Preghiera di gennaio per Gigi Riva e la sua coscienza pura

Fate che giunga a voi, con le sue ossa stanche

[Fabrizio de André, Preghiera di gennaio]

 

Gigi Riva stava sulle figurine come Carlo Parola, tutto attorcigliato in una acrobazia. Aveva la maglia bianca come un giglio, i laccetti rossi e blù come certi nastrini nei giorni di festa, i quattro mori sul cuore per appartenenza. Era una domenica di gennaio del 70, stadio di Vicenza, il Cagliari si stava avviando a vincere il suo scudetto. Quando mancavano una ventina di minuti alla fine, Brugnera mise il pallone in area con un cross troppo lungo per la testa di Domenghini. Quello si rassegnò a lasciarla andare, la raccolse e con i piedi la rimise al centro. Pareva un’altra traiettoria sghemba, buona per nessuno, ma il calcio ogni tanto viene baciato dall’arrivo di qualche fenomeno al quale nulla è impossibile. Vengono chissà da dove e portano gioia, portano bellezza.

Gigi Riva era così, e quel giorno a Vicenza perfino di più. Spalle alla porta si sollevò da terra, come un angelo, come un mistero, giocò una rovesciata in controtempo e il portiere Pianta sentì due suoni: il rumore che fa una scarpa sul cuoio del pallone, il fruscio che fece il pallone quando scorse sulla rete alle sue spalle. Il Pianta era stato per tre anni a Cagliari. Era un amico. Mentre i vecchi compagni correvano verso Riva per abbracciarlo, si sentì distintamente che quello dalla porta lo chiamava bestia, «sei una brutta bestia» gli disse.

Riva non era ancora Rombo di Tuono. Gianni Brera gli avrebbe attaccato addosso il soprannome più famoso nella storia del calcio italiano nove mesi dopo – dopo i gol per lo scudetto, dopo i gol ai Mondiali, dopo un gol a San Siro contro l’Inter. La domenica di Vicenza, alla Domenica Sportiva chiesero a Riva come avesse fatto e lui raccontò che era stato semplice, anzi non semplice perché sarebbe stata una sbruffonata, raccontò che era stato inevitabile: «La palla arrivava alta: l’unico sistema per colpirla era quello». Inevitabile, ecco. Come vivere.

 

Gigi Riva sta nelle foto degli archivi con una faccia marchiata dal dolore, il segno della sua esistenza. Era figlio di un operaio che prima ancora era stato sarto e barbiere. Mentre lavorava in fonderia, una scheggia di ferro uscita dalla pressa lo aveva trapassato e ucciso così, come in una guerra. Mamma Edis lavorava in filanda e arrotondava coi servizi domestici nelle case dei ricchi. Riva di notte avrebbe avuto allora gli incubi per tutta la vita, sognava gli anni passati dai preti in collegio. Portava dentro il gelo della povertà, i genitori persi a 9 e 16 anni, appena poté fece demolire la casa di Leggiuno per costruirne un’altra. Le foto dei suoi infortuni sembrano quei quadri che ritraggono martirii e sofferenza – San Bartolomeo, Oloferne – e sono stati leggendari quanto i gol. Gianni Brera cantò il crac definitivo – anno 1976 – pensando al lamento di Lorca per il suo amico Ignacio riverso nell’arena. Il campione che aveva visto “sbozzarsi a fatica da un ossuto traccagno del mio paese lombardo”, l’uomo che “nel suo viso incavato” portava “scritti infiniti ricordi di dolore”, si accartocciava stavolta non per rovesciare una palla ma per veder rovesciato il finale di partita, il finale di una carriera meravigliosa, tre volte capocannoniere, il record di gol nella storia della Nazionale, un titolo europeo con una rete in finale. Riva era l’anti-abatino di Brera. “Io vorrei solo – scrisse – che degli eroi autentici non si guastasse mai il ricordo. L’uomo Riva è un serio esempio per tutti. Il giocatore chiamato Rombo di Tuono è stato rapito in cielo, come tocca agli eroi. Ne può discendere solo per prodigio: purtroppo la giovinezza, che ai prodigi dispone e prepara, ahi, giovinezza è spenta”.

