Gianni Brera li chiamò fratelli nella disinvoltura con cui perpetuano i difetti, ma più generalmente i rumeni nei suoi pezzi erano cuginetti, anzi “cuginetti latini ariosi, che sono di mole molto maggiorata”. Una volta aggiunse pure “misteriosamente rimasti nell’ambito latino a dispetto del gran numero di zingari e di unni finiti fra loro”. La lettura del calcio di Brera era sempre etnica. “Picchiano, corrono, forcano, impiccano” raccontò nel pezzo d’anteprima ai Mondiali del 90. Erano passati dodici mesi dalla finale persa della Steaua in Coppa dei Campioni contro il Milan e quattro anni da quella vinta ai rigori contro il Barcellona. Veniva facile accorgersi allora che “il loro Hagi è un asso autentico”. Gheorghe si era piazzato ottavo nella classifica del Pallone d’oro, più su del Dudu Georgescu anni Settanta [nono e decimo], ottavo come il portiere Helmuth Duckadam nel famoso 86, come Miodrag Belodedici nel 91, prima di salire in quarta posizione nel 94. La Romania era a quel tempo l’ultimo paese dell’Est che si affacciava a ridosso del podio del trofeo, dopo gli ungheresi Ferenc Puskás e Flórián Albert, i ceki Josef Masopust e Ivo Viktor, i sovietici Lev Jašin, Oleg Blochin e Igor Belanov, gli jugoslavi Dragan Džajić, Dejan Savićević e Darko Pančev, la Polonia aveva avuto Kazimierz Deyna, la Bulgaria si stava godendo Hristo Stoichkov.
Cosa rimanga di tutta questa gloria, della gloria di una nazionale capace di eliminare l’Argentina dai Mondiali del 94, si fa fatica adesso a dirlo. Le Coppe europee sono iniziate solo da due settimane, ma la Romania è già fuori. Ha perso tutti e quattro i club con cui s’era presentata al via, come l’Irlanda, come l’Armenia, come la Lettonia e molti altri paesi, ma nessuno con la propria bandiera nell’albo d’oro della Coppa dei Campioni, nessuno con due maestri di calcio nella propria storia come Mircea Lucescu [una Coppa UEFA con lo Shakhtar e una Supercoppa con il Galatasaray] o come Ștefan Kovács, l’uomo che ereditò il calcio totale di Rinus Michels all’Ajax e ne proseguì il lavoro. In una intervista con Gianni Mura su Repubblica, Hidalgo gli disse: «Le racconterò una storiella che m’ha raccontato Stefan Kovacs. C’era un ufficiale romeno che praticava judo. Trova un campione giapponese, cento volte più bravo di lui, che lo sfida a metterlo giù. Il romeno ci riesce in una sola mossa. Come mai? Semplice: il giapponese non aveva previsto che il romeno era mancino. Siccome ormai tutti sanno tutto di tutti, si può usare la presunta conoscenza per una mossa a sorpresa».
Una mossa a sorpresa dovrebbe inventarsi il calcio rumeno. Durante i Mondiali in Qatar, Eduard Holdis ha scritto su Breaking the Lines un’analisi sui motivi della crisi, iniziata negli anni successivi al crollo del regime comunista, quando “una serie di loschi individui si sono divorati e spartiti tra loro i beni più redditizi del paese”.
Nel 2006 la Steaua era ancora in semifinale di Coppa UEFA. Da lì in avanti è stata una discesa. Il riordino della Champions non ha aiutato. “La crisi finanziaria e il crescente controllo da parte delle autorità – si legge su Breaking the Lines – hanno fatto sì che aspiranti mafiosi a capo dei club rumeni perdessero abbastanza soldi o venissero condannati. Così, molti club storicamente di successo hanno attraversato momenti difficili e sono stati dichiarati falliti, sono stati sciolti, riformati o spartiti tra proprietari e tifosi”. Il nome e il marchio della Steaua sono oggetto di un contenzioso fra tra il controverso Gheorghe Becali e il ministero della Difesa. La storia dell’Universitatea Craiova è divisa alla stessa maniera tra due club, ciascuno convinto di esserne il reale erede. La Dinamo Bucarest è penultima in classifica.
