Quando il basket era Magic vs Bird. “Quando ero un ragazzo, l’unica cosa che mi importava era battere i miei fratelli. Mark e Mike erano più vecchi di me e questo voleva dire più grossi, più forti e più bravi. Ma a quel tempo non avevo ancora incontrato Magic”, racconta Larry Bird. Gli risponde Magic Johnson: “Il mio allenatore mi diceva che ero speciale, ma che avrei dovuto lavorare duro, perché un giorno avrei incontrato qualcuno con il mio stesso talento, che lavorava duro quanto me, se non di più. Io annuivo, ma dentro di me pensavo che mi sarebbe tanto piaciuto incontrare questo qualcuno. In tutta onestà pensavo che non esistesse. La mia convinzione cambiò quando incontrai Larry Bird per la prima volta”.
Larry contro Magic, Magic contro Larry. Un dualismo infinito, che ha origine ai tempi del college e che ha successivamente segnato il basket Nba degli anni Ottanta, quando i due si sono spartiti anelli e applausi.
Impossibile tifare per entrambi: ci si doveva schierare. O Celtics o Lakers. O bianco o nero. Uno serio e scontroso, l’altro scanzonato e sorridente. Alfieri di due modi di concepire il basket totalmente diversi: quello “tutto difesa” di Boston, sulla costa est, contro quello “velocità e spettacolo” di Los Angeles, a ovest.
Così, la favola dei due campioni che prima si odiano cordialmente, poi si rispettano e infine si amano, dopo essere stata trascritta in un libro (Il basket eravamo noi, Dalai editore, scritto dalle manine fatate dei due campioni con l’aiuto di quelle della giornalista Jackie Macmullan), viene anche messa in scena, niente meno che a Broadway. | Vanni Spinelli, Sky Sport online, 16 marzo 2012
Visti a teatro. Il segreto «è entrare nella testa dell’altro, non farselo uscire». Larry, il contadino, il ragazzo di Indiana, quello che si spezza la schiena con i lavori della terra, anche se è miliardario, perché ha vissuto il trauma di un padre alcolista e suicida, quello che tira sempre, da ogni posizione, e ci acchiappa (95 su 100 in allenamento). Magic, famiglia numerosa, padre operaio, voglia di godersi Hollywood, che non capisce Bird: «Sono simpatico a tutti perché non a te?». Sarà una pubblicità a metterli insieme per la prima volta e sarà la madre di Bird a costringere il figlio a invitare Magic a casa dove a tavola si prega per i giocatori della squadra. Due gemelli, separati alla nascita da troppe cose, ma intimi nella loro voglia di scalare il cielo senza compagnia. Però prima di dirlo al mondo Magic al telefono chiama proprio Larry: «Non ho l’Aids, ma sono sieropositivo, devo ritirarmi». E l’ altro che come al solito sta zitto, però quando lo speaker annuncia: preghiamo per Magic, il viso di Bird è rigato di lacrime. | Emanuela Audisio, la Repubblica, 29 aprile 2012
2010. Kobe da solo sull’isola. La sfida è gara 5 delle finali Nba 2010 tra Celtics e Lakers, si gioca al TD Garden; quella gara 5 sarà vinta dai Celtics con mostruose prove di Pierce e Garnett, mentre il titolo poi andrà ai Lakers dopo una gara 7 che resterà nella storia, con un incredibile tiro di Allen da 3, e poi tutta la follia di Artest A.K.A. Metta World Peace che darà il titolo ai gialloviola.
Ma siamo qui a scrivere di una delle più assurde prove individuali che siano mai state viste su un parquet. E chi, se non lui, mister Kobe Bryant. 23 punti consecutivi, un terzo quarto da leggenda: alcuni canestri, come uno (degli svariati) contro Ray Allen, che definire poesia è poco. Lui da solo e il nulla dal resto della squadra, e questo porterà Federico Buffa a definire quella prestazione: Kobe da solo sull’isola. I Celtics attaccano di squadra, con giochi preparati ed eseguiti in modo meraviglioso, dall’altra parte: palla al 24 e pensaci tu. E lui da 3, in penetrazione, da lob, con la mano in faccia, ha segnato in tutte le maniere immaginabili. A detta di molti quella fu la più clamorosa prova individuale mai vista in una finale NBA. | Serafino De Vincent, Basket Inside
2020. Kanter vs LeBron. Questa è la storia del più squilibrato dualismo dello sport. Questa non è una rivalità tecnica, questa è una rivalità politica. Kanter si è più volte contrapposto a LeBron mediaticamente in questi anni. Quando giocava a New York e l’altro a Cleveland, gli disse: “Non mi interessa chi sei, come ti fai chiamare, Re, Regina, Principessa, qualunque cosa tu sia”. Tutto perché LeBron sui social si era definito Re di New York dopo una vittoria lì in rimonta.
Non si sopportano. In tutta semplicità. “Quando ancora giocavo ai Thunder – ha detto Kanter una volta – mi ricordo di aver trovato irrispettose le immagini di LeBron James che in panchina contro i Knicks giocava con le bottiglie d’acqua. La gente mi chiede se fare innervosire LeBron funziona. No, ma almeno ci provo”.
L’ultimo scontro a ottobre. “I’m MORE than an athlete” ha twittato il turco usando una frase che più volte James ha adoperato per replicare a chi gli ordina di tacere quando esprime dissenso di fronte ai problemi sociali dell’America o alla politica di Trump. Tre mesi fa, mentre Kanter polemizzava con Erdogan, dichiarandosi perseguitato dal governo del suo paese (passaporto ritirato e una richiesta di arresto), LeBron sceglieva di non schierarsi dalla parte di Daryl Morey, il general manager di Houston intervenuto in difesa dei manifestanti di Hong Kong, e per questo causa di una crisi diplomatica tra NBA e Cina. LeBron gli diede del “male informato”. Kanter reagì. È la prima volta che si ritrovano in campo da allora.
~ stanotte Boston-Lakers