Le tasche piene di sassi di Longo Borghini fino a Roubaix
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A sei km dalla fine, in una curva a destra, su un cartello è apparso il nome del desiderio. Roubaix, diceva. Annunciava a Elisa Longo Borghini la fine della fatica e l’inizio della gioia. Solo un quarto d’ora prima, quando era già rimasta sola, aveva rischiato di andare lunga, fuori strada, con le tasche piene di sassi e gli occhi pieni di Moscon. Nel senso che aveva visto da vicino la stessa fine fatta dal Gianni un anno fa, con il batticuore di trovarsi in testa, l’illusione di avercela fatta, il corpo e l’anima feriti dalla caduta. C’era solo la polvere al posto del fango. Elisa è rimasta in piedi e ha puntato dritta verso l’André-Pétrieux, il velodromo a una manciata di km dal confine con il Belgio, l’ultimo anacronismo di una corsa su strada che si svolge sui ciottoli e arriva su una pista. Ancora discutono, in Francia, se l’André Pétrieux a cui lo hanno intitolato sia il padre, proprietario di un bar all’angolo tra rue Jules-Guesde e rue de Lannoy, oppure il figlio, stesso nome, dirigente sportivo. Quando le ruote della bici erano a una decina di metri dal traguardo, Elisa si è data un paio di colpetti al casco sulla testa, ha lanciato un grido che si è sentito fino nelle Fiandre, dove aveva vinto sette anni fa, e finalmente ha aperto le braccia, ma poco, quel tanto da ricordarci che portava una maglia verde bianca e rossa, come su questo traguardo – prima di lei – Fausto Coppi, Francesco Moser e Andrea Tafi.
Ha il primo cognome di una grande campionessa di Francia (Jeannie Longo) e il secondo di una storica calzoleria di Brescia. Messi uno di fianco all’altro fanno una donna che in bici fa le scarpe a tutti. È rimasta da sola negli ultimi 34 km e su otto tratti di maledetto pavé. Marco Bonarrigo sul Corriere della sera dice che “non stava bene («Ho preso tanti antibiotici, è stata una primavera difficilissima») e non voleva correre («Ho chiesto alla squadra di sostituirmi, non mi andava di fare la comparsa») ma la Trek-Segafredo le ha imposto «di gareggiare, fidandomi dei miei mezzi». Aveva ragione la squadra: quella realizzata da Elisa Longo Borghini ieri alla Parigi-Roubaix è una delle più belle imprese della storia del ciclismo azzurro”.
Ciro Scognamiglio sulla Gazzetta dello sport la definisce “una donna che è la foto perfetta dell’Italia migliore: forte, determinata, umile. In questo momento storico il ciclismo femminile italiano è il migliore al mondo”, mentre Cosimo Cito su Repubblica ricorda che “figlia dell’ex azzurra di sci di fondo Guidina Dal Sasso, allenata dall’ex mentore di Nibali Paolo Slongo e fidanzata con il collega e compagno di team Jacopo Mosca, è da anni la guida morale del ciclismo femminile italiano: le manca solo il Mondiale, ma tra le sue 30 vittorie spiccano Fiandre, Strade Bianche, Binda, due bronzi olimpici”. Andrea Schiavon su Tuttosport scrive che “l’arte dell’attesa dà vita a capolavori”.
Longo Borghini è nata a Verbania. Come Filippo Ganna.
Oggi la gara degli uomini
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C’è una strada piena di sassi, dove questa corsa viene decisa più spesso che all’ultimo chilometro. Il suo vero nome è la Drève des Boules d’Hérin, per tutti la Trouée d’Arenberg. La Foresta. Eddy Merckx diceva che quando la attraversi, non sai chi vince, ma quando ne esci sai chi perde. Cyril Lemoine oggi diventa a 39 anni il quindicesimo ciclista a raggiungere il traguardo delle quindici partecipazioni alla Parigi-Roubaix e racconta che dentro la Foresta «arriviamo velocemente, a 60 km orari, in un folto gruppo dove tutti vogliono essere davanti. Inoltre, l’inizio è un po’ in discesa, il che rende gli strappi ancora più violenti. C’è molto stress, a volte dobbiamo cambiare traiettoria, destreggiarci, metterci in mezzo o un po’ di lato, e così via».
