Muratori e meritocrazia. Le parole più usate per celebrare l’Atalanta

  Ode a Bergamo, ode all’Atalanta, giunta alla sua prima finale europea dopo 117 anni di storia. L’Équipe se ne era occupato con Valentin Pauluzzi alla vigilia della seconda semifinale con il Marsiglia, raccontando ai lettori francesi come vanno le cose in questo club “nel cuore dell’identità bergamasca, l’incarnazione della città che rappresenta”. Una squadra, spiegava il giornale francese giovedì mattina, prima del 3-0, che è riuscita a preservare la sua identità nonostante il suo spostamento verso l’alto sulla scena nazionale ed europea. Bastano due numeri per illustrare la popolarità dell’Atalanta nel suo territorio: 120.000, come la popolazione di Bergamo, solo la 35esima città più popolosa d’Italia, e 327.000, come il numero di tifosi stimato da un sondaggio StageUp e Ipsos effettuato la scorsa estate, che fa dell’Atalanta il decimo club più seguito in Italia. Tutt’altro che scontato quando sei a meno di 50 chilometri da Milano. Ma l’Atalanta è riuscita regolarmente a distogliere parte dei suoi giovani dalla tentazione di tifare per i vicini molto più titolati, perché è un forte indicatore di identità in una città che giura sulla cultura del lavoro”. 

Questa cosa del lavoro è un elemento che torna spesso nei pezzi sull’Atalanta. Ne ha parlato anche Sofia Goggia in una intervista con Alessandra Retico su Repubblica. «È una squadra – ha detto – che rispecchia l’indole del bergamasco che pian piano, zitto zitto, dal nulla, lavora con dignità e onestà e si trova la casa fatta, mattone dopo mattone. D’altra parte siamo famosi per essere i migliori muratori d’Italia».

Ecco. 

«La visione imprenditoriale di Percassi – ha aggiunto Sofia Goggia, peraltro tifosa della Juventus – solidissima realtà locale, è stata fondamentale. Le mosse per far crescere il club sono state tutte azzeccate, a partire da un vivaio che si dice che sia uno dei migliori con investimenti continui sui giovani. Ottime anche le scelte di mercato: tra i calciatori ci sono tutte le nazionalità, è una squadra di giocatori dalle individualità molto diverse che però si amalgamano per formare un gruppo omogeneo. L’Atalanta non è solo un’impresa e non è solo calcio, ma un senso di appartenenza e di orgoglio».

Goggia dice che si può fare anche di più: «Ampliando lo stadio, per esempio, che sta in città, tra la gente: motivo in più di coesione sociale. Anche se in giro per il mondo non ho trovato persone così legate alla propria terra come lo sono i bergamaschi. Abbiamo dei valori molto radicati, che risalgono alle nostre origini. La pandemia, se possibile, ci ha ulteriormente compattati».

Il Corriere della sera parla di Atalanta “esempio europeo” scrivendo con Alessandro Bocci: “Niente miracoli, solo competenza e programmazione, una società snella che vende bene e compra meglio”. Cristiano Gatti sul Corriere dello sport-stadio ricorda di quando Gasperini si trovò dinanzi alla fine del primo ciclo, “il ciclo della palingenesi, il ciclo di quel trio dipinto sui grandi murales di periferia, Ilicic-Zapata-Papu”, e non si lasciò prendere “dalla malinconia e dalla depressione, non cade nel pericolo inevitabile della nausea e della pancia piena, non dice più di così non potremo mai fare, ma anzi la prende di petto, la butta sull’orgoglio, e clamorosamente riparte da capo, ristruttura l’edificio senza bonus-facciate, giovane come un minorenne, fresco come un bebè, entusiasta come un innamorato. Due finali quest’anno, unica squadra italiana: ci sta di perderle anche tutte e due, come no, ma il Gasp sarà quello che comunque tutti quanti imploreranno di restare”. 

Gigi Riva su Domani ricorda che i precedenti giorni di gloria calcistica erano arrivati in coincidenza di momenti drammatici per la città: la Coppa Italia del 63 mentre moriva papa Roncalli, la qualificazione ai quarti di Champions con la città assediata dal covid. 

“Per rompere l’incantesimo – scrive – ci voleva un muratore. Nel cliché diffuso il muratore è l’emblema dei bergamaschi. Usato dai comici come nei programmi televisivi e radiofonici, è quello che il mattino si sveglia e sale sul furgoncino in direzione Milano per raggiungere i cantieri della metropoli, assoldato per la sua dedizione assoluta, il piacere per l’opera ben fatta, la tenacia. Muratore di Clusone, valle Seriana, era il ragazzo Antonio Percassi, prima di diventare calciatore, nell’Atalanta ovviamente, poi imprenditore di successo, infine presidente della squadra di cui fu atleta. E quelle caratteristiche gli sono rimaste nel dna. 

Regola grosso modo sempre rispettata del mondo del calcio vuole che una provinciale, quando prende l’ascensore sociale, resta ai piani alti delle classifiche il tempo di un gatto in tangenziale, fiorisce una sola stagione come le rose. È il frutto di condizioni fortunate e irripetibili che si sono inanellate. Ma il muratore Antonio ha dimestichezza con le case che, per resistere a lungo, necessitano di robuste fondamenta, muri solidi, tetti a prova di infiltrazioni. È razionale, non crede alla cattiva sorte, e ha fede nella meritocrazia”. 

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