Lo stupore bambino di una maschera chiamata Totò

Due cose permettevano di parlare con enfasi di Italia ‘90, i Mondiali più brutti nella storia recente del calcio: l’inno di Edoardo Bennato e Gianna Nannini, i gol di Schillaci. Finirono per diventare una cosa sola, L’uno voleva dire anche gli altri, sotto il cielo di un’estate italiana. Totò sbucò dal nulla e aveva gli occhi a palla. I gol segnati in serie B con il Messina lo avevano portato alla Juventus, un anno di Juventus lo aveva mandato ai Mondiali, un mese di Mondiali lo proiettò dritto nella leggenda. È stato l’amore di una stagione, troppo spesso li sottovalutiamo. Fu una vampa di luglio, fu il sogno di una manciata di notti bianche di mezza estate. Divenne una maschera, si chiamava Totò. 

Diventò una parodia [«Ringrazio Giannini per l’assist e in particolare tutta la squadra»], diventò il terrone da colpire con i cori negli stadi, diventò un titolo con cui il giornale satirico Cuore fotografava nel più esemplare dei modi quel mese da idolo della nazione e da spirito invasato del calcio, perché “dopo gol segnati di piloro, di pomo d’Adamo, di polpaccio, di capelli e di chiappa” aveva sbagliato contro l’Inghilterra nella finale per il terzo posto “un gol a quindici centimetri della porta perché la palla gli è arrivata sulla parte sbagliata del corpo: il piede”

 

Fu un lampo, ma che lampo, e quand’è passato Schillaci ha messo la sua vita fatta di molti temporali nell’autobiografia Il gol è tutto, i presidenti discussi, gli arresti in famiglia, le telefonate registrate dall’anti-mafia, il dolore per la droga di suo cugino Maurizio. «La gente pensa che esista solo il campo. Invece per resistere nel calcio bisogna accettare altre cose. Io le ho accettate. Se vuoi essere un personaggio, devi stare al gioco. La sincerità è un bene a cui si rinuncia. Perciò esiste il calciatorese, quella lingua in cui si parla e non si dice niente. Alla mia prima partita, nello spogliatoio del Messina, c’era un barattolino di perline rosse. Pastiglie di Micoren. Ognuno ne prendeva due, servivano a spezzare il fiato. Le presi anch’io, fidandomi dei medici. La mia vita è stata difficile. Sono nato di sette mesi, i nonni mi scaldavano con bottiglie d’acqua calda. Abitavamo in via della Sfera 19. Un segno. La sfera era il pallone e il 19 la maglia ai Mondiali. Al Cep avevo cattive compagnie, ma il calcio mi distraeva, e per distrazione mi sono salvato. Non andavo volentieri a scuola, ma i pericoli so vederli. Gli anni ’90 a Palermo sono stati terribili. Ho aperto tardi gli occhi. Pensavo a giocare, per me la mafia era una realtà locale. Il pizzo, il totonero, le bische. Finché una sera, in ritiro, Trapattoni si avvicina e mi fa: avete ucciso anche Falcone. Gli risposi: mister, ero con Baggio, chieda a lui cosa ho fatto. Non scherzava, l’aria era pesante. Ma andai a ripeterglielo quando lasciai la Juve: non l’ho ucciso io, né quei siciliani che non meritano pregiudizi. Non vengo da una famiglia benestante. Mio padre ci portava al mare a Mondello, al posto del salvagente avevo una camera d’aria per stare a galla. Ho fatto il panettiere, il gommista, l’ambulante, ho consegnato il vino, vendevo frutta. Volevo dei soldi in tasca, il calcio è stato la mia camera d’aria. Giocavo per ore col Super Tele, il pallone leggero. Nemmeno Pelé ci fa tre palleggi col Super Tele».

Aveva scavalcato la povertà, ma non l’aveva dribblata. Schillaci ha sofferto la celebrità. Non voleva essere famoso, voleva solo giocare a pallone. Quando accettò l’offerta del Jubilo al tramonto, ai giapponesi disse: voi siete penultimi in classifica, io da bambino ero un ultimo. Fra i suoi 17 anni e i suoi 34 anni niente è stato normale. «Per tirarmi fuori dai guai – diceva – il calcio s’è preso i miei anni migliori». Raccontò del sesso facile per un calciatore [«Cercavo attenzioni. A Torino sono stato discriminato. Offese, sfottò, le scritte sotto casa. Andai in crisi. Convertivo la rabbia in sesso. Ho tradito molto. Ma il tradimento è come una bibita gasata. Toglie la sete subito, poi hai di nuovo la gola secca»] , raccontò di una reazione fuori scala con Baggio [«Leggevo certe cose su mia moglie Rita, ero furioso. Lui col piede muoveva il giornale: non darci importanza, ripeteva. E muoveva il giornale. Mi alzai e gli diedi una testata»], passò le pene dell’inferno dopo il matrimonio. «La Juve non voleva che ci separassimo. Portavo in campo i tormenti. Gossip, malignità. Tutti a telefonarmi quando Lentini ebbe l’incidente mentre andava da lei. Negli stadi insultavano. Non bastava terrone e mafioso, non bastava il coro “ruba le gomme”. No: pure cornuto. In società non ne parlavano, ma le persone intelligenti accennano, fanno capire. Comprarono Vialli. Dovetti andar via. Ora sono cambiati i tempi, dopo Gianni Agnelli vedo che è cambiata pure la Juve. Sui capelli lunghi, sulla puntualità, sugli amori». 