Questo è il tratto dove il pavé è più pavé che altrove. I lavori di rifinitura alla carreggiata non furono particolarmente raffinati. La strada era destinata esclusivamente a chi andava in miniera, senza un uso pubblico. L’80% dei ciottoli è tagliato in modo grossolano. Ce ne sono di rotti dovunque. Qui non esiste la cosiddetta linea di rotolamento, quello spazio al centro della strada dove la pavimentazione è rialzata e meno usurata, protetta nel tempo dai passaggi delle ruote dei trattori. Non c’è nulla di bombato. Tenir le haut du pavé, tenere la cima del selciato, significa scansare i solchi laterali, spesso nascosti sotto le pozzanghere. Chi scivola di lato, rischia di imbattersi in un bordo, in una pietra irregolare e sporgente, si rischia di cadere.
Ecco. La Foresta è tutta un forare e cadere. Chi ne esce immacolato, può mettere in conto un pomeriggio da protagonista. È come ricevere un bacio della divinità che protegge la corsa. Altrimenti dovrà rincorrere. Come se fosse facile.
Laurent Vergne per Eurosport France ha scritto un lungo articolo sulla Foresta e sul suo rapporto con la corsa. La versione italiana del sito di Eurosport lo ha rivisitato e sintetizzato. Le righe che seguono hanno queste due fonti.
Nel 1967 quindici velocisti si contesero la vittoria e non bastò il successo di un campione del mondo, Jan Janssen, futura maglia gialla al Tour, a placare l’organizzatore Jacques Goddet. «Il n’est pas possible!», gridò. Era inammissibile che si decidesse allo sprint. Così il direttore chiese ad Albert Bouvet di trovare nuovi settori di pavé. A costo di stravolgere la gara.
Il compito venne affidato a Jean Stablinski, sommo conoscitore delle strade del Nord. Conosceva la Tranchée de Wallers-Arenberg, in mezzo al bosco e di fianco a una miniera, perché da giovane ci aveva lavorato per comprarsi la prima bicicletta da corsa.
Goddet vive la strada e ne fu sconvolto. Stablinski e Bouvet insistettero. Era il 1968, diamine, se non la fai adesso una rivoluzione, non la fai più.
Il giornalista Pascal Sergent ha dedicato un libro alla Foresta: “È come una cattedrale immersa nella natura. Sarebbe un posto fantastico anche se la strada fosse coperta d’asfalto. Quando il gruppo penetra nella Foresta a sessanta chilometri orari, è lì che si compie la magia”.
La prima volta che l’abbiamo vista in tv è stato nel 1984. Prima d’allora, i telecronisti aprivano le trasmissioni raccontando chi era rimasto dentro la trappola. In testa alla corsa, quella volta, c’era Alain Bondue, nato proprio a Roubaix. E stava davanti nel giorno del suo 25esimo compleanno. Avrebbe chiuso al terzo posto, nell’edizione vinta da Sean Kelly.
Nel 1998 Johan Museeuw ci ha lasciato un ginocchio. Ha raccontato a Le Monde: «Siamo entrati nella Foresta di Arenberg a cinquanta chilometri orari e c’era merda dappertutto, tanto che i sassi non si vedevano, nascosti dal fango, sono scivolato per terra. Mi sono rimesso in piedi eccitato di adrenalina, non sentivo dolore, non provavo niente, ma guardando il mio ginocchio, la rotula era completamente aperta: – Putain, c’est quoi? Il problema era stato cadere sulla merda di cavallo e per questo il sangue fece subito infezione».
Ci vollero 8 ore di chirurgia e antibiotici per evitare l’amputazione.
Tom Boonen ha vinto 4 Roubaix e si è ritirato una volta sola in 13 partecipazioni. Si è ritirato dentro la Foresta.
“Arenberg decide il tuo destino, è come il Fato dei guerrieri di Troia”.