“Le ultime generazioni di allenatori, scout e manager, formati nel sistema comunista – scrive Breaking the Lines – avevano ancora l’etica dell’integrità sportiva. Erano i residui di un sistema che, seppur difettoso, valorizzava l’eccellenza e lasciava che prevalesse sugli interessi finanziari. Quasi tutti i club sono oggi impantanati nella corruzione, nei debiti o le loro fortune sono legate a qualche criminale in attesa della prossima condanna. I nostri giovani sperano di giocare un giorno per il Real Madrid, di solito finiscono per sprecare la loro carriera negli stati del Golfo. Le scommesse sono il nuovo sport nazionale, il campionato e la maggior parte dei club sono sponsorizzati da società di betting e gli annunci pubblicitari nell’intervallo sono più interessanti delle partite. La migliore possibilità di un qualunque club di Bucarest è che un giorno arrivi la Red Bull a comprarlo, come a Lipsia. Ma immaginate di raccontarlo a un tifoso tedesco”.
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I rumori della Champions
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I GOL DELLA LAZIO NEL RECUPERO
Emanuele Gamba su Repubblica racconta così il colpo di Pedro a Glasgow per la vittoria della Lazio sul Celtic. “Il calcio sa offrire vie d’uscita improvvise: due settimane fa c’era stato il colpo di testa di Provedel al 95’ (lenitivo, però non curativo), ieri ne è arrivato un altro, di Pedro, allo stesso disperato minuto e questa sì che potrebbe essere la guarigione. La vittoria esterna in Champions mancava da vent’anni esatti (2-0 al Besiktas): può bastare così? La Lazio ha capito che la soluzione non era attaccare palleggiando, ma non scoprire i fianchi e colpire in verticale, approfittando degli spazi e della lentezza scozzese, ma anche della difficoltà dei difensori del Celtic a trattare la palla decentemente. Si sa com’è il calcio, e si sa che spesso se ne infischia dei meriti: nell’unica azione laziale dell’ultima mezzora, un po’ di pressing ben fatto da Pedro e Castellanos sui piedacci scozzesi (di Carter-Vickers, nello specifico) ha liberato Guendouzi sulla destra, dove ha pennellato un cross per la testa di Pedro, il quale ha preso controtempo Hart ricordandoci dei riflessi ormai lenti dell’ex portiere dell’Inghilterra ma soprattutto conducendo la Lazio fuori da un sortilegio”.
Ivan Zazzaroni, Corriere dello Sport-Stadio: “Pedro è l’uomo delle finali e dei finali. L’uomo dei momenti decisivi. L’uomo che corregge il destino e il senso delle partite e talvolta anche delle squadre. Perfino a 36 anni suonati. Suonati benissimo, peraltro”.
GLI 0-0 DEL MILAN
Se fosse vera quella storia che viene prima difesa, stamattina bisognerebbe avere il cuore in festa per il Milan, uscito dalla bolgia di Dortmund senza aver preso gol, come all’esordio contro il Newcastle. Invece l’accento è sui gol mancati e mangiati. Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta dello sport dice che al Milan “manca il “killer instinct”, la freddezza di prendersi le partite. Contro gli inglesi era stato Leao a divorarsi un gol clamoroso sotto rete; contro i tedeschi è stato Giroud a sprecare in condizioni analoghe La crescita del Milan passa per Leao. Al portoghese manca pochissimo per entrare nella cerchia dei grandissimi, ma quel poco – più ferocia, più concretezza – va fatto, sennò si rischia l’incompiutezza e sarebbe una follia”.
Carlos Passerini sul Corriere della sera fa notare che “l’ottobre rosso del Diavolo è solo all’inizio: sabato la trasferta a Marassi contro il Genoa prima della sosta per le nazionali, poi il trittico di fuoco con Juventus in casa, Psg a Parigi e Napoli al Maradona. A quel punto saremo solo a fine ottobre, quindi con ancora la bellezza di sette mesi davanti, ma la sensazione è che questo segmento-verità segnerà già un bel pezzo di stagione”. Nella sua analisi, “la scelta di convertire Reijnders nel ruolo di playmaker per ovviare alle contemporanee assenze per infortunio di Krunic e di Loftus-Cheek ha funzionato solo a tratti. Il problema è che così si perde la sua abilità di buttarsi negli spazi e riempire l’attacco”.
C’ERA UN RAGAZZO CHE COME MARCUS
Paolo Tomaselli sul Corriere della sera stamattina scrive di Thuram jr, un Thuram che “va di fretta e dopo un’estate senza gol nelle amichevoli e nel debutto in campionato con il Monza, si è preso l’Inter, a suo modo, con il talento e l’educazione che hanno conquistato tutti dentro al club e «con il piacere di giocare con i compagni e imparare da loro». Tradotto: primo gol a San Siro alla seconda partita con la Fiorentina; gol spettacolare e assist nel primo derby; primo gol in Champions alla prima da titolare in Europa. E anche primo gol in Nazionale contro l’Irlanda, alla decima presenza”.
