Una partita da 397 punti. La NBA si è accorta di avere un problema

Ogni mattina in Europa, come sorge il sole, un appassionato di basket si sveglia e sa che dovrà correre più delle statistiche NBA o verrà acchiappato. Ogni mattina in Europa, come sorge il sole, le statistiche NBA si svegliano e sanno di dover correre più dell’appassionato europeo oppure non lo stupiranno. Ogni mattina in Europa, come sorge il sole, non importa che tu sia un appassionato di basket o una statistica NBA, l’importante è che cominci a correre. 

Anche Ryan Arcidiacono abita questo mondo nel quale i record sono all’ordine del giorno. C’è uno che segna 73 punti, un altro ne fa 64 un paio d’ore dopo. È successo. Guardi cos’è accaduto di notte e scopri che c’è sempre stato un primo giocatore della storia che ha segnato 30 punti, preso 10 rimbalzi e 6 stoppate, con la tal percentuale, mettendo i calzini rossi e 40 di scarpe. Ryan Arcidiacono partecipa al festival a modo suo. Non segna un canestro da quasi un anno. Il 28 marzo potremo celebrarlo. Il povero numero 51 dei New York Knicks non va in campo ogni sera come le star. Spesso resta in panchina per tutto il tempo, qualche volte non viene convocato, se gli va bene gli toccano degli spezzoni. Un minuto, due minuti, tre minuti, al massimo sei – com’è capitato a gennaio contro Portland. Ryan è diventato il primo giocatore della storia a fare zero punti per 21 apparizioni consecutive. Ha origini siciliane. Dieci anni fa Luca Dalmonte lo ha convocato per la Nazionale sperimentale, 17 partite e 100 punti segnati. 

 

Il mondo di Ryan è lo stesso che ogni anno celebra sé stesso riunendo le sue stelle dell’Est e dell’Ovest da qualche parte per un week-end, mettendo le une di fronte alle altre. Stavolta è successo a Indianapolis, e la NBA è uscita dal campo con un punteggio finale di 211-186. Ogni tanto qualche refuso su Slalom lo trovate e lo segnalate. Grazie. Questo non è un refuso. C’è stata davvero una squadra che ha segnato 186 punti e ha perso una partita di pallacanestro perché l’altra ne ha fatti 211. Così, nel mezzo dell’inseguimento mattutino tra le statistiche e l’appassionato europeo, si inseriscono le riflessioni delle firme americane. 

Joe Vardon su The Athletic non ha fatto passare molto tempo per dire che “è arrivata l’ora di elaborare un’altra nuova idea e salvare l’All-Star Game”. 

La partita è tornat al tradizionale formato di Est contro Ovest, con quattro-quarti da 12 minuti, dopo aver sperimentato la formula del campetto: due capitani che si sceglievano i compagni, un sistema di punteggio senza orario nel quarto periodo. Non ha funzionato. Ma pure il ritorno al passato adesso lascia una discreta insoddisfazione in giro, per quella che è stata “una svogliata passeggiata con poca difesa e tiri insensati da tre, da fino a dietro la linea di metà campo. La raccomandazione fatta in ottobre dal dirigente Joe Dumars di giocare più seriamente è stata ignorato come una sveglia della domenica mattina dopo una sbornia del sabato sera”, dice ancora The Athletic.

Il commissioner Adam Silver ha fatto i complimenti ai giocatori per tutti questi punti segnati – e del resto che cosa gli poteva dire. Damian Lillard ha preso il premio di mvp con i 39 punti segnati, dopo aver vinto pure la gara del tiro da tre sabato sera. The Athletic ha sommato le triple del suo week-end e sono state 57. Il capocannoniere è stato Karl-Anthony Towns, 50 punti con la maglia dell’Ovest, terzo punteggio più alto nella storia dell’All-Star Game e il più alto per un giocatore rimasto senza premio mvp. I record. Ha tentato 35 tiri e “almeno ha sudato” ironizza The Athletic.

Riassunto dei primati. Maggior numero di punti totali in una partita [397] e in una metà [193]; maggior numero di triple segnate [67] e tentate [167], maggior numero di canestri segnati da dietro la linea della lunga distanza [42], maggior numero di punti segnati uscendo dalla panchina [203]. Se in America si fossero messi a contare solo i punti delle riserve, l’Ovest avrebbe vinto 109-94. Un punteggio da partita vera. 

Joe Vardon scrive ancora che il week-end dell’All-Star Game è diventato “una celebrazione culturale di tre giorni di uno sport, con cene a base di bistecche, una festa per il brand, la gara a chi mette le scarpe più nuove e il cappotto più estremo per la gara delle schiacciate. Indianapolis ha organizzato tutto per bene, anche se due giocatori della G-League per la gara delle schiacciate sono un altro punto dolente che la lega deve esaminare. Il duello tra Steph Curry e Sabrina Ionescu ha funzionato e anche domenica ci sono stati dei bei momenti. Babyface ha offerto una bellissima interpretazione dell’inno nazionale e il breve concerto all’intervallo di Jennifer Hudson è stato stellare. Nessuno, però, vuole il basket NBA in questo modo”.

Neanche il pubblico, si direbbe, se come racconta Ben Golliver sul Washington Post dinanzi a “un’esplosione di punti da record” ha reagito “inaspettatamente con un’ondata di fischi”. Tyler Parker su The Ringer ci aveva avvertiti. La partita si sarebbe gicoata su un campo a LED, “giocheranno come su un televisore, il massimo dell’immagine nell’immagine. Il futuro è adesso e vuole che i nostri occhi siano sanguinanti”.

LeBron James ha lasciato il palazzetto dicendo due cose. La prima: non giocherà ancora per molto, spera di farlo ancora con la maglia dei Lakers, ma chi lo sa. La seconda, come scrive Dan Woike sul Los Angeles Times, è stata una domanda, “la domanda più grande, quando si è chiesto se l’All-Star Game non sia per caso un sintomo e non il vero problema. Una discussione frustrante che l’NBA dovrà affrontare ancora, e ancora”.

 

 

 

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