Senza mai correre la Parigi-Roubaix, Vincenzo Nibali ha scritto sul pavé di Arenberg una delle imprese più belle della sua carriera, il 9 luglio 2014, quando di là passò il Tour de France, che commemorava la Grande Guerra partendo da Ypres.
Thierry Gouvenou, responsabile del percorso della Roubaix, ha confessato a Eurosport che «incaricati dall’organizzazione, abbiamo pensato alla sua eliminazione, ma al cospetto di questo impatto televisivo e di questa passione locale, non sarebbe una decisione facile da prendere». Gilbert Duclos-Lassalle sostiene che «il Tour ha tante opzioni e per questo può ruotare ogni anno fra le sue mitiche salite. Arenberg invece è un luogo unico e senza la sua Foresta, la Roubaix non sarebbe la stessa. La Tranchée è una terra leggendaria, i campioni ogni anno vogliono tornare qui per riprovare gli stessi brividi».
Resta tuttora un sito protetto e chiuso al trasporto. Nel 2005 venne cancellata dalla corsa perché troppo danneggiata. Da allora è stato restaurato un tratto di 200 metri, alcuni alberi sono stati abbattuti perché la luce passasse e ogni anno, all’inizio della primavera, un’associazione di volontari mette in sicurezza il manto stradale tagliando l’erba e sradicando gli arbusti.
L’estate scorsa dopo anni di chiusura, ha riaperto ai suoi bordi il Caffè Puits n°3. “Le fotografie color seppia appese alle pareti ripercorrono l’epopea mineraria della città” ha raccontato l’Equipe.
Alessandra Giardini per Bicisport ha scritto che questa corsa “si chiama Parigi-Roubaix ma Parigi non c’entra: si parte da Compiègne, 88 chilometri a nord della capitale francese, dove nel 1430 i borgognoni catturarono Giovanna d’Arco e la vendettero agli inglesi, che un anno più tardi la misero al rogo. Compiègne è una città vicina al confine col Belgio, e forse per questo scelta spesso per firmare trattati e armistizi: l’11 novembre 1918 Francia e Germania si accordarono lì, in un vagone ferroviario bloccato in mezzo alla foresta, per quella che era di fatto la fine della prima guerra mondiale; il 22 giugno 1940, nello stesso vagone si incontrarono il maresciallo Pétain e Adolf Hitler e di fatto divisero in due la Francia, con la Wehrmacht che occupò il nord e la costa atlantica. Il ruolo che questa città del nord ha per il ciclismo è tutt’altro che pacifico: da lì parte la corsa più bella, folle, furiosa, assurda e crudele del mondo. Potremmo usare mille parole per definirla, per raccontarla. Ma sarebbe come metterle un limite, un confine”. Nel libro Vedrai che uno arriverà, scritto con Giorgio Burreddu, Giardini dice che “a Parigi ci sono sempre tutti, ma è a Roubaix che tocca arrivare”.
La materia e la forma delle pietre
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Xavier Colombani su L’Équipe ha spiegato la differenza tra le strade con il pavé del Fiandre e quelle della Roubaix. “Le prime al confronto sembrano quasi un boulevard”.
Quando nel 1896 fu creata la Parigi-Roubaix, i corridori viaggiavano prevalentemente su terra battuta, a eccezione degli ultimi quaranta chilometri, percorsi su un’unica pista asfaltata. L’acciottolato regolare non ha resistito ai proiettili della Grande Guerra e alla perforazione dei lavori per le autostrade. Dei 31 settori utilizzati oggi, uno è stato introdotto nel 1958 (il Willems > Hems), un altro nel 2007 (Beuvry-la-Forêt > Orchies), gli altri nel 1968 per la foresta d’Arenberg o nel 1980 per il Carrefour de l’Arbre, il più famoso.