Alla Juve non piaceva nemmeno come parlava. Gli diedero un’insegnante di italiano. Lui provò a portarla a letto. «Non ero l’unico a non saper parlare. La maggior parte dei calciatori – ha detto – è ignorante. Guardate come sbagliamo gli investimenti. Una donna semplice come mia madre è stata sempre più brava di me a capire quali fossero le persone di cui non fidarsi». Lo convinsero a portar voti a Forza Italia a Palermo [«Sono stato spesso usato come un gioiellino da esibire»], nessuno nel calcio ha pensato che potesse essere utile a qualcuno, a qualcosa, dopo il lampo, dopo i gol, dopo l’estate del Novanta. Schillaci aveva aperto una scuola calcio a Palermo, senza fare l’allenatore come Zenga e Giannini, senza diventare un cittì come Donadoni e Mancini, senza andare in tv come Bergomi e Marocchi, senza rimanere per sempre quello delle Notti Magiche, lui che delle Notti Magiche era stato il corpo e l’anima. «Avrei ripreso la solita vita. Alberghi, aeroporti, stadi. Questo è. Ma preferisco vivere. Ora se vado a Parigi, la torre Eiffel la vedo». Sua figlia Jessica si è laureata senza far sapere di essere sua figlia. Mattia è andato all’università. Nicole vive in Svizzera con la madre. «Sono stato assente ma gli ho consentito di studiare. Spero non sia stato un peso chiamarsi Schillaci, Io mi sono sempre raccomandato: se c’è chi sparla di me, non rispondete. Mai. Certe volte, la lingua migliore è il silenzio».  

Nel giro di quattro anni se ne sono andati Paolo Rossi, Diego Maradona, Gianluca Vialli e Totò Schillaci. I migliori anni della nostra vita. 

  PUZZLE  Scrivono di lui

▥   Walter Veltroni, Corriere della sera: “Era un gran giocatore, Totò. Altroché se lo era. Discontinuo, bizzoso, irascibile, facile a deprimersi, quello che si vuole. Ma aveva talento da vendere e una rapidità istintiva, un fiuto del gol, un senso della posizione giusta da assumere per trovare subito la porta, che destavano invidia e meraviglia. Una famosa fotografia ritrae i suoi occhi aperti, sbarrati, in una espressione che nessuno può dimenticare. Così vogliamo ricordarlo, ora che una ostinata malattia ce lo ha portato via, con affetto e gratitudine. Con quello sguardo sorpreso e tenace, di chi si è liberato da un destino assegnato ed è diventato, improvvisamente, figlio di un intero Paese”.

▥   Giulia Zonca, La Stampa: “ L’Italia non vince quei Mondiali né sul campo né fuori, ma, in mezzo a una frenesia che avrebbe prodotto danni, scatena una passione genuina e trova un’autoironia rara nel tifo. La faccia di Schillaci resta più delle prodezze di Baggio (che si sarebbero fatte ricordare dopo) perché si abbina allo stupore della nuova epoca. Si può credere a qualsiasi cosa, del resto è l’anno di Pretty Woman che aggancia i desideri alle favole e di Ghost. C’è ancora chi è convinto che fare vasi di ceramica sia sexy. Il nostro cinema firma Turné e Il tè nel deserto, con orizzonti illimitati. In quella stagione esce Twin Peaks, anche se la serie arriva su Canale 5 solo nell’inverno successivo. Eppure, quel Mondiale si sarebbe potuto incidere sullo stesso miniregistratore dell’agente Cooper: «Diane, ore 21 del 9 giugno, stadio Olimpico, Roma, Italia contro Austria, 1-0, gol di Schillaci: di testa a rubare il tempo a un avversario alto 20 cm più di lui. Incredibile. C’è un’aria difficile da decifrare, ognuno qui sembra pensare che ogni sogno sia realizzabile». Più o meno così, almeno fino alla notte del pasticcio contro l’Argentina da cui usciamo barcollanti come Laura Palmer nelle immagini in cui cammina scalza di notte sull’asfalto“. 

