3-0 Fino a ieri sera, fino alla sentenza di Dublino, in Europa erano esistite solo cinque squadre capaci di vincere una coppa europea senza aver mai vinto uno scudetto. La prima era stata il West Ham con la Coppa delle Coppe del 65. Si è ripetuto in Conference un anno fa. Dopo sono venuti il Parma con i suoi tre trofei fra 93 e 99, il Saragozza con la Coppa delle Coppe 95, il Villarreal con l’Europa League nel 2021. Adesso c’è anche Bergamo con la sua Atalanta, all’ultima curva di un ciclo durato otto anni e che a tanti piaceva dire incompiuto, perché siamo ossessionati dal pensiero che la compiutezza si misuri con le vittorie, e le vittorie solo con i trofei.
Si può vincere invece in molti modi, ciascuno lo fa secondo i propri mezzi e le proprie disponibilità. L’Atalanta fino a ieri sera vinceva per esempio formando calciatori per la nazionale, migliorandoli, attraversando il mistero glorioso di ragazzi che altrove puff, si spengono.
| Carlos Passerini sul Corriere della sera può giocare con le parole e celebrare duynque “Bergamo alta, altissima, la partita perfetta, un capolavoro di Gasperini, che ha azzeccato tutto, a partire dalla strategia iniziale, che qualcuno riteneva azzardata: quattro attaccanti per provare a vincerla, subito, senza aspettare, senza paura, per non avere rimpianti. Se a spezzare la maledizione lunga un quarto di secolo è stata proprio l’Atalanta, che gioca il calcio più moderno, sfacciato ed europeo del nostro campionato, non è affatto un caso”
| Pietro Serina, firma storica della città, ha scritto in prima pagina sul Corriere di Bergamo che è “un momento meraviglioso, una gioia indescrivibile che ti porta il cuore dove arriva solo quando ti nasce un figlio. Dopo un quarto di secolo un’italiana rivince questo trofeo, 14 anni esatti (22 maggio) dopo il Triplete dell’Inter. E, non può essere un caso, nel giorno in cui è nato George Best”.
| Per Emanuele Gamba su Repubblica “l’Atalanta è stata splendida. La partita, finché è esistita, è stata splendida: tre attaccanti di qua e tre difensori di là, quattro in mezzo, tutti a corrersi dietro uno con l’altro, senza mai guardarsi alle spalle ma più spesso negli occhi, sfacciati, per sfidarsi di continuo come si faceva quando il pallone era un gioco da bambini: è stato il meraviglioso spettacolo dell’antico calcio moderno, perché forse la modernità è giocare così, mettendo settimane di preparazione al servizio dell’istinto. L’Atalanta ha fatto una prima mezzora gigantesca, paradisiaca, di anticipi perentori (ma bisognava avere del coraggio, per sfidare uno contro uno gente come Wirtz e Frimpong), pressing assillanti, ripartenze immediate, precisione tecnica e poi gol”.
| All’estero, in Francia, sul quotidiano che ha inventato la Coppa dei Campioni, l’Atalanta è la squadra che “ha divorato un mostro”. Così scrive L’Équipe sottolineando come a Dublino le strade fossero rossonere da martedì, gran parte dello stadio pure, “ma i ragazzi in blu sembravano molto più numerosi dove conta, in campo”.
I poteri magici del Bayer Leverkusen sono finiti all’improvviso, ma forse dire all’improvviso è inesatto. Già nella partita di ritorno con la Roma le pile dei giocatori di Xabi Alonso sembravano scariche. Quelle di Gasperini, siamo quasi a giugno, sono intatte. Forse le ultime energie del Leverkusen, come scrive L’Équipe, sono state portate via dai festeggiamenti per il titolo di sabato scorso. “In questa stagione, i giocatori di Xabi Alonso non erano mai stati battuti perché potevano ribaltare tutto nell’ultimo quarto d’ora, il loro regno, ma stavolta partivano da troppo lontano per poter ribaltare la partita. Bisogna essere una squadra formidabile – scrive il giornale francese – per vedere arrivare senza tremare la fine di una partita contro il Bayer, e l’Atalanta è tra queste”.