Ogni pietra è in granito-porfido, arenaria o pietra blu. François Doulcier, presidente degli Amici della Parigi-Roubaix, spiega che «quelle in granito sono praticamente indistruttibili. Quando vengono tagliate, c’è un effetto granuloso che le rende meno scivolose, soprattutto in caso di pioggia. L’arenaria è un materiale medio, utilizzato nelle strade agricole, più sensibile all’usura e alla lucidatura. Le pietre blu sono fatte di calcare. Sono molto belle ma fanno schifo. Le colpisci con un martello e si rompono. Le colpisci una seconda volta e si spaccano a metà. Questo provoca zone piene di buche e scivolose, anche nell’asciutto».
Dalla partenza fino alla Foresta (settori da 30 a 19) è arenaria. Quando si entra nelle strade dipartimentali sud-nord, sulle quali scorre un certo livello di traffico, la pietra diventa granito fino a Sars-et-Rosières (18-15), da Pévèle-Caremault (settori 14 a 1) si trova spesso un misto, come nel primo km del Carrefour de l’Arbre. Una volta superata la sua curva, ricompaiono solo graniti, perché la via era molto trafficata, prima che arrivasse l’autostrada.
“Dovrebbe essere una porzione senza grandi difficoltà – scrive Colombani su L’Équipe – e invece è il contrario. La strada è dieci volte più difficile”.
Perché? Perché la difficoltà non dipende solo dalla materia, ma dalla forma del ciottolo.
La professoressa De Martini sarebbe fiera nel sapere che in questo momento davanti agli occhi si è manifestato il manuale di Geymonat con le pagine su Aristotele.
I ciottoli che vengono riparati durante l’opera di manutenzione delle strade, prendono una loro sagoma a seconda del livello di traffico. Possono essere storti, curvi o tagliati. Il verbo che viene usato per questo tipo di lavoro è boucharder, bocciardare. La distanza tra una pietra e l’altra viene colmata dalla sabbia. Al Giro delle Fiandre le giunture sono molto sottili, a volte di pochi millimetri. Alla Parigi-Roubaix possono arrivare a diversi centimetri.
L’identikit del vincitore
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L’età | La Parigi-Roubaix è la corsa dei vecchi. Qui hanno vinto Philippe Gilbert a 36 anni, Matthew Hayman a 37, Johan Museeuw a 36 anni o Gilbert Duclos-Lassalle a 37 e 38. Dal 1990 l’età media di chi arriva primo è di 30,84, la più alta davanti a Fiandre (29,12), Liegi (28,97), Lombardia (28,91) e Sanremo (28,03). La media è un po’ calata con l’arrivo di Tom Boonen (24 anni alla sua prima vittoria) e Fabian Cancellara (25 anni, la stagione successiva).
Nel gruppo oggi ci sono Greg van Avermaet e Niki Terpstra, rispettivamente 36 e 37 anni. Il primo è reduce dal 15esimo posto nel Giro delle Fiandre. John Degenkolb ha 33 anni e Philippe Gilbert 39.
La cronometro | Gli specialisti delle cronometro eccellono alla Parigi-Roubaix. Il 79% dei corridori arrivato fra i primi 10 della Parigi-Roubaix nelle ultime due edizioni, vantano almeno un piazzamento fra i primi 10 in una cronometro dal 2019 a oggi. I corridori da Tour de France, nella scia di Miguel Indurain, hanno preso l’abitudine di evitare il pavé.
Oggi partono 6 dei 10 primi del Mondiale a cronometro 2021: Ganna, Asgreen, Küng, Bissegger, Affini, Van Aert, mentre Evenepoel, Hayter e Pogacar saranno nelle Ardenne la prossima settimana. Bisogna risalire al 1981 per trovare un vincitore del Tour de France nell’albo d’oro: Bernard Hinault. Bradley Wiggins si era messo in testa di provarci, per provocazione e per ribellione ai pregiudizi. Fece nono nel 2014. Geraint Thomas è un altro dei pochi ad aver osato (settimo). Dei 19 corridori classificati tra i primi 10 alle Parigi-Roubaix 2019 e 2021, solo 4 non sono mai entrati in una top-10 a cronometro: Van Asbroeck, Gilbert, Haussler e Sénéchal.