 

Gigi Riva da ieri sera sta nelle foto sui social soprattutto in due pose. In una salta e colpisce la palla di testa sotto lo sguardo di un avversario. L’avversario è Pelé. Nell’altra invece lo guarda un rivale nel mezzo di una battaglia di calcio suprema, la partita che ha meritato una targa fuori lo stadio dove si giocò, un tipo tedesco con un braccio al collo, Franz Beckenbauer, morto qualche giorno fa. “Riva sembrava, anche agli avversari, a volte eccessivo, e quindi normale” ha scritto di lui Mario Sconcerti in Storia del gol, uno dei suoi libri fondamentali. 

Molte delle cose belle scritte e lette in queste ore su Gigi Riva vengono da un paio di interviste con Gianni Mura o da un libro sulla sua vita scritto con lui da Gigi Garanzini [“L’ha narrata senza maiuscole, alla sua maniera” dice stamattina su La Stampa]. È così che sappiamo come prima di essere Rombo di Tuono, alla maniera di un capo indiano per via di quel suo calcio stracolmo, quell’energia scaricata sui verdi pascoli del campionato, i compagni avevano preso a chiamarlo Hud, come il Selvaggio di Paul Newman. Riva diceva cose tragiche e bellissime come «io non ho nessuno a cui dedicare nulla». Raccoglieva ritagli di giornale, non su di lui, ma su Lorenzo Bandini, pilota morto in un incidente a Montecarlo, e Luigi Tenco, suicida a Sanremo. Ogni tanto s’infilava in macchina e schiacciava il pedale fino a giù, andava a nascondersi sulla costa, col vento che gli muoveva i bigliettini lasciati dalle ragazze sul parabrezza sotto i tergicristalli. Tutto questo drammatico bisogno d’amore lo avrebbe colmato la Sardegna e da lui ne avrebbe ricevuto: eroe, totem, fratello d’anima come Fabrizio De André, figlio, tutto insieme era Gigirriva, una faccia ruvida venuta da lontano a dire che poteva esserci poesia perfino ai margini, e che in fondo una gloria non è mai periferica. Riva avrebbe detto ai sardi che dopo tutto potevano sentirsi bellissimi liberandosi del tamburino di De Amicis e che in questa terra, finalmente, si poteva venire per restarci. 

 

Elvira Serra, autrice di molte belle interviste in questi ultimi anni sul Corriere della sera, stamattina dice che “ci ha lasciato Rombo di tuono, un uomo mite, un uomo buono” – così da rievocare quell’altro onesto e quell’altro probo cantato dal Faber nella ballata dell’amore cieco. Amore è stato, quello con la Sardegna. Paolo Piras, giornalista Rai, dieci anni fa autore del libro Bravi e camboni – L’epica minore del Cagliari, ha scelto la foto del gol in tuffo di Riva in maglia azzurra, stadio San Paolo di Napoli, qualificazioni Mondiali, contro la Germania dell’est. “Di noi derelitti mortali, qualcuno impara a volare. Solo in pochissimi – ha scritto – volano per sempre”.

Cagliari non si può dire che la scelse, scrive Carlo Baroni sul Corriere della sera, “ma la trovò e si ritrovò a casa. Una casa vera come quella che lui aveva solo sfiorato. Dove riempiva il frigorifero con i premi per i gol segnati nei tornei serali in provincia: forme di formaggio e prosciutti. Girava per i campi dei paesini per giocare con la squadra del Leggiuno che la gente del lago chiamava «Il piccolo Brasile»”. Quando aveva debuttato in serie A, Edgardo Palmieri sulla Gazzetta dello Sport, aveva scritto: “Una piccola variante apportata dall’allenatore Lupi al quintetto di punta lilla — inversione di ruolo per Gerosa ed innesto all’estrema sinistra del giovane Riva, classe 1944, che ha brillantemente esordito — è valsa a conferire una maggior pericolosità, una miglior forza penetrativa ed un po’ più di mordente all’attacco del Legnano”. È questa solo una delle citazioni raccolte in un monumentale lavoro di Bruno Bernardi su Riva per La Stampa, ai tempi dal ritiro dal calcio, un lavoro ritrovato in archivio e rielaborato dal sito Storie di calcio [lo trovate tutto qui]. 

