La morte di Brehme, un rigore per la Germania unita

Un gol ha dato l’eternità ad Andreas Brehme,  così titolano tutti i giornali in Germania, ma sono state le migliaia di cross dalla sinistra a fare di lui un grande del calcio tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Era infallibile. Girava una battuta nelle tribune stampa dell’epoca, diceva che prima o poi sarebbe arrivato il momento di scrivere un pezzo sul decimo anniversario dell’ultimo che aveva sbagliato. Il ricordo si perdeva nelle nebbie del tempo. 

Brehme è morto per un attacco cardiaco all’età di 63 anni. L’eternità viene dal rigore segnato all’Olimpico di Roma contro l’Argentina, nella finale mondiale che riportò il titolo in Germania sedici anni dopo quello vinto in casa nel 74, ma soprattutto lo portava nella Germania finalmente riunificata. 

Sette mesi prima era caduto il Muro di Berlino. La DDR aveva perso l’ultima partita di qualificazione per Italia ’90, la Germania ovest aveva perso l’aggettivo geografico. Con Franz Beckenbauer cittì per la prima volta sentiva di rappresentare tutto il paese, anche quella porzione che nel 74 aveva esultato con Sparwasser. 

Kicker racconta che Brehme rimase in piedi, calmo e concentrato davanti al dischetto, mentre la telecamera inquadrava il suo volto e gli argentini indignati discutevano con l’arbitro Edgardo Codesal. Mancavano cinque minuti alla fine, cinque minuti ai supplementari, e invece i Mondiali finivano così, con un fallo sul quale si discute ancora dopo oltre trent’anni, un dibattito condizionato dall’ideologia, i maradoniani da una parte e gli anti dall’altra. Brehme restò impassibile e mise la palla in porta, alle spalle di quel Goycochea che invece aveva parato i due tiri di Donadoni e Serena in semifinale contro l’Italia. Aprì il piatto destro e segnò così, lui che aveva usava il sinistro quattro anni prima in Messico, oppure per calciare le punizioni e i cross. 

 

Tim Jurgens sulla rivista 11 Freunde ha scritto che ci sono gol che intuisci prima di vedere la palla in porta. Come con un tiro a giro famoso da fuori area contro l’Olanda o come quella sera all’Olimpico, quando la palla cominciò il suo cammino verso la porta sotto la curva Nord, “un tiro così lento e leggero che sembrava galelggiasse nel latte”. 

 

Anche nella sconfitta più amara, sottolinea Kicker, Brehme ha regalato un’immagine rimasta nella memoria del calcio tedesco, quando retrocessie con il Kaiserslautern nel 1996 e pianse davanti alle telecamere tra le braccia del suo amico Rudi Völler, quel giorno avversario nello scontro diretto. “La Germania vide il suo eroe soffrire e provò pietà” scrive la rivista.  

Der Spiegel saluta “un calciatore istintivo, dotato di grande sensibilità”. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.