ADDII
Henry Rono diceva che la corsa più dura dell’atletica sono i 3mila siepi. Anzi, il secondo giro dei 3mila siepi. Chissà perché, non l’ha mai spiegato nei dettagli. Eppure in un giorno di vento e di primavera a Seattle tolse due secondi e mezzo al record del mondo di Anders Garderud e lo fece suo [8:05.4]. Trentacinque giorni prima sulla pista Edwards Field dell’Università della California aveva sottratto quello dei 5mila a Dick Quax [13:08.4] limando il tempo di cinque secondi, e un mese più tardi si sarebbe preso pure quello dei 10mila da Samson Kimpbwa, volando al Cricketer Place di Vienna e tagliando 10 secondi al primato [27:22.47]. Ai Bislett Games di Oslo chiuse il cerchio della sua gloria correndo i 3mila in 7:32.1, tre secondi in meno di Brendan Foster.

Fu il suo giro del mondo e il suo giro dei record del mondo in 81 giorni. Tutta la carriera di Henry Rono è chiusa in questo breve bagliore, una impressionante coincidenza con il povero Kelvin Kiptum morto qualche giorno fa, “scomparso come James Dean a 24 anni – ha scritto Emanuela Audisio su Repubblica – anche lui in un incidente stradale. Dean guidava una Porsche 550 spider argentata, Kelvin Kiptum era alla guida di una Toyota Premio dello stesso colore”. Kiptum faceva grandi sogni. Guardava a Rotterdam come il posto ideale per diventare il primo a correre una maratona in meno di due ore, pensava a un Mondiale, pensava a un’Olimpiade.
Henry Rono è morto dopo una malattia a 72 anni, neppure lui ha mai visto com’è fatta un’Olimpiade. Veniva da Kiptaragon nella Rift Valley. Un incidente in bicicletta gli aveva impedito di camminare fino all’età di sei anni. Era stato l’esempio del campione olimpico Kip Keino a ispirarlo, un nandi come lui che lo aveva spinto verso la corsa. Rono si era arruolato nell’esercito keniota nel 1973 e aveva cominciato a migliorare. Tre anni dopo era fra i convoncati per i Giochi di Montréal, avrebbe dovuto correre i 3000 siepi e i 5000 metri, ma il Kenya si unì agli altri 26 paesi africani, all’Iraq e alla Guyana nel boicottare l’evento, un segno di protesta contro la Nuova Zelanda: gli All-Blacks erano andati a giocare in tour nel Sudafrica dell’apartheid, nonostante il bando sportivo in atto.
«Non avevo mai pensato a neri contro bianchi prima di venire a studiare in America. Ma quando sono arrivato qui, ho capito che è necessaria una consapevolezza su questo argomento. Qualche volta gli americani ti etichettano con i loro pregiudizi. Non sei visto come una persona uguale alle altre, un bianco è più considerato. Mi dispiace per i bambini». Così disse Rono alla rivista Track & Field, la Bibbia dell’atletica leggera in una delle due interviste rilasciate negli anni in cui era popolare, popolarissimo, un semidio.
Si era trasferito negli Stati Uniti per studiare, alla Washington State University prese una laurea in psicologia nel 1981, l’anno del quinto record del mondo della carriera, quando corse i 5mila in 13:06.20, ancora in Norvegia.
«Studiare per me è più importante che correre. È anche più difficile» sono ancora sue parole a Track & Field che sta ripubblicando online quelle interviste. C’erano troppi test, troppi compiti a casa, troppa carta, troppi laboratori. Rono disse che gli sarebbe piaciuto un giorno insegnare – lo avrebbe fatto – avrebbe voluto prendere una seconda laurea in biologia dopo psicologia. Disse che avrebbe scritto un libro per arrivare a tutti, un libro sulla sua filosofia di vita. «Sono la stessa persona di un anno fa, ma ho imparato più cose» rispose quando per oltre 30 gare nessuno lo aveva battuto nel 1978. Eppure avrebbe finito per perdere anche i Giochi di Mosca, di nuovo saltati per un boicottaggio.