 

Maurizio Crosetti su Repubblica scrive che “tutti volevamo essere Gigi Riva. Era dio, era papà, era il vento. Era la bellezza di una forza pura da romanzo, era Tex Willer, era Odisseo. Era il numero 11 scritto con gli “uno” stretti e lunghi come la sua schiena”.

Emanuela Audisio racconta che “Franco Zeffirelli, che lo adorava, lo voleva attore in un suo film e per questo disse a Gina Lollobrigida di accompagnarlo con la sua Rolls-Royce allo stadio a Firenze dove Riva giocava e dove i due non arrivarono mai perché ebbero una lite in auto che causò un incidente. Se glielo ricordavi Gigi ridacchiava. Era schivo, avrebbe potuto intrattenere tutte le platee del mondo perché di cose da raccontare ne aveva, ma preferiva stare da un lato. Non faceva mai ombra a nessuno, ma la spalla su cui piangere a Pasadena quando il Brasile tolse il mondo all’Italia era la sua. Lui c’era, quando serviva, nei momenti più difficili, non dovevi nemmeno cercarlo, infatti Baggio si aggrappò a lui. Era lo scoglio in mezzo al mare, anche le nuove generazioni, quelli che non avevano patito la fame come lui, gli riconoscevano una forza superiore”. Paolo Condò lo ricorda dopo i Mondiali del 2006, quando da dirigente della Nazionale si sottrasse alla festa a cui erano invitati i politici – quelli che alla vigilia avevano chiesto la rimozione di Marcello Lippi da cittì, nei giorni della polvere di Calciopoli. “Durante il ricevimento a Palazzo Chigi – racconta Condò – decise improvvisamente di averne abbastanza, scese in strada resistendo a qualche tentativo di trattenerlo, chiese all’autista del pullman azzurro di aprire la fiancata per ritirare il suo trolley, e si avviò verso via del Corso alzando un braccio per chiamare un taxi. Possiamo usare le parole più belle del mondo, ma alla fine sono i gesti che restano. Fiumicino, per favore, che adesso ho soltanto voglia di Sardegna”. 

La Gazzetta dello sport dedica stamattina 17 pagine a Gigi Riva. Alessandro De Calò ricorda una vecchia definizione di Tarcisio Burgnich [«Sembrava di sentire il rumore dei carri e la polvere alzarsi tutt’intorno» aveva in un’intervista a Mario Sconcerti] e aggiunge che “Riva ha continuato a essere una vibrazione che contagiava, inevitabilmente, tutti quelli che entravano in contatto con lui, con il suo mondo, il suo alone. È una cosa profonda, radicata. Non c’è mai stato un fanatismo che l’ha inseguito o assediato, come siamo abituati a vedere in altre città con diverse dimensioni. I suoi atteggiamenti da introverso, misurati, severi, sono stati un simbolo di integrità che ha esaltato la sensibilità e la dignità dei sardi”.

