Ora la Spagna si domanda se questa sbornia di una domenica di luglio tra Londra e Berlino può diventare affermazione olimpica tra qualche giorno, dalle parti di Parigi. Non è un paese con una grande storia di successi ai Giochi.
Di ritorno da Tokyo i fratelli latini andarono in crisi di fronte alle 40 medaglie italiane, loro ne avevano messe insieme meno della metà [17]. Poco più di quella metà sono riusciti a conquistarne solo nell’edizione di casa ormai lontana trent’anni, 22 podi a Barcellona ‘92, non tantissimi per chi ospita [58 l’Australia nel 2000, 65 la Gran Bretagna nel 2012, 58 il Giappone nel 2021], con un picco di 13 ori mai più raggiunto e mai più avvicinato, se non alla lontana nell’edizione di Rio 2016, quando furono sette.
Come diavolo fa l’Italia, si chiesero con somma invidia i giornali spagnoli: mettendo l’enfasi sulla crescita nel nuoto e sull’unicità del sistema di sovvenzionamento, non solo i fondi statali distribuiti alle federazioni attraverso l’agenzia governativa Sport e Salute, ma pure gli stipendi da posto fisso alle atlete e agli atleti attraverso i gruppi sportivi dei corpi militari.
La Spagna di Parigi dovrebbe essere mediamente in linea con le altre Spagne olimpiche. Nelle previsioni della Nielsen viene accreditata di 18 medaglie, solo 4 ori, 7 argenti e 7 bronzi. La piccola Italia di cui diciamo spesso male è attesa ancora nel G-7 con 46 podi e 11 ori, ma soprattutto con la previsione di una raccolta diffusa. Le medaglie dovrebbero arrivare in 20 sport differenti. È il dato più interessante: si vedrà.
I NUOVI GIOVANI
Alcaraz, Williams e Yamal hanno acceso comunque una luce. Dei giovani spagnoli in ascesa si occupa The Ringer, rivista americana di sport, cultura pop e tecnologia. “Le parole che usiamo per descrivere la gioventù quando parliamo di sport professionistici – ha scritto Anthony Dabbundo – hanno spesso una connotazione negativa. Li diciamo inesperti, impreparati, ingenui. Ci innamoriamo di certi atleti che brillano in giovane età, ma molti di loro non soddisfano poi del tutto le nostre aspettative. Ci annebbiano i sensi e dopo ci deludono. John Keating aveva un’idea diversa dei giovani in classe ne L’attimo fuggente quando diceva: – Devi sforzarti di trovare la tua voce, più aspetti a cominciare, meno probabilità avrai di trovarla”. Ebbene, domenica, dice The Ringer, “la voce sportiva di un intero paese ha raggiunto il culmine attorno a tre atleti. Tutti e tre hanno 22 anni o meno e nessuno è ancora nel pieno della sua forma atletica, ma tutti e tre stanno giocando al top dei loro sport. Insieme rappresentano la rinascita della grandezza spagnola nei due sport che sono più importanti per il suo panorama sportivo nazionale”
The Ringer ricorda che prima dell’epifania di Rafa Nadal da 19enne al Roland-Garros nel 2005, il tennis spagnolo non aveva una storia di vittorie ai massimi livelli nel tennis. Aveva avuto Manuel Santana e Arantxa Sánchez, aveva avuto Sergi Bruguera, ma erano trattati più come eccezioni che come figure di una spiccata tradizione. La regolarità di successi è stata garantita da Nadal e i suoi 22 titoli del Grande Slam. “La sua ascesa – si legge – ha preceduto di qualche anno quella della più grande generazione di calciatori spagnoli. Franz Kafka una volta ha scritto che i giovani sono felici perché possono vedere la bellezza, e la bellezza della gioventù spagnola è destinata a risplendere per gli anni a venire”.
Di questi ragazzi, di uno di questi ragazzi, si occupa Giulia Zonca su la Stampa, partendo dalla foto di Yamal abbracciato al fratellino, sul prato in Germania, dopo la vittoria. “Se hai 17 anni da un giorno e l’Europa decide che sei il ragazzo da guardare, forse cercare quella piattola di tuo fratello di neanche due anni, che ha il ciuccio in bocca mentre tu sei l’idolo delle adolescenti, non è il gesto più scontato. Eppure Lamine Yamal, al suo primo trofeo internazionale vissuto da protagonista, voleva stare solo con Keyne, il fratellino. Con nessun altro, sopra il prato dell’Olympiastadion diventato improvvisamente un parco in cui appartarsi un momento quasi privato. Non è un gesto da teenager o almeno non secondo i canoni di un’età ribelle e umorale in cui il bisogno di approvazione e appartenenze condizionano le scelte personali. Però Yamal è un 17enne anomalo nel calcio che chiede prove di continuità a cui pochi sanno rispondere ed è un 17enne dei Duemilaventi: gente che eredita una società in crisi e sa fin da piccolo quanto conta tenersi stretti gli affetti veri“.
Della Spagna e del suo sistema sportivo scrive Maurizio Crosetti su Repubblica dicendo che esistono ragioni lontane e profonde per Europeo e Wimbledon nello stesso pomeriggio. “Cause nobili e alte, diciamo 9 centimetri: ovvero l’aumento medio di statura della popolazione maschile spagnola dal 1940 a oggi, 3 centimetri più della crescita media in Europa. E anche le donne non scherzano: più 7 centimetri. Ma il cambiamento epocale ha una data più recente, il 1978, anno in cui finì la dittatura franchista. Da allora, bambini e ragazzi spagnoli si sono nutriti meglio, sono stati curati dal sistema sanitario nazionale e hanno studiato in scuole dove lo sport viene visto come essenziale alla salute delle persone. E un popolo che sta meglio ed è più sano, può diventa anche una miniera di campioni. La cultura sportiva non è un concetto astratto, né uno slogan: dove esiste davvero, la società dispone di un enorme potenziale di energia e risorse. Anche nell’agonismo, che pure non è il primo obiettivo del “sistema Spagna”, dove quasi tutte le scuole sono pubbliche e i ragazzini non devono pagare per giocare a calcio o a pallavolo, per nuotare o tirare di scherma. Lo sport è materia scolastica obbligatoria già nei “colegios infantiles”, l’equivalente della nostra scuola dell’infanzia dai 3 ai 6 anni, anche se si chiama psicomotricità. Non stupisce che la percentuale di obesità giovanile sia, in Spagna, decisamente inferiore alla media continentale, Italia compresa”.
Un modo per tradurre tutto questo in medaglie olimpiche non è ancora stato trovato. Sempre che alla Spagna interessi.