| Xavier Jacobelli sul Corriere dello sport-stadio dice che “la finale di Dublino è stata la sublimazione del calcio di Gasperini, dall’inizio alla fine. Per intensità, pressing, fluidità della manovra, lo si è visto nello spettacolare primo tempo, pari a quello giocato dall’Atalanta a Liverpool e contro la Roma, per intenderci. Schierando subito il tridente, Gasperini ha fatto capire a Xabi Alonso quali fossero le sue intenzioni. La Dea a trazione anteriore e con il motore sovralimentato di Koopmeiners, il gigantesco Ederson e l’onnipresente Hien come l’eroico Kolasinac, ha stordito i campioni di Germania. Improvvisamente basiti di fronte ai rivali che li hanno letteralmente azzannati dal primo minuto, i tedeschi sono andati in tilt a centrocampo, il punto di forza del Bayer. Xhaka, il cervello della squadra, ha stentato a dirigere la manovra, inopinatamente imprecisa”.
ARTEFICI
Sì, ma Lookman?
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L’unico trofeo della sua storia, l’Atalanta l’aveva vinto con una tripletta di Angelo Domenghini. Il secondo, a distanza di 61 anni, arriva con un’altra tripletta. Luigi Garlando sulla Gazzetta ha scritto che con tutto il rispetto per Domenghini, “i bambini bergamaschi ora si addormenteranno con una favola molto più intrigante. Non saranno dimenticati. Bayer Leverkusen forse stanco e appagato da una stagione strepitosa, ma i meriti della Dea restano intatti”.
| Passerini sul Corriere della sera ricorda che Lookman, “inglese naturalizzato nigeriano, comprato due anni fa per 15 milioni dal Lipsia, 15 come i suoi gol stagionali: un affarone. A Palosco, fra i campi della Bassa, dove nel 1978 Ermanno Olmi girò alcune scene dell’«Albero degli zoccoli», due genitori hanno chiamato il figlio come lui: Lookman”.
Pagelle? Pagelle.
| Lookman ha preso 9.5 dal Corriere della sera, 10 dal Corriere dello sport-stadio. Dieci anche in Francia da L’Équipe, dove sottolineano che è il 17esimo giocatore nella storia a ottenere il massimo sul loro giornale. L’ultimo era stato Erling Haaland, l’unico con due volte. Qui L’Équipe ha invece messo in fila tutti i triplettisti nella storia delle finali europee.
| Marina Belotti sul Corriere della sera rende merito a Gasperini per il lavoro fatto sul nigeriano: “Gli ha insegnato a spaziare tra la trequarti e la lunetta, e non lo ha mai ingabbiato in ruoli fissi. Il tecnico lo ha coccolato, gli ha tenuto alto l’entusiasmo anche quando è tornato da una finale persa di Coppa d’Africa e la sua maglia è andata ad altri. Lo ha fatto sentire indispensabile, uguale a Scamacca e De Ketelaere. A Lookman ha detto di non ascoltare le voci, gli ha ricordato che l’anno scorso è stato il capocannoniere artefice della qualificazione in Europa. E che a Dublino ha solo chiuso il cerchio”.
Ora, per l’allenatore, la scelta più dura, aggiunge Passerini: “restare o andar via da vincente?”. Luigi Garlando sulla Gazzetta ha scritto che “quando si vorrà celebrare l’epopea del Gasp, basterà prendere l’Europa League, metterla al centro di una stanza e ballarci attorno. Per ora danza il Gasp, l’ex “eretico della difesa a 3”, che ha stracciato il tabù delle finali perse”.
