vaso di Pandoro. Lucarelli riassume la storia e conclude: “Sarebbe tutto già surreale se non si aggiungesse un passaggio: domenica scorsa, insieme al suo bodyguard e amico inseparabile Christian Rosiello (arrestato ieri), Fedez arriva a Roma per inaugurare la casa famiglia dell’associazione Andrea Todisco in un immobile confiscato alla criminalità organizzata e ristrutturato tramite la sua fondazione. Insomma, Fedez ha un concetto curioso di legalità: gli immobili vanno confiscati ai criminali, ma se i criminali sono amici suoi, bisogna aiutarli nella gestione di immobili. Un dissing infinito quello tra Fedez e la sua coerenza”.

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I COMMENTI

Nella sua rubrica Breviario del lunedì per Sky Sport Insider, Alessandro Bonan ha scritto: “Finalmente una buona notizia. Da oggi probabilmente cambia tutto”. È curiosa la coincidenza. Anche Piero Colaprico,su Repubblica, comincia il suo commento con lo stesso avverbio: “Finalmente”. Una parola che sa di liberazione, un tappo che salta, un tappo che teneva compressa una certa attitudine cittadina a magnificarsi nella gloria e a nascondersi le ombre. Tra i giornali sportivi, stamattina la Gazzetta milanese è la sola a non dedicare la foto principale e il titolo più grande a questa storia gigantesca. “Coppa d’attacco, Inter e Milan a caccia di eurogol”, daje, strilla il giornale diretto da Stefano Barigelli. Neppure una riga di commento nella pagina delle opinioni [in compenso ce n’è uno sulla sconfitta del Pisa a Brescia]. 

Colaprico dunque firma su Repubblica un intervento che è di rara durezza, rara per una città come Milano. Eventi simili accaduti al centro-sud hanno generato lezioni di superiorità morale e analisi etno-antropologiche. 

“Finalmente – dice Colaprico  – ripetiamo, la Milano dei buoni, dei giusti, dei glamour, dei perfettini, del marketing e dell’advertising, degli archistar e dei manager dei social deve fare i conti con i propri eccessi di disinvoltura. Le pagine dell’ordinanza di custodia sono ricche di contatti in un’ampia zona grigia. Tanto da far pensare che in alcuni ambienti — a cominciare dallo stadio di San Siro — legalità e illegalità siano poggiate una all’altra, come le carte del castello. Il giudice parla dello stadio come “terra sottratta al controllo di legalità”, ci sembra che moltissime persone, a cominciare dai tifosi, sinora potevano ignorare la gravità dello stato delle cose. Chi avrebbe immaginato patti di “non belligeranza” in base ai quali chiunque fosse andato alla finale di Champions a Istanbul, avrebbe dato alla tifoseria avversaria il 50 per cento dei propri incassi? Uno schema che ricorda il sistema delle mazzette durante Tangentopoli: uno prende, e poi dà a tutti (i partiti). Bravi i sostituti procuratori Storari e Ombra a non essersi fermati al singolo omicidio, ma a spingersi con i detective in quella che a Roma venne chiamata “terra di mezzo” e che a Milano, prendendo a presto un’intercettazione, potremmo definire “doppiofondo”. Come i pullman degli ultras — intercettati — passano dal carrozziere amico, che crea il doppiofondo per nascondere le armi, così Milano, la locomotiva economica d’Italia, l’onnipoli internazionale dove c’è tutto e il contrario di tutto, ha al suo interno qualche misterioso scomparto, se non addirittura qualche segreto scompartimento. E là, in questo sottofondo, prosperano i boss che puntano a imporsi su squadre, calciatori e vip. Ma far finta di non sentire e non vedere si chiamerebbe, anche a Milano, omertà”.

Finalmente. 

 

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