Il credito guadagnato da Sergio Conceiçao con la finale di Supercoppa

IL CALCIO ITALIANO 

Le riflessioni sull’esperienza di Thiago Motta alla Juventus

 

  L’ha vinta Sergio Conceiçao e l’ha persa Thiago Motta. Così i giornali raccontano stamattina la seconda semifinale di Supercoppa, quella che manda in finale il Milan contro l’Inter per il terzo derby cittadino nella storia del trofeo. Milano vincerà per la 16esima volta. 

È una vittoria con cui Sergio Conceiçao guadagna tempo nel suo lavoro di rigenerazione del Milan, forse una rigenerazione tecnica, forse caratteriale, forse sentimentale, forse tutte le cose assieme. Ha guidato nel primo tempo una squadra spenta, l’ha ribaltata con le sostituzioni [Musah], il doppio centravanti [Abraham] e qualche operazione di lifting tattico [Reijnders più avanti]. Se siete appassionati di tattiche e quelle cose là, le ricostruzioni dei giornali di stamattina mettono l’accento e danno grosso merito al 4-4-2 ritrovato strada facendo. E iul 4-4-2 a Casa Milan, si sa, dà spesso qualche soddisfazione. 

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Paolo Tomaselli sul Corriere della sera parla appunto di “un secondo tempo condizionato dai cambi dei due allenatori”, non solo per i meriti di Conceiçao ma pure per ciò che viene rimproverato a Motta, aver tolto Vlahovic per esempio, finito nella spirale di quella canzone di Riccardo Cocciante, “uniti no, insieme no”, non si sa più a questo punto se sia meglio lasciare il serbo in campo a fare da testimonial all’incomunicabilità del Novecento, o se farne a meno senza avere una soluzione di riserva. 

Ingannevole può essere il calcio più di ogni altra cosa. Si potrebbe per esempio avere la tentazione di credere che la partita sia stata decisiva da due episodi, l’ingenuità di Locatelli nel fallo da rigore su Pulisic e l’autogol di Gatti su cross di Musah. In effetti gli episodi ci sono stati, ma Paolo Condò sul Corriere della sera scrive appunto che i due strafalcioni individuali, così li chiama, sono stati “figli di un torpore collettivo che progressivamente avvolge la squadra di Motta, come la palpebra che cala inesorabile quando viene sera e il film si rivela noioso”.

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È il più micidiale dei rilievi che possa toccare a Motta di sopportare. La Juventus gli ha dato la panchina non solo per continuare a seguire il mantra della vittoria ma anche per riparare a una certa aridità di pensiero e azione che è stata rimproverata a Massimiliano Allegri negli ultimi anni. Motta doveva portare il buondì, doveva essere sexy. 

La Gazzetta in prima pagina scrive che ora Thiago non può più sbagliare. Sembra un ultimatum. Luigi Garlando considera che ha “mandato i messaggi sbagliati, togliendo Vlahovic già al 20’ della ripresa e istigando il sorpasso rossonero. Strano, perché è stato chiamato proprio per educare il coraggio, dopo un triennio di fughe all’indietro. I pareggi non bastano più”.

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Antonio Barillà concorda da Torino su La Stampa quando dice che “l’esclusione prevista di Yildiz – poi migliore in campo – scongiurata dall’infortunio di Conceiçao figlio nel riscaldamento, e le sostituzioni parallele di Mbangula e Vlahovic nel cuore della ripresa: perché rinunciare alla verve del ragazzino belga, estraneo al grigiore diffuso, e perché privarsi di un centravanti di ruolo, pur non brillantissimo, senza avere una controfigura tattica in panchina? Il tutto ostinandosi a lasciare in campo Koopmeiners che non dimostra per nulla i 60 milioni investiti. Non può cavarsela, il tecnico, adducendo il bene della squadra che orienta ovviamente qualsiasi scelta in corso d’opera, ma la stima intatta nei suoi confronti, al di là di errori e testardaggini scontati in un percorso di crescita, non coincide con l’approvazione di troppe sue parole”.

Proprio ieri Alfonso Fasano su Rivista Undici si chiedeva se è già tempo di accartocciare e di buttare nel cestino, o comunque di attaccare frontalmente, il lavoro di Thiago Motta. La sua tesi: “Per quanto possa essere difficile da accettare e da metabolizzare, una rivoluzione del pensiero non si esaurisce mai in qualche mese. Neanche alla Juventus. Allora quella per cui bisogna dare tempo a Thiago Motta può sembrare una frase fatta, probabilmente lo è, ma non significa che sia falsa o sbagliata. Il fatto che la squadra bianconera non sia riuscita a vincere diverse partite dall’andamento simile tra loro, in qualche modo, dimostra che i problemi sono ridondanti, quindi di tipo strutturale. E che l’allenatore, in questo momento, sta insistendo sulla creazione di una base, di un’identità forte, e non sulla ricerca di correttivi a breve termine – dopo il pareggio interno contro la Fiorentina, Motta ha detto che «queste partite si vincono segnando il terzo gol, non evitando di subire il secondo: dovevamo attaccare e chiudere la pratica». Anche questa, soprattutto in un contesto come quello della Juventus, è una scelta di rottura, di trasformazione radicale. Insomma, la Juventus di Thiago Motta ha bisogno soprattutto di fiducia. Forse non è ancora tempo, perché non è ancora giusto, credere che i suoi errori siano più pesanti dei suoi meriti“.

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IL CAMBIO DEGLI ALLENATORI

Sergio Conceiçao è il sesto allenatore che subentra in serie A per i licenziamenti di Daniele De Rossi alla Roma [giornata-4],  Ivan Juric ancora alla Roma [giornata-12], Alberto Gilardino al Genoa [giornata-12], Luca Gotti al Lecce [giornata-12], Alessandro Nesta al Monza [giornata-17], Paulo Fonseca al Milan [giornata-18]. Nessun altro grande campionato europeo ne ha licenziati così tanti: tra Francia Inghilterra Germania e Spagna al massimo si arriva a tre. 

Curiosamente sono tanti, sono sei, anche gli allenatori esonerati nella serie A di pallacanestro. Lo fa notare Valerio Bianchini sulla sua pagina Facebook, dove scrive che si tratta di “un grave segnale di instabilita nel management delle squadre di Lega. Emerge anzitutto la impreparazione delle società al momento di scegliere il coach cui affidare la squadra. Sui coach italiani si  sa tutto di tutti e sugli stranieri non è  difficile raccogliere informazioni. I dirigenti  dovrebbero avere chiari i limiti e le potenzialità delle loro formazioni, informarsi sulle caratteristiche psicotecniche degli allenatori liberi sul mercato e arrivare a un matchup approssivamente logico delle due componenti. Poi difendere fino in fondo la propria scelta per non creare disorientamento nel gruppo giocatori e sfiducia nelle capacità nel gestire le risorse umane da parte del club. Risparmiando altresi la doppia e a volte tripla spesa  alla voce staff tecnico”.

Il primo tempo alimenta il sospetto che Juve e Milan abbiano stretto una nuova Santa Alleanza: a favore degli sport alternativi [Luigi Garlando, la Gazzetta dello sport]

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