La conversione di Pogačar al ciclismo dei monologhi

Un tempo Tadej Pogačar non era così che vinceva. Nei suoi 70 successi in carriera – 46esima posizione nella classifica di tutti i tempi comandata da Merckx [276] su Cavendish e Cipollini [163] – ce ne sono solo 18 con più di 20 secondi di vantaggio, appena 7 con un distacco da 1 minuto in su. Dodici di quei 18 successi sono arrivati fra 2023 e 2024. Tre dei maggiori quattro distacchi inflitti agli avversari sono tutti di questa primavera: 2:44 alle Strade Bianche, 1:23 nella seconda tappa del Giro di Catalogna sul Vallter 2000, 1:39 ieri alla Liegi.

Il Pogačar teatrale, questo Pogačar da monologhi, si era visto in passato assai di rado, una volta alla Vuelta di cinque anni fa, quando alla Plataforma de Gredos diede 1:32 a Valverde, e poi in un altro paio di occasioni minori al Giro di Slovenia e al Grand Prix Priessnitz in Cechia. Il Pogačar che saluta e se ne va, quello a cui basta uno scatto per trasformare il resto dei km in una specie di cronometro, è nato forse nel marzo di due anni fa a Carpegna, in una tappa della Tirreno-Adriatico, quando arrivò con 1:03 su Vingegaard. Ma questa tendenza a scriversi da solo un copione e da solo recitarlo è una conquista nuova, recentissima, da benedetta primavera.

 

Le Classiche che potrà raccontare ai nipoti ora sono diventate 6, come quelle di Mathieu van der Poel, ma si potrebbe pure dire come quelle di Museeuw, o di Binda. Alla prossima – e arriverà – prenderà Cancellara, Boonen e Bartali. Altre due e sarà addosso a Rik van Looy, con tre raggiunge Kelly, Coppi e Girardengo. A quel punto davanti non gli rimarranno che Roger De Vlaeminck a 11 e la vetta di Merckx a 19, forse irraggiungibile, ma noi alla fine che ne possiamo sapere.

“Semplicemente imprendibile” titola la rivista Rouleur. Clinico è l’aggettivo usato da Stephen Puddicombe per l’esibizione di ieri. Una esibizione in linea con la Collezione Primavera 2024, aperta da Mathieu van der Poel con una Harelbeke vinta dando 1:31 a tutti, un Fiandre da 1:02 di vantaggio, una Roubaix con 3:00 tondi tondi sul secondo, 4:47 sul decimo. Sono margini che spingono a ricordare la celebre frase di Nicolò Carosio alla Sanremo del 46: «Primo Fausto Coppi… in attesa degli altri concorrenti trasmettiamo musica da ballo!».

 

Una primavera caratterizzata da prestazioni unilaterali e vittorie schiaccianti” dice Rouleur. Il duello con MvdP non c’è stato. Pogačar ha messo al lavoro i suoi gregari per tutta la giornata per rendere la corsa dura, poi ha seguito il modello stabilito da Remco Evenepoel negli ultimi due anni, attaccando sulla Côte de la Redoute. Dopo aver fatto il vuoto, ha percorso in solitaria i restanti 35 km fino al traguardo in un modo che abbiamo già visto tante volte in questa stagione

Il distacco di 2:44 scavato da Hinault nel 1980 rimane il record, ma rimane pure la certezza che nessuno dei potenziali favoriti ha tentato qualcosa di ambizioso e poco ortodosso per mettere sotto pressione Pogačar. Era come se si fossero rassegnati alla sconfitta ancor prima che Pogačar sferrasse il suo inevitabile attacco dice sempre Rouleur. 

 

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Alexandre Roos, l’immaginifica firma de L’Equipe, ha scritto che la corsa ha assunto i contorni di un castigo divino, di quelli che i mortali possono accogliere solo con l’impotenza della loro condizione. Era scritto che Tadej Pogačar sarebbe volato sulla Côte de la Redoute, a 34,8 km da Liegi, lo sapevano tutti eppure nessuno ha potuto impedirlo. La forza dell’inevitabile. Tutto questo si è svolto senza intoppi, con un’impressione di disinvoltura. Fino al momento in cui ha alzato gli indici verso il cielo, mentre passava la linea bianca disegnata sulla strada. 

