Sei poco italiano se non fai ammuina. La tesi di Wilander su Jannik Sinner

Cosa sarà del tennis nell’età di Sinner? Il tema è questo. Cosa aspettarsi, ora che Flushing Meadows ci ha dato un’indicazione chiara, netta, di dove andremo. Da un anno Jannik non perde una partita contro un tennista al di sotto della soglia dei primi-20 al mondo [Lajovic, Cincinnati 2023]. Ha battuto nella finale di NY il numero #7 senza neppure dar l’idea che potesse cominciare la partita, una partita vera. Un pronostico contro di lui, oggi contro oggi, si può azzardare solo nel giorno in cui dovesse incrociare un ultimo bagliore dell’antico Djokovic o la versione perfetta di Carlos Alcaraz. Martina Navratilova dice che vincerà almeno 10 Slam. Tumaini Carayol sul Guardian ci mette in guardia, avverte, dice che “anche a 37 anni è meglio non dare per spacciato un giocatore che ha trascorso la sua carriera a raccogliere trionfi da posizioni improbabili”, e sta parlando ovviamente di Djokovic. “Ma dopo anni in cui ha avuto il bersaglio più grande sulla schiena – scrive il Guardian – ora fa di nuovo parte del gruppo degli inseguitori. Djokovic dovrà sedersi e decidere se, dopo tutti i record che ha ottenuto, è ancora veramente motivato a fare tutti i sacrifici che ha sopportato nel corso della sua carriera per avere successo. 

Ma questa è l’aria che tira. Un milione di persone ha varcato complessivamente i cancelli di Flushing Meadows nelle due settimane, eppure secondo Christopher Clarey – un tempo firma del New York Times e oggi titolare della newsletter Tennis & Beyond  [secondo Guia Soncini i giornalisti che non hanno più voglia di lavorare si aprono una newsletter] – questa edizione del torneo sarà considerata “un buon US Open ma non un vero boom. Forse perché è stata una stagione olimpica faticosa e certamente non ha danneggiato le possibilità di Sabalenka e Sinner a New York il fatto che entrambi abbiano saltato i Giochi di Parigi”. 

Sul tema stamattina interviene dalla sua colonna su L’Équipe anche Mats Wilander, chiedendosi proprio se il panorama di NY non sia figlio della stanchezza di chi è andato all’Olimpiade, se un certo livello tecnico al di sotto delle attese non sia dovuto all’accumulo di grandi obiettivi nell’estate. 

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Eh sì, perché questo US Open – scrive – “alla fine non è stato così divertente come avremmo potuto sperare. Jannik Sinner era decisamente troppo forte per la concorrenza. È capace di elevare il suo tennis a livelli raramente raggiunti anche da Novak Djokovic al vertice della sua arte. Solo che di Novak non ci sorprendiamo più, dal momento che cresce e migliora a questi livelli folli da quindici anni”. 

L’Italia giustamente ne respira appieno il profumo dopo mezzo secolo di poco o niente. Celebra le sue vittorie, vi partecipa, distoglie lo sguardo dalle debolezze. Il tifo è per sua natura irrazionale. Il resto del mondo deve chiedersi altro. Wilander per esempio riferisce di aver sentito delle “lamentele sulla mancanza di carisma di Jannik, ma arriverà con il tempo e con i risultati. Il suo carisma, per il momento, è giocare il miglior tennis del mondo, di gran lunga il più completo. Perché Jimmy Connors ne aveva così tanto mentre Goran Ivanisevic, all’inizio della carriera, ne era gravemente sprovvisto? Perché il primo rispondeva urlando, mentre al secondo bastava il suo enorme servizio per segnare il punto. Lasciava poco tempo al carisma per svilupparsi e per conquistare il pubblico”, spiega lo svedese che nel 1988 vinse tre Slam su quattro. E da svedese si lancia su un terreno che non riesce a immaginare quanto sia sdrucciolevole, per le sue implicazioni storiche, culturali, politiche. 

Wilander dice: “Personalmente preferirei che Sinner fosse più italiano, con il temperamento focoso che ne consegue, che non austriaco con questa immancabile freddezza, ma non possiamo farci niente. Trarrebbe beneficio dal giocare con una bandana anziché starsene nascosto sotto un berretto alla Jim Courier”. Ma detto ciò, una volta licenziato il cliché su chi è italiano e chi no, Wilander non si dice preoccupato per il futuro del tennis, “visto che il livello di gioco continua a migliorare”. 

Con una postilla. 

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IL CONFRONTO DI STILI. PARLIAMONE

Ecco, qui arriva l’asterisco più interessante, decisamente più interessante dell’obiezione di prima sulla bandana e il temperamento. “A condizione – dice Wilander – che questo dominio schiacciante non duri due o tre anni. Se consideriamo che Djokovic è alla fine, mi sembra fondamentale che la rivalità con Carlos Alcaraz si inasprisca. Lasciamo che lo spagnolo mandi a Sinner il seguente messaggio: – Aspetta un attimo, ci sono anch’io. Ma attenzione: non c’è niente di più noioso di una rivalità senza opposizione stilistica, come quella che ci fu tra me e Ivan Lendl. Becker-Edberg era un’altra cosa perché c’era il serve-and-volley che ravvivava le cose. Aggiungo quindi che idealmente servirebbe un terzo elemento, un ragazzo che confonda le carte in questo tennis a due teste. Che sia della stessa generazione o meno, non importa. Daniil Medvedev o Alexander Zverev, anche a 28 o 27 anni, possono ricoprire questo ruolo”. 

Oggi giocano tutti allo stesso modo, sottolinea Piero Valesio su Domani, ricordando che Sampras-Agassi edizione 2001 a New York fu una delle partite più belle di sempre: “un quarto di finale vinto da Pete dopo quattro tiebreak ma soprattutto con 170 discese a rete delle quali il 70% portarono il punto. E dall’altra parte della rete Agassi si esibì in 55 risposte vincenti. La differenza crea completezza e spettacolo”. Indimenticabile fu Federer-Nadal a Roma 2006, a Wimbledon 2008, indimenticabile più di ogni altra partita Borg-McEnroe a Wimbledon 1980. Uno così e l’altro colà. Forse non è neppure solo una questione di stili, serve un diavolo contro l’acqua santa, serve un maledetto, l’uomo circondato dalle ombre [Agassi, Djokovic, McEnroe, Connors] che sfida quello con l’aureola intorno al capo [Sampras, Federer, Borg]. Se l’aureola la porta Sinner e la porta pure Alcaraz, maledizione, la parte del cattivo, chi la fa? “Ci vuole il villain perché il film del tennis prenda corpo” ha scritto Valesio. 

Un’idea ci sarebbe.

Kyrgios. 

Nick, posa quel microfono, riprendi la racchetta e vediamo se gliene sai dire quattro in campo. 

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