LA CITTA
Quel cartello stradale sparito
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| Emanuele Gamba su Repubblica scrive che “Bergamo porge una coppa che ci mancava da 25 anni e che dovrà rendere grazie a una squadra che ci fa fare bella figura in mezza Europa, dove si stupiscono che da noi abbia potuto attecchire un fenomeno così”. Una squadra circondata da “questa gente quadrata e romantica”.
| Fabio Finazzi sul Corriere della sera ricorda “il solenne cartello stradale di benvenuto” all’uscita della A4, fino a poco tempo fa, “prima di venire inghiottito da un maxi-cantiere” «Bergamo, Città dell’Atalanta» c’era scritto. “Ma non era la Città dei Mille? – si domanda – Semmai degli Ottomila che sono andati a Dublino. Il triplo smash vincente – continua Finazzi – è arrivato non a caso da Lookman, l’uomo che guarda (avanti). E ora quel motto così provinciale, «mola mia», diventato icona universale di resistenza al Covid nonché simbolo del legame identitario tra l’Atalanta e la sua città, non stonerebbe affatto se venisse inciso sotto la coppa appena conquistata”.
| Luigi Garlando ha scritto che “l’Atalanta continua a vendere gioielli per comprarsi il futuro, fa parte del suo dna e anche di quello della città. Il più giovane garibaldino morto, Adolfo Biffi, era di Bergamo, Città dei Mille. Molto prima di diventare il kindergarden della Juve (Scirea, Cabrini, Prandelli), Bergamo era il vivaio di Garibaldi. Ma i Percassi, oltre a cedere gioielli, ora li trattengono (Scalvini) e li acquistano (CDK, Scamacca) e così è arrivata una coppa internazionale che la Juve, per dire, attende dal secolo scorso (’96)”.
TIFOSI
Roby Facchinetti
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➣ Lei è tifoso da sempre.
«Ho visto la mia prima partita a 5 o 6 anni, portato allo stadio da zio Silvio, grande tifoso atalantino. Lì ho capito che una partita di calcio è il più grande spettacolo del mondo».
➣ Più ancora della musica?
«Sì, e la differenza la fanno le tifoserie: tantissime persone che hanno questo amore, questa religione dentro. A Bergamo ci sono famiglie intere che vanno allo stadio e io stesso vivo il tifo perfino con i miei nipoti più piccoli, che hanno 5 e quasi 7 anni».
[intervista di chiara maffioletti, Corriere della sera]
SPECCHI
Senza offesa per Cairo
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“L’Atalanta in cima all’Europa premia un progetto sviluppato in quattordici anni, da quando, nel 2010-2011, riconquistò la Serie A. Oggi che alza la Coppa, e ha collezionato intanto piazzamenti Champions e valorizzato campioni, diventa un modello per i club senza risorse né bacini d’utenza sconfinati, quelli che vivono di passione e programmazione, che compensano il budget limitato con le idee e riescono comunque ad andare lontano. Diventa un modello e intanto è un rimpianto, uno specchio che riflette la miopia di chi sopravvive incapace di srotolare un analogo piano, talvolta partendo da radici più forti. Il Toro su tutti perché in Serie A è tornato appena un anno dopo i nerazzurri e perché da allora non ha cambiato proprietà, quindi il paragone non può essere inficiato da differenti tempi di crescita o scossoni societari. I risultati scavano un canyon, stasera più che mai
… La sua Europa è stata risicata e occasionale, strappata due volte per grazia ricevuta o, meglio, per altrui disgrazie, una volta per guai del Parma e una del Milan. E non sono i risultati del campo a far arrossire il Toro, perché l’Atalanta ha un suo stadio e ha trasformato in un gioiello il centro tecnico, completandolo con nuove strutture destinate ai giovani, mentre in casa granata tagliano il nastro per un prato nel nulla, o poco più, chiamato Robaldo. Ultima nota per prevenire l’obiezione della straordinarietà nerazzurra: il Napoli è rinato sulle ceneri di un fallimento e ha vinto lo scudetto, la Fiorentina idem e date un’occhiata, oltre ai piazzamenti, al Viola Park”
[di antonio barillà, La Stampa]