In questa vittoria – spiega allora Roos – c’è molto di più di una egemonia e una statistica, c’è qualcosa di intimo. Tadej Pogačar ha tagliato il traguardo puntando il dito al cielo, due anni esatti dopo la morte di cancro della madre della sua compagna, Urska Zigart. Un omaggio a Darja, uno stimolo per un’incoronazione piena di umanità che ha messo in luce un campione con i suoi difetti e le sue ferite, in una comunione attorno a un dolore universale che tutti possiamo comprendere, molto più della portata delle imprese che compie sulla sua bici. Ci ricorda che lo sloveno resta un ragazzino di 25 anni che affronta le vicissitudini della vita come noi

 

La Liegi gli era sfuggita negli ultimi due anni. Nel 2022 aveva dovuto rinunciare proprio per il dramma in famiglia alla viglia, l’anno scorso cadde e si ruppe il polso – il guaio che gli ha poi rovinato la stagione. Se dobbiamo parlare ancora una volta di storia – scrive Roos – Merckx è stato Merckx anche perché ci sono state delle difficoltà, la caduta di Blois, Ocaña, il Puy-de-Dôme; Tadej Pogačar ha già vissuto la sua parte di delusioni.

 

Non sarebbe giusto liquidare la Liegi di van der Poel come una delusione. Rouleur dice che è stato “una presenza intimidatoria per tutta la primavera, portando con sé un’aura di invincibilità, stavolta è sempre stato sulla difensiva”. In effetti, all’inizio della corso patreva essere stato messo fuori gioco dal coinvolgimento in una caduta. Si è ritrovato subito intruppato dentro un mucchietto di corridori scivolati a un minuto dal gruppo. Van der Poel ha mantenuto la lucidità e ha corso in modo sensato, “trattenendosi e aspettando pazientemente che i compagni di squadra lo riportassero gradualmente nel gruppo; a differenza di altri corridori colti di sorpresa, come Tom Pidcock – spiega Rouleur – che ha attaccato e ha messo il naso al vento nell’inseguimento, pagandone le conseguenze”. Leonardo Piccione su Bidon ha trovato l’azione di Tafej “euclidea, soave il suo ondeggiare. Sembrava pedalare con la forza del pensiero mentre gli altri s’aggrappavano alla bicicletta con tutto ciò di cui i loro corpi mortali potevano disporre”.

Eppure MvdP ha fatto la volata per il terzo posto come se si trattasse del primo. Alessandra Giardini ha detto su X: Oggi ho avuto la certezza che van der Poel è un fenomeno. Ha voluto con tutto l’orgoglio della maglia iridata un piazzamento. Fanno quattro in tutto fra i primi-10 nelle Classiche di quest’anno, un’impresa che non riusciva da 13 anni. Quella volta fu Gilbert a farcela. C’era già riuscito nel 2010, come Michele Bartoli prima di lui tre volte fra 1995 e 1998, prima ancora Chiappucci nel 1995, Sorensen nel 1991, suo papà Adrie van der Poel nel 1986, il grandissimo Sean Kelly nel 1984, 1985, 1986. Più di tutti, addirittura a cinque piazzamenti, si erano spinti Fons De Wolf nel 1980 e Francesco Moser nel 1978. Ma se da 13 anni non accadeva è perché non si correva più come una volta, e adesso sì. Lo va Mathieu van der Poel. Per il piacere della bicicletta. 

Anche Mattias Skjelmose, come Pidcock, ha giocato con il fuoco sloveno. Alla tv del suo paese ha ammesso che provare a seguire Pogačar , gli è costata tutta la corsa. Quando ti avvicini troppo al sole, ha detto, ti bruci. Non è un rischio da italiani. Il primo è stato Antonio Tiberi 22esimo. Come dicono quelli bravi: ma questa è un’altra storia.

 

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