Mouhiidine, Riner e Dicko. Un week-end da pesi massimi

“Eccolo di nuovo, finalmente. È tornato a farci compagnia Aziz Abbes Mouhiidine. Ha ripreso a boxare come sa fare, ha portato sul ring il suo talento. E ha dominato, letteralmente dominato, Narek Manasyan”. È così che Dario Torromeo racconta sul suo sito Storie di Boxe la vittoria del peso massimo campano nella semifinale ai Mondiali dilettanti. 

“Lo ha costantemente anticipato sul tempo, non gli ha mai offerto un bersaglio facile. Mobile sulle gambe, abile a difendersi con il passo di lato, ma anche con schivate fatte di spostamenti del tronco. Veloce nell’esecuzione. L’azzurro ha messo a segno, per la prima volta in questo Mondiale, una serie di colpi dritti portati con notevole tecnica. E tra un diretto e l’altro, ma sempre rapido ed efficace, ha messo dentro alcuni pregevoli ganci e addirittura un paio di montanti. L’armeno sembrava uno studente. Ha subito un’autentica lezione di boxe.

Quando si esprime con questa costanza di rendimento e adotta questa scelta tattica, Aziz Abbes Mouhiidine può arrivare ovunque nel dilettantismo”. 

 

Dieci anni dopo l’oro di Clemente Russo, Mouhiidine può riportare il titolo in Italia. L’avversario di domani è Muslim Gadzhimagomedov, 26 anni, russo. La presenza sua e dei suoi compatrioti ha portato al boicottaggio di una dozzina di nazioni di spicco del movimento, così com’era successo già ai Mondiali femminili. Muslim ha vinto l’oro ai Mondiali 2019 e l’argento all’Olimpiade di Tokyo 2020+1. Ha già esordito tra i professionista, come adesso è consentito fare, e ha già battuto Mouhiidine due volte: nelle qualificazioni per Tokyo a giugno 2021, agli Europei 2019. Ma viene da una semifinale dura con Lazibek Mullajonov.

“Sarà una grande finale” scrive Torromeo.

 

Mouhiidine raccontato da sé stesso

 

 ➣  Perché combatte con i calzini e le scarpe gialle fluo?

«È un colore che spicca pure al buio. Sul ring voglio farmi vedere più possibile. Sono un egocentrico, forse. Non so se esiste un pugile che non lo sia. Salire su un ring è come stare su un palco. Siamo tutti narcisi, dopo Muhammad Ali». 

 ➣  Come ha conosciuto la storia di Ali?

«È stato mio padre. Era un idolo suo, è diventato anche il mio. Una sera su Rete4 davano il film con Will Smith, mi chiama e dice: vieni a vedere. Una folgorazione. A bocca aperta chiesi: ma sono tutte vere, queste cose? Ho amato Ali per il suo estro sul ring, per il suo impegno verso il popolo africano, per Malcolm X, per il match di Kinshasa, per il rifiuto di andare in Vietnam e non uccidere».

 ➣  Lei ha una fede religiosa?

«Papà era musulmano, mamma è cattolica, ognuno è stato anche un po’ dell’altro. Un grande esempio, per me. In casa era due volte Pasqua, due volte Natale. Papà pregava cinque volte al giorno e non c’è mai stato un disaccordo su nulla. È stato lui ad accompagnare mamma e i nonni in pellegrinaggio da Padre Pio. Mi hanno fatto scegliere in tutta libertà la mia religione. Sono cristiano, ma prima ho studiato l’Islam. Non è come viene descritto spesso in televisione. Non lo dice il Corano di maltrattare le donne, lo dice la sete di potere».

 ➣  I suoi genitori come si sono conosciuti?

«Quella di papà non è stata una storia classica di immigrazione. È venuto dal Marocco con una borsa di studio per l’Università di Perugia, si è laureato in ingegneria. Un’estate è andato in vacanza a Salerno con un amico, mia madre lavorava come ragioniera al lido dove facevano i bagni. Nel 97 si sono conosciuti, nel 98 sono nato io». 

 ➣  Le hanno chiesto come concilia Cristo con la boxe?

«La boxe non è fatta da due che si picchiano, ma da due che si battono per prevalere in quell’istante, dentro un contesto di regole, rispetto e lealtà. La cosa più bella arriva alla fine, quando ci abbracciamo. Per celebrare il giorno dell’amicizia, la federazione internazionale ha postato una foto scattata dopo il match mondiale tra me e il cubano La Cruz. Mi aveva spaccato a sangue, ma eravamo abbracciati. Sento i tg chiamare pugili certi aggressori, per fatti di cronaca. Si è pugili solo dentro le corde di un ring».

 ➣  È stato in Marocco?

«Due volte. La prima a 6 anni, siamo rimasti due mesi, papà mi portò a conoscere il nonno che si chiama come me. In Marocco non c’è l’abitudine di tramandare il nome, a meno che il nonno non sia morto. A mia madre piaceva l’idea di chiamarmi Abbes, solo temeva che il nonno la prendesse male. Non si offese. La seconda volta un anno fa, dopo la mancata qualificazione alle Olimpiadi. Ero a pezzi. Fu un’idea della mia ragazza, Carlotta Paoletti, anche lei è in Nazionale di boxe. Andiamo in Africa, disse, troverai la tua energia. Fu bellissimo sentirlo proporre, aveva ragione, mi sono rigenerato. Sono stato con i fratelli e le sorelle di mio padre, con Said che è identico a lui, mi hanno presentato mezza Casablanca. Sono il nipote perfetto: un pugile e un poliziotto, un vanto. È stata la mia salvezza, le cose dello spirito sono inspiegabili. Come quella che accadde sul ring quattro anni fa al campionato italiano. Papà era morto da 12 giorni. Al primo round le stavo prendendo e ho sentito una voce che parlava in arabo. Io non parlo arabo e lo capisco poco. Allora ho sentito mio padre da lontano che traduceva: non ti lasciare andare, la vittoria è tua. Ho vinto».