Marco Bonarrigo sul Corriere della sera racconta “del meccanismo – sulla carta rivoluzionario – che sarà montato sulle ruote di alcuni corridori (tra loro il tedesco Degenkolb, primo nel 2015) e che permette di alzare e abbassare in modo quasi istantaneo la pressione delle gomme passando dall’asfalto al pavé. Il costruttore (la start up olandese Scope) garantisce sicurezza e un guadagno di 30 watt sull’asfalto. La speranza è che, improvvisandosi gommisti a 50 all’ora sui ciottoli, i prescelti non finiscano in qualche fosso”.
opinioni Le ambizioni di Ganna
“Non dimenticherò mai quella Roubaix 2014 da juniores, con la maglia della Nazionale, quando andò in fuga tutto solo e fu raggiunto a soli dieci chilometri dall’arrivo. Quel giorno dimostrò di avere predisposizione per le pietre, e vorrei ricordare che in quella Nazionale era presente anche il povero Giovanni Iannelli (morto in volata nel 2019 in provincia di Alessandria). Ganna corse senza paura, in modo arrembante, con l’entusiasmo di un ragazzino, e dimostrò di essere un corridore capace di giocarsi le proprie carte. Un conto però è farla da Under 23 e un’altra da professionisti: per questo non metto Ganna tra i grandi favoriti, però mi piacerebbe vederlo protagonista. Essere nel vivo della Roubaix: anche lui non ha avuto un avvicinamento ideale, però oggi può capire se un giorno potrà vincerla. Comunque non ha lasciato nulla al caso, ha fatto una ricognizione scrupolosa con l’allenatore Cioni ed è stato l’unico che ha preparato la Roubaix… con alcune sessioni di lavoro in pista, a Montichiari, con il c.t. Villa. È una novità, e sono curioso di capire: se dovesse andare bene, metterebbero il parquet a forma di pavé nei velodromi…” – di davide cassani, la Gazzetta dello sport
in tv oggi 10.30 Eurosport 1, Rai Sport: Parigi-Roubaix maschile | domani ore 14 Eurosport e Rai Sport: Giro delle Alpi (1. tappa)
Gli anti-eroi del 2021
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Il lettone ultimo classificato
«Era la mia prima Parigi-Roubaix, a volte ho l’impressione che il mio corpo non si sia ripreso ancora. Il fango mi usciva dagli occhi, è durato quattro giorni, non riuscivo a vedere niente. Avevo la febbre a 39, sono stato cieco per una settimana. La mia ragazza doveva venire a prendermi in macchina e guidarmi dentro la casa ogni volta che volevo qualcosa. Vedevo come una nebbia. La mia ruota era rimasta incastrata in un buco, sono caduto e i miei occhialini sono scomparsi sott’acqua. Non li ho trovati. I testicoli hanno colpito il telaio della bici e non sono riuscito a ripartire per diversi minuti. Ma nella mia testa, in quel momento, ho deciso che sarei andato fino in fondo, che sarei arrivato a Roubaix, anche a mezzanotte. Mi ero accorto che stava succedendo qualcosa di storico. Ho tenuto duro mentalmente contando i corridori che superavo, quelli che vedevo mollare. E poi, a quindici chilometri dal traguardo, ho bucato tutt’e due le ruote. Quella di dietro era completamente sgonfia, ma a quella anteriore sono riuscito a mantenere 1,5 bar di pressione per andare avanti. Quando sono entrato al Velodromo, la gente mi gridava: Tempo!! Tempo!!, per dirmi che ero proprio al limite, ma con le gomme a terra non potevo accelerare. Ce l’ho fatta per dieci secondi. Il ragazzo dietro di me è stato dichiarato fuori tempo massimo. A volte vincere non ha importanza. Basta esserci stati. A casa a Riga, ho appeso al muro la foto scattata quel giorno. Potrebbe essere la faccia di chiunque ma io conosco la storia di quella maschera di fango» | Emils Liepins intervistato da Dominique Issartel, L’Equipe
Il belga ultimo arrivato, fuori tempo massimo
«Non avrei mai immaginato la forza mentale