Tomaselli allora racconta come “da piccolino Marcus non si separava mai da una coperta, come Linus, ma bastò una frase sussurrata della mamma («La dobbiamo dare a Ronaldo») per spezzare questa sorta di dipendenza. E chissà se in qualche modo è nato così l’altruismo di Tikus (questo il suo soprannome, da Ti, piccolino in creolo, anche se è cresciuto fino a 192 centimetri): sul campo, dove ha cambiato negli ultimi anni il suo stile, badando più al sodo e cercando l’assist invece di puntare solo su soluzioni personali. E fuori dal campo, dove è stato uno dei primi calciatori a condividere le idee del movimento Black Lives Matter”.
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Slalom 1 giugno 2020
IL LAVORO DI HOWE A NEWCASTLE
Jason Burt sul Telegraph esclama: “Che glorioso ritorno casalingo in Champions League. Che spettacolare ritorno sul più grande dei palcoscenici europei. Kylian Mbappe? I suoi compagni hanno preso una bella batosta e l’attaccante è stato il primo a scomparire nel tunnel alla fine. Avevamo paura per Dan Burn e invece ha segnato il ragazzo di Ashington, un ex abbonato, così come Sean Longstaff, Miguel Almiron e Fabian Schar. Nonostante tutti i milioni spesi dopo l’acquisizione saudita, sono stati tre giocatori ereditati da Eddie Howe – e un acquisto inatteso del Brighton – a segnare. È un altro segno dell’eccellente lavoro svolto da Howe. Dopo aver eliminato il Manchester City dalla Coppa di Lega, ha ottenuto quella che è sicuramente la più grande vittoria della sua carriera da allenatore”.
GULP La rimonta dell’Atlético
Marca chiama la squadra di Simeone “la regina del caos”. Filippo Maria Ricci sulla Gazzetta ha scritto: “L’Atletico c’è. È solido, forte mentalmente e fisicamente, anche se in difesa soffre parecchio. Del resto a Simeone ieri mancavano 7 uomini, e per questo ha penato parecchio per battere 3-2 il Feyenoord, che è andato due volte avanti ed è stato frenato dall’immenso Oblak, autore di almeno 5 parate di grande livello”.
Le Coppe del giovedì
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Luca Valdiserri racconta sul Corriere della sera l’ultimo caso dentro la Roma, con risvolti nella vita politica e imprenditoriale cittadina.
“È stato ufficializzato il nuovo sponsor: Riad Season, «uno dei più importanti eventi mondiali di intrattenimento — si legge nella nota del club —, che inizierà alla fine di questo mese e avrà migliaia di visitatori di tutto il mondo». Valore dell’accordo biennale: 25 milioni di euro e lo sponsor potrebbe debuttare già stasera, al più tardi domenica nella trasferta di Cagliari. Il problema? Riad è — con la coreana Busan — la rivale di Roma per l’organizzazione di Expo 2030. Per Gualtieri è un colpo basso. Tanto che Virginia Raggi, ex sindaca, ha ironizzato: «Possibile che il Campidoglio non ne fosse a conoscenza?». Come dire: eppure si parlano ogni giorno per lo stadio di proprietà. Quello che la Raggi fece di tutto per far saltare. Così come le Olimpiadi”.
Andrea Elefante sulla Gazzetta: “Chi vede giocare lo Sporting e conosce il verbo del suo tecnico, Rúben Amorim, racconta che una frase come quella buttata lì non casualmente da Gian Piero Gasperini domenica, dopo lo 0-0 con la Juve, avrebbe potuto tranquillamente dirla anche il portoghese: «Meglio vincere 5-4 che pareggiare non prendendo gol». le promesse di un calcio aperto e spettacolare per stasera nascono proprio dalle similitudini delle due squadre. Che hanno la porta in testa e per filosofia puntano ad attaccarla con più giocatori”
Tra la vittoria sul Cagliari in campionato e la partita di stasera con il Ferencvors, Giuseppe Calabrese su Repubblica Firenze ha scritto: “Questa è la Fiorentina, imprevedibile come il suo unico fuoriclasse, Nico Gonzalez. E non tanto per i gol che sta segnando, ma per la qualità del suo calcio, per la determinazione che mette in campo, per quello che trasmette ai suoi compagni. Corre ovunque, non si ferma mai. Salta l’uomo. Vede la porta. E fa gol, pure. È lui il vero tesoro viola, gli altri sono soltanto dei buoni giocatori. Però va bene così, fino a quando Nico gira si può stare tranquilli”