I lavori cambiano, e quando cambiano in genere si complicano. Michael McCullough fa lo stesso mestiere che quarant’anni fa era di Rob Pimental, il capo delle operazioni marketing dei Miami Heat in NBA. Un tempo c’era da badare alla vendita dei biglietti, magari a qualche promozione, adesso nemmeno la scelta del colore delle maglie è così immediata. Ai suoi tempi il signor Pimental aveva una certezza. In casa si gioca in bianco, in trasferta ci si veste di scuro. Non c’erano incontri, riunioni, le call – c’è sempre una call nella giornata di lavoro di tutti.
Il punto è che soprattutto negli ultimi sei anni, le maglie in NBA sono aumentate. Come nel calcio da noi. Sono merce, sono evoluzione tecnica, sono esibizione estetica. Così la squadra di casa non sempre è quella in bianco. Anzi, quasi mai.
A questo barbarico shock per gli osservatori più tradizionalisti, s’è dedicata la rivista The Athletic, spiegando come sia mutato il processo per la scelta delle divise in ciascuna delle 1.230 partite di ogni stagione. La squadra di casa continua a scegliere per prima la sua uniforme, ma “quello che era essenzialmente un albero decisionale binario, ora si è trasformato in un meccanismo complesso”.
Le squadre iniziano a progettare le loro maglie due stagioni prima. Dal 2017 la NBA ha firmato un contratto di fornitura con Nike, accettando così l’esistenza di cinque versioni per ogni franchigia: la Association [bianca], la Icon [scura], la Statement [alternativa], la City Edition che cambia ogni anno, la Classic.
Christopher Arena è il responsabile di questa partnership e in principio segnava tutti gli incroci possibili su un foglio Excel. Quando hanno realizzato che la cosa pareva superata, in NBA hanno lanciato un database digitale, si chiama Locker Vision, dove le squadre vanno a registrare quale maglia intendono mettere settimana per settimana. Tutto facile? Tutto risolto? No, perché esistono delle regole sulla frequenza con cui una franchigia mette o non mette una maglia. Per esempio la Association e la Icon devono essere indossate almeno 10 volte durante una stagione, non si può chiudere un campionato senza aver portato la Statement sei volte, la City e la Classic tre. Da quando tre annni fa Oklahoma e Atlanta si sono affrontate una in rosso e l’altra in arancione, la NBA esige che lo stacco tra i colori sia più marcato. Così l’ordine costituito è andato in frantumi. La maglia bianca si mette anche in trasferta, anzi ormai si mette soprattutto in trasferta, se quelli in casa fanno i fenomeni, fanno gli alternativi e scelgono qualcosa che va sullo scuro.
Pare che i Miami Heat alla tradizione ci tengano. Almeno nei play-off vanno in campo come una volta, candidi e immacolati. Chiedono ai tifosi di fare lo stesso: in tribuna al palazzetto li vogliono bianchi. Per chi non crede se non vede, The Athletic tira fuori anche le cifre. Nella prima stagione sotto il governo Nike, le squadre hanno messo la maglia bianca per 17 volte in casa. In questo torneo siamo scesi a nove. Secondo il famoso database, circa il 22% delle partite si gioca senza i bianchi in campo. Alcune squadre stanno creando maglie che stanno bene su tutto. La Icon dei Lakers è dorata, quella di Indiana è gialla, Oklahoma è arancio e Memphis azzurra. Non hanno bisogno di avversari bianchi. E se c’è qualcuno che si scandalizza, pazienza.
Il canestro di Westbrook senza scarpa
Qui invece c’è Russell Westbrook che ha deciso di esagerare. Nel derby di Los Angeles, Clippers vs Lakers, non solo non aveva la maglia bianca in casa [i Clippers sono quelli in blù], ma a un certo punto non aveva nemmeno una delle due scarpe. Ha tirato così dalla distanza e pare che abbia risolto gli impacci che aveva con le percentuali. Rischia di diventare una nuova moda.
Forse bastava togliere una scarpa per sistemare il tiro da fuori di Russell Westbrook 😁#ClipperNation#NbaTipopic.twitter.com/jgjFq7nAYf
— Marco A. Munno (@MarcoAMunno) January 24, 2024