▥   Maurizio Crosetti, Repubblica: “Totò Schillaci guardò sé stesso con quei famosi occhioni spiritati e sgomenti, e forse fu il primo tra gli increduli. Era tutto troppo, e probabilmente il ragazzo lo sapeva.  Totò spalancò ben bene le pupille per essere sicuro che lì dentro, in quel tornado, ci fosse proprio lui. Totò Schillaci è stato un centravanti brevilineo alla sudamericana, uno di quei tipi spietati e fatti di gomma, impossibili da abbattere, rimbalzanti. Faceva gol in ogni modo, anche di sponda e per caso, finché non smise. Lo avevano allevato due grandi allenatori irregolari, Franco Scoglio e Zdenek Zeman, capaci di non levargli di dosso la cazzimma. Schillaci non si poteva addestrare: occorreva fidarsi del suo radar. forse è venuto il momento, dicendogli addio, di chiedergli scusa per non averlo capito, per essere stati superficiali con lui, abbagliati da uno sguardo”. 

▥   Roberto Beccantini, Corriere dello sport-stadio: “Opportunista di scuola ruspante, capace di mangiarsi gol che, per Boniperti, «un giocatore normale realizzerebbe dieci volte su nove». Mi piace immaginarlo mentre corre verso la porta, la palla al piede ma non palla al piede, grezzo, sordo ai moccoli di compari e avversari, roba da ridere per uno venuto su tra i casermoni del quartiere Cep, il chiodo fisso del gol e l’ossessione che qualcuno glielo rubi, non importa chi. In campo, non ha mai contato fino a dieci. Di destro, in agguato, dal limite, persino di testa o di sinistro: tutto e subito. Se bastava, evviva. Se non bastava, giù labiali da bettola. Totò è stato questo. Uno che si è fatto notare per poco, ma che ricorderemo per sempre”

▥   Tony Damascelli, il Giornale: “Schillaci è stato un attaccante di quelli immediati, se l’aggettivo può servire a comprendere meglio le sue qualità e le sue caratteristiche. Non un fuoriclasse, non un campione come vengono descritti dai narratori contemporanei. Il fisico era tozzo come fu quello del tedesco Gerd Muller, il fulmineo tiro a rete, l’astuzia del rapace pronto ad afferrare la preda stranita, Totò dunque nel mondiale delle notti magiche, apparve imprevisto e ci regalò sei gol e, assieme, quello sguardo del diavolo quasi stupito lui medesimo del fatto, dell’evento, del miracolo”.

▥   Jessica Schillaci, Repubblica: “Questo è il regalo che dovevo a mio padre. Raccontare ai milioni di italiani che ha fatto gioire, chi era l’uomo che si nascondeva dietro quegli occhi fuori dalle orbite.  Io ho vissuto la vita di una bambina figlia di un personaggio famoso, non ci ho capito molto ma mi piaceva l’amore delle persone che per strada incontravano papà, alcuni esageravano addirittura inchinandosi quando lo vedevano. Mi rendeva felice tutto quell’entusiasmo. È stato a suo modo un eroe ma per me era solo un padre. Il nostro rapporto non è stato sempre facile, ma quale rapporto fra genitori e figli è facile?  La situazione è precipitata negli ultimi giorni: papà ha iniziato a giocare una partita che sapeva già di avere perso. Ma se l’è giocata fino in fondo pensando non a sé stesso ma alle persone che ha amato e che continuerà ad amare ovunque si trovi adesso. Ovunque siano i suoi occhi fuori dalle orbite”. 

▥   Marco Ciriello, Domani: “Ogni gol una notte, ogni notte uno sguardo diverso, e per ogni sguardo una gioia enorme consegnata agli italiani e che Schillaci sembrava voler misurare con le braccia, aprendole come Domenico Modugno quando cantava Volare. Perché negli occhi di Totò c’era l’assalto alle complicazioni dell’esistenza: i suoi gol erano il requiem per un mondo che finiva, ma sembrava il carnevale infinito della giovinezza, che solo i piedi di Maradona potevano interrompere. Adesso quegli occhi sono chiusi. Non c’è più la luce, l’istinto, la voglia. Ma un’eco lontana di stupore bambino. L’anima pietrificata nelle parole di Bruno Pizzul, l’Omero di quella estate mondiale, quando scoprimmo che gli attaccanti avevano gli occhi e che gli occhi non erano solo occhi, ma un memoriale di sospiri e urla, un catalogo di gol – quelli di Totò – che portavano l’ebbrezza d’un vaneggiamento che credevamo essere il preludio alla felicità e che invece era la felicità, nella sua forma più semplice: lo stare insieme intorno a un pallone che entra in porta”

L’ARCIPARTITA

 “Traccagno di struttura quasi brevilinea, baricentro modicamente basso, cattiveria istintiva nel ricercare il possesso della palla, che mai vorrebbe mollare a bipedi secondari. Capacità di ingobbire caricando il destro come una balista da assedio. E la spocchia incredibile di sfidare anche il proprio destino fingendosi gigante fra tanti gnomi che pure gli somigliano”  [Gianni Brera]

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