Come funziona il nuovo programma antidoping in Kenya

Da quasi un anno l’Atletica Integrity Unit (AIU) sta aiutando kenyana dell’antidoping a sviluppare un programma con la presenza di un suo dipendente, per riportare ordine in un movimento continuamento scosso da casi di positività. Ne parla stamattina L’Équipe, con un reportage dell’inviato Romain Donneux nei centri da’allenamento di Eldoret e Iten, tra fughe di notizie, mancanza di risorse e quello che il giornale francese definisce un selvaggio west, nonostante i primi risultati convincenti

Sono posti che ti fanno venir voglia di allacciarti le scarpe scrive L’Équipe. È qui che lavora Raphaël Roux, un francese che sembra un surfista, il braccio armato dell’Atletica Integrity Unit in Kenya, in questo luogo dove la strada sterrata e il prato verde al centro fanno venire voglia di bruciarsi i polmoni

Roux è originario di un paesino dell’entroterra di Nizza, ma l’ultima cosa che gli passa per la testa è soggiornare in Kenya per divertirsi come runner. Il suo compito è garantire che chi corre qui, e in tutta la valle, sia controllabile e controllato. Da quasi un anno, sotto le pressioni dell’AIU, il Kenya è chiamato ad arginare casi di doping troppo ricorrenti. Già nel 2018 un rapporto della WADA dal titolo “Doping In Kenya” riferiva di 138 atleti del paese positivi a sostanze proibite tra 2004 e 2018, ma solo il 14% di essi era stato scoperto con dei test fuori competizione. Un anno e mezzo fa, Brett Clothier, direttore dell’AIU, spiegò  a L’Équipe che il caso si spiega con il boom delle maratone, dove «anche il centesimo al mondo può guadagnare tanto, quel che invece non succede nel salto in lungo».

SE CONTROLLI, TROVI

Roux ha lavorato in passato in una compagnia petrolifera e del gas, dove pare di capire si sia costruito una competenza nell’elaborazione dei dati. Nel suo reportage L’Équipe racconta delle diverse uscite di fortuna dalle quali alcuni atleti sono scappati quando si sono accorti che stavano arrivando i controllori per testarli. Roux dice che gli atteggiamenti sono due: «O vengono da te, ti blandiscono e scompaiono, oppure scappano dall’inizio». Il franco-svizzero Julien Wanders che si allena lì ricorda che una mattina allo stadio, «hanno chiuso le porte e ci hanno detto che non saremmo usciti finché non fossimo stati controllati. Hanno controllato quasi 200 persone. L’idea è buona ma nella pratica la cosa è più complicata perché alcuni ragazzi non hanno nemmeno il passaporto e la sola cosa che sanno dire in una lingua straniera è il loro nome»

Il Kenya è stato sul punto di essere sospeso dalla federazione internazionale. Ne sarebbe uscito sconvolto il panorama del fondo e del mezzofondo. Il governo ha avviato un piano quinquennale da 25 milioni di dollari per lo sviluppo di una agenzia nazionale antidoping autonoma e credibile.

«Oggi siamo molto soddisfatti del lavoro svolto, in particolare sulla reperibilità degli atleti» spiega il delegato della AIU. «Usiamo le coordinate GPS, abbiamo le foto dei luoghi, descrizioni dettagliate, molto lavoro è stato fatto dal 2017. All’epoca, i test fuori gara erano a discrezione dell’atleta. Siamo riusciti a risolvere questo problema. Il Kenya non è più un nascondiglio. Probabilmente ora abbiamo qui la migliore situazione al mondo. Se ho bisogno di controllare un atleta fra un’ora, lo trovo. Questa è la chiave di ciò che sta accadendo e delle tante positività che emergono. Abbiamo gli elementi per la localizzazione e la conoscenza dei programmi d’allenamento. Abbiamo moltiplicato per sei il numero dei test in Kenya. È semplice: se controlli, qualcosa troverai sempre». 

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