Il capolav’oro di Thomas Ceccon

     

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IL CAPOLAV’ORO DI CECCON

C’è una parola che in questi anni Thomas Ceccon ha ripetuto nelle sue interviste. Anche se non ama che gli sia ricordata. Ossessione. Ecco cos’è stato il nuoto per lui, ecco cos’è stata l’idea di una medaglia d’oro alle Olimpiadi che lo attraversa da quand’è un bambino. L’amico di nazionale Nicolò Martinenghi qualche giorno fa lo ha descritto come un mezzo flippato che passa il tempo a guardarsi le gare di tutti, mentre lui no, lui è un ranista, i ranisti sono i matti del nuoto, mettono le mani giunte davanti al cuore e si aprono così la strada, mentre i dorsisti stanno a pancia in su, gli occhi puntati verso il cielo. Sono due forme differenti di preghiera. 

I dorsisti sono quei nuotatori che hanno il privilegio di non dover passare la vita a guardare la striscia scura in fondo alla vasca. Hanno tetti da fissare oppure cieli immensi e immenso amore quando le gare sono all’aperto. Ci scappa pure la possibilità che fissi una nuvola, ti distrai e qualcosa ti sfugge per un centesimo di secondo. Il dorso è lo stile primitivo. È così che ti insegnano a restare a galla. 

Per mesi – dice sul Corriere della sera Arianna Ravelli, che gli diede voce con la prima intervista ampia un attimo prima che esplodesse – Thomas Ceccon ha accarezzato la sua ossessione, non ha neanche cercato di contenerla, si è abbandonato, si è prestato docile, ha capito che l’obiettivo di una medaglia, anzi, diciamolo chiaro, di un oro nei 100 dorso, necessitava di una dedizione assoluta, richiedeva il sacrificio di pezzi di vita, di svaghi, di rapporti («Una fidanzata? No, non ho tempo»), perché a 23 anni nulla era più importante dell’Olimpiade della vita. Un pensiero costante («Ogni quanto ci penso? — ammetteva — diciamo pure ogni minuto»), una missione. Compiuta.

Ravelli sottolinea allora che forse l’unica cosa non prevista sono state le lacrime, quella commozione ricacciata in gola mentre era sul podio a vivere davvero quello che per mesi è stato un film visto nella propria testa e che significa secondo oro del nuoto ai Giochi, come solo a Sydney.

Fan Thomas titola Repubblica con un gioco di parole, mentre Giulia Zonca su La Stampa scrive: Ceccon registra qualsiasi esperienza, la inserisce nei suoi elaborati conti, fotografa ogni ambiente e ne intercetta subito le caratteristiche. Gli è bastato il primo allenamento nella piscina della Défense Arena per capire che qui non avrebbe mai ritoccato il suo primato di 51″60 stabilito ai Mondiali di Budapest nel 2022 nel momento in cui lui e il suo allenatore Alberto Burlina hanno fatto una promessa: «Ai Giochi si va per l’oro». Ed è diventata una missione e pure un’ossessione che li ha portati praticamente in ritiro spirituale. Un viaggio lungo a definire dettagli e ritoccare particolari per far rendere al meglio il fisico «alla Phelps» (parola del suo tecnico). Ceccon che da tempo si è liberato dell’idea di replicare programmi infiniti in nome e per conto del suo mito, ma ci tiene a far durare il gioco più a lungo che si può.