 ➣  Come si reagisce a un verdetto ingiusto?

«Impari. Cadi sette volte e ti rialzi otto. Ci sono momenti in cui viene da invidiare quelli che fanno sport con il cronometro, dove la superiorità è oggettiva. Mia madre mi ha insegnato che c’è una soluzione a tutto. È una forza della natura, aver visto come ha vissuto la malattia di papà mi ha dato altra energia. Papà ha voluto essere sepolto in Italia. Chi muore in terra straniera, desidera tornare a casa. Lui chiese di restare qui, dove ha costruito la sua famiglia. So che lascio voi, mi disse».

 ➣  Che cosa significa il suo nome?

«Aziz vuol dire caro, Abbes è il nome di un principe arabo. Quand’ero bambino, mia madre mi chiamava Aziz quando la facevo arrabbiare e Abbes se facevo il bravo. Ora è da tanto che non mi chiama Aziz».

 ➣  Come vive da italiano le offese verso gli stranieri?

«Le sento mie. L’offesa per un nome che non è italiano, per il colore della pelle, per una differenza di genere. Il bene e il male si trovano in tutti i colori e in tutte le nazioni. Black Lives Matter lo capisco. L’uomo è andato sulla luna e non ci rispettano sulla terra. Ho visto su Instagram una bella foto, tre cuori affiancati, quello di un bianco, di un nero e di un asiatico. Non c’erano differenze. Mi chiedo perché un ragazzo che nasce in Italia, va a scuola in Italia, cresce da italiano, debba aspettare i 18 anni per la cittadinanza. È un modo per farti sentire sbagliato». – intervista al Mattino, 5 novembre 2022

 

in tv domani streaming su IBA Sport

 

I Mondiali di judo

▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔

L’Équipe ha riunito i due pesi massimi del judo francese, nella mattina in cui si assegnano i titoli mondiali nella loro categoria, a Doha. Romane Dicko punta alla seconda corona consecutiva. Tra le donne si gareggia sopra i 78 chili di peso. Teddy Riner, di corone, ne ha dieci. Ma non si presentava ai Mondiali da sei anni. Tra gli uomini i pesi massimi stanno sopra i 100 chili. 

Dicko ha vinto il primo oro mondiale a 23 anni, l’età in cui Riner era già arrivato a cinque, nel pieno dei suoi quindici anni al vertice, dieci di imbattibilità, 154 successi consecutivi dal 2010 al 2020. Pochissimi atleti in tutto il mondo di qualunque sport hanno un record del genere. 

Dicko racconta al giornale francese che il suo peso ideale è di 120 kg, prima era più alto, ora si è stabilizzato. 

«So che se vado sopra i 125, mi sento molto, molto male. Cerco di limitarmi perché perdo efficacia sul tatami. Sto cercando di scendere un po’. Ai Mondiali del 2022 ero a 118. È un vincolo che mi sto dando da sola per sentirmi più leggera. Alle Olimpiadi ero a 121». 

Nell’intervista doppia, Riner pare abbastanza impressionato alla notizia che Dicko ha dovuto combattere una volta con un’avversaria più pesante di 50 chili. Il suo commento è: «Wow».

Lei spiega: «Nei pesi massimi, non è che vinci se sei più pesante. Devi saper sfruttare i punti di forza». 

Riner racconta che da ragazzo guardava com’erano le ossa degli avversari. «Ricordo il mio primo Mondiale a Rio, in semifinale c’era un un cinese di 2 metri e 13, Wei Xiangju. Ogni volta mi metteva delle braccia addosso che pareva avessero la prolunga. Alla fine del combattimento, ho avuto bisogno di due fisioterapisti per ogni braccio. Ero cotto». 

Romane spiega che conta di più la velocità nei passi iniziali dell’attacco e dice che «puoi essere grassa anche se pesi solo 50 kg. Da ragazzina avevo un corpo ingombrante. Non sapevo cosa fare, sono sempre stata alta. Quando si è giovani, non si vuole occupare troppo spazio, a 14 anni ero già alta quasi 1 e 80. Il judo mi ha permesso di prendere possesso del mio corpo. Mi sono detta: ok, forse occupi dello spazio ma puoi anche trasformarlo in qualcosa di bello».

Riner invece ricorda che «mia madre mi fece vedere da uno o due psichiatri, quando sei piccolo non sai bene qual è il tuo posto. Quando sei con i più grandi, ti dicono che sei troppo basso. Quando sei con i bambini della tua età, ti dicono che sei troppo grosso. È complicato capire chi sei. Mia madre mi racconta che ho sempre navigato tra due acque. Una volta in un centro commerciale mi disse: – Guarda quella signora, ha bisogno di prendere qualcosa. Corri ad aiutarla, sei della taglia giusta. Io ne fui molto orgoglioso. Posso capire che per alcuni bambini, più alti del normale, il corpo diventi un complesso».  

Alla fine Riner dice che il judo femminile fa schifo, lei gli dice tu sei pazzo, lui risponde che stava scherzando, anzi «ci sono movimenti che ho copiato dal judo femminile, ma non vi dico quali». So’ ragazzi. 

 

in streaming oggi ore 10.45 Mondiale femminile pesi massimi | 17 Mondiale maschile pesi massimi su Judo Tv

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.