Fu il re della corsa d’istinto. Giorgio Bonacina spiegava sul Corriere della sera del 13 giugno 1978: “La sua filosofia è semplice: niente tattiche, andatura sostenuta dal primo all’ultimo passo”. Enrico Arcelli, medico e preparatore atletico assai popolare a quel tempo, intervenne ancora sul Corriere della sera per spiegare che “come struttura fisica è completamente diverso da tuttuti gli altri keniani che, negli ultimi 15 anni, hanno otttenuto risultati di alto livello nel mezzofondo. Da Kip Keino in poi erano infatti sottili, poco muscolati e con polpacci inesistenti oppure solamente accennati e spostati verso l’alto. Rono, invece, ha un torace ampio e la muscolatura delle gambe ben sviluppata. Mentre il primatista mondiale dei diecimila Samson Kimombua – connazionale e compagno di studi di Rono negli Stati Uniti – è minuto ed esile e sembra fatto di quattro ossa fragili come quelle di una rana, Rono può benissimo essere scambiato per uno di quei neri americani tonici e forti che di certo non hanno sofferto di carenze proteiche nell’infanzia. Nella corsa, però, Rono ridiventa keniano: anch’egli, insomma, sembra non fare nessuna fatica, neanche ai ritmi più elevati”.
La versione di Rono a Track & Field: «Faccio ogni corsa come viene. Molti atleti sanno come allenarsi, pochi sanno come rilassarsi. Se c’è da bere una birra nel periodo in cui non mi alleno, io la bevo. Credo che il problema di molti non siano i muscoli o l’alimentazione, credo che sia la testa. Pensano troppo».
| Paolo Marabini sulla Gazzetta ricorda che a questo punto venne “stritolato nel tritacarne della popolarità, dell’improvvisa ricchezza, delle amicizie opportunistiche, della sua ingenuità. Si rifugia nell’alcol, imbocca il viale dell’oblio. E del dolore. Sparisce dai radar, salvo sporadiche e anonime apparizioni su strada senza alcun afflato di gloria. L’alcol lo divora, al ritmo di 40 birre al giorno, i guadagni sfumano in un amen, la depressione lo annienta. Sei anni dopo l’ultima impresa, Rono finisce in un rifugio per homeless”. Una porzione di vita confessata tempo dopo al sito della federazione internazionale. Un giorno lo scambiano per un rapinatore e lo arrestano per 10 giorni. Fa il parcheggiatore, il facchino all’aeroporto di Albuquerque, torna in Kenya e chiede aiuto al governo – lui che era stato Rono.
| In un pezzo dell’agosto 1987 su Repubblica Emanuela Audisio raccontava la faccia cupa della fama perduta, di un Rono “sorvegliato a vista da infermieri che sanno far bene il lavoro. Difficili da seminare. Rono, solo e lontano in qualche parte dell’America. Con la disperata impotenza dei sogni che lo teneva attaccato alla bottiglia, rinchiuso in una clinica per gente come lui, gente che aveva troppo spesso il bicchiere in mano. Lo stanno disintossicando. Per un assegno falso, di modesta entità, lo volevano sbattere a marcire in carcere. Una fiaba uscita dalla Rift Valley in tempi in cui La Mia Africa non andava ancora di moda. Rono che aveva spinto da parte la tenda per fare vedere che l’Africa, nuda e denutrita, sapeva correre dritta davanti agli sguardi di tutti. Con la sua voglia di piegare le sbarre della gabbia. Una favola troppo bella per non diventare brutta. Lo convinsero a emigrare in Usa, gli trovarono banco e banco-note presso la Washington University, lo fecero sfiancare da John Chaplin, aguzzino travestito da tecnico, poi gli dissero: sei libero. Ma aveva ormai speso (male) tutto. In una corsa su strada, sempre in America, gli si congelarono perfino i piedi, finì 238 su 241 concorrenti”.
«Quando correvo in Finlandia – disse Rono a Track & Field – veniva un promoter dall’Italia. Se ero in Italia, ne arrivava un altro dal Giappone, dall’Australia, dalla Nuova Zelanda. Mi hanno confuso. Ci vuole esperienza per non ammattire. Mi hanno spinto a viaggi e cambiamenti che non volevo. La gente mi voleva là, e là, e là. Non si rendevano che ero un umano come loro, sembravo straordinario, una macchina alla quale potevano chiedere tutto. Invece non sono mai stato al 100% della forma nella mia vita».