Il Ceccon bambino e ragazzino prendeva l’autobus da Schio dieci minuti prima delle sei del mattino per andare a Vicenza, alle 7 era in piscina a nuotare, un’ora e mezza di vasca grazie alla scuola che gli aveva concesso un permesso per entrare dopo. Al pomeriggio tutto daccapo. Ceccon passa per un tipo stralunato, Aldo Cazzullo sul Corriere della sera stamattina lo definisce un Cyrano. In realtà sembra un indifferente, un estraneo a quel che gli sta capitando. Quando batté il record del mondo, rimase fermo e placido. Fece una smorfia e basta, forse per via di certe antiche raccomandazioni avute da bambino, quando davanti alle scene di ragazzini che si lasciavano andare, i genitori gli hanno ripetuto che non è il caso, quella roba è sguaiata, sta’ fermo, sta’ calmo, sta’ tranquillo. Allora lui parla così, con quella sua maniera lenta e gentile, anche quando dice cose assurde, folli, postmoderne. È stato definito in passato il Roberto Bolle del nuoto, un ragazzo elegante in un mondo di culturisti. Una volta disse che sott’acqua cantava. In particolare i Coldplay. E allora viva la vida loca, Thomas, goditela tutta, tu e tutti i 23enni di questo posto assurdo che chiamiamo Italia

Il complotto asiatico contro l’Italia

Ma allora Giorgia Meloni che c’è andata a fare a Pechino da Xi? Lei parte, vola in Asia, e l’Asia ci soffia gli ori olimpici sotto il naso, con giudici asiatici nella finale di un asiatico contro un italiano. Parbleu. È questo l’altro grande tema mamelico del giorno, l’esito dell’ultima stoccata della finale di Macchi contro Cheung. 

Ora, diciamo la verità, noi popolo da casa che ne sappiamo. Ancora ancora riusciamo a darci delle arie la domenica sera sull’ampiezza del volume del braccio allargato guardando la VAR, a stento capiamo lo step on foot. Ma la scherma, la simultaneità, l’assalto. Onestamente. Chi ci arriva. La scherma l’abbiamo sempre seguita con un certo trasporto in un modo solo, guardiamo le lucine, quando si accende la verde esultiamo, eeeeh, quando si accende la rossa inveiamo contro i giudizi anziani, buuuh, arbitro canuto. 

Eppure, attenzione, eppure ieri sera l’Italia era piena di gente che sapeva, lo sapeva bene che Macchi è stato derubato all’ultima stoccata. Forse sarà vero, boh, Slalom si iscrive al partito di minoranza di chi riesce a dire le parole “non lo so”. Lo sapranno gli esperti, di certo è vero che la scherma italiana ha perso otto assalti sul 14-14 a queste Olimpiadi. Verrà la tentazione di dare una spiegazione anche a questo, anche se più probabilmente si tratta di uno di quei magnifici tranelli che il Caso ci tende per farsi due risate alle spalle dei nostri ragionamenti. 

La versione diffusa di chi segue la scherma da anni è che sia stato un errore arbitrale, altrimenti detto: porcata. Flavio Vanetti sul Corriere della sera ha scritto: Non c’è da discutere se c’entrano testa o tecnica, questo è solo un furto. Anche per Repubblica è scandalo Macchi, mentre Valentina Vezzali pone una questione seria, dice che dal mondo arrivano nuovi rivali. Poi avverte: la regola è mai arrivare 14 pari. Paolo Brusorio su La Stampa ammette che certi dubbi e certi sospetti venuti nei giorni scorsi su Errigo e Marini erano invece decisioni accettabili, ma questa no, questa è la goccia che ha scatenato l’ira azzurra, anche se Cheung è il numero uno del mondo e tre anni fa a Tokyo ha battuto in finale Daniele Garozzo. Brusorio parla di giorni di verdetti discutibili (judo e pugilato le altre discipline penalizzate) come se si fosse acceso un corto circuito non proprio casuale.

Sky Sport ha dedicato la sua rubrica Il Diario del giorno alla questione con la premessa che nello sport gli errori arbitrali sono sempre motivo di discussione e polemica. QUI ne discutono Francesco Pierantozzi, Nicola Roggero, Fabio Tavelli e Flavio Tranquillo, considerando il principio di accettazione della sconfitta senza alibi e la necessità di aumentare il supporto agli arbitri, a partire dalla tecnologia

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