Nel suo editoriale sul Corriere dello Sport-Stadio, il condirettore Alessandro Barbano sottolinea che Riva se ne è andato tra i fischi del pubblico saudita durante il minuto di silenzio a Riad. Era successo lo stesso a Franz Beckenbauer durante la Supercoppa di Spagna. Cronache di spogliatoio spiega che “non apprezzano il minuto di raccoglimento per una persona deceduta. Non fa parte della loro cultura e non accettano di buon grado questa usanza fatta nel loro Paese”. Barbano ha scritto che “a queste piccole, grandi vergogne del nostro calcio parla l’eredità morale di un uomo, un campione, che non fu semplicemente il migliore, perché fu unico, imparagonabile e irripetibile. Un uomo senza famiglia, per sventura individuale, e senza gioia, perché solo, dovunque fosse. Solo di una solitudine che lo ha reso più amato e più infelice, un eroe tragico a cavallo tra due Italie, quella laboriosa e umile del boom economico e quella conflittuale degli anni di piombo, nel punto in cui evapora la memoria della guerra e tutto si fa politica. Alla politica e al mercato, al pari del successo, quest’uomo seppe resistere con una condotta di vita che somiglia a una indomita tempra, e che accorcia la distanza tra il mito e la realtà. Gigi Riva era vero, ancorché la sua verità a volte sfiorava l’impossibile“.

Alle vite eccezionali di Riva e De André, ha dedicato uno spettacolo teatrale Federico Buffa. Si chiama Anime Fragili, e ricostruisce la notte in cui i due giganti non sardi di Sardegna si incontrarono. Genova, settembre 1969, il Cagliari giocava in casa della Sampdoria. Beppe Ferrero, ex compagno di Riva passato al Genoa, fece da intermediario. Non si sa molto di quella sera, se non le sigarette e i whisky. Riva a Cagliari aveva imparato a sfilettare il pesce. De André in Gallura ad allevare il bestiame. «Hanno amato la stessa donna – spiega Buffa – una donna che non era del paese loro. Li distingue però l’origine sociale delle famiglie, Riva arriva da una famiglia di operai, De André dalla buona borghesia genovese. Ed è straordinario che il punto d’arrivo sia invece molto simile».

Il pezzo che Riva amava di più è Preghiera di gennaio.

Marco Ciriello sul Mattino ha scritto che “nessun altro calciatore ha meglio incarnato l’«avrei preferenza di no» che il Bartleby di Herman Melville dice a Wall Street e Gigi Riva alla Juventus e al calcio italiano,  Nelle case dei contadini sardi c’erano Antonio Gramsci, Enrico Berlinguer e Gigi Riva, che dei tre era l’unico ad aver reso reale una utopia, lo scudetto al Cagliari, nel 1970. Per Riva i latitanti sardi andavano allo stadio, per Riva, il bandito più famoso e temuto di quegli anni Graziano Mesina si travestiva, da frate o donna, per poterlo vedere segnare, perché Riva ha incarnato il riscatto di tutti i sardi, a cominciare dalle donne che lo amavano in ogni forma. Dai minatori ai pastori, Riva era l’idea che li univa, segnando e non abbandonandoli, segnando e rendendo il Cagliari per novanta minuti una squadra che annullava distanze geografiche e di classe, economiche e culturali“.

 

VOCI   Gianni Rivera e la semifinale dle 70

 ➣   Mondiali 1970. Della partita che tutti ricordano a voi che cosa resta?

«A noi resta la finale persa. Forse il Brasile aveva un pizzico di grinta in più o di talento, del resto io non ho giocato e Pelé ci ha scherzato su: “Allora vinciamo noi”. Ci prendeva in giro, lo so però quel rimpianto ancora gratta. Però è buffo, quell’Italia-Germania è patrimonio collettivo, eppure per chi se l’è giocata c’e la frustrazione che tutta l’epica vissuta non sia servita a nulla. Anche Gigi la pensava così, è un sentimento che abbiamo condiviso».

 ➣   L’epica è servita per la memoria.

«Sì. I supplementari, il tempo che scivola e noi che lo riacchiappiamo. Fantastico davvero e poi gol bellissimi, spettacolari, da vedere e rivedere. Perfetto. Se ci si ferma lì, io ancora non riesco a farlo, magari Gigi, con il tempo, ci aveva fatto pace e aveva imparato a tenersi il sogno di una giornata meravigliosa». – intervista di giulia zonca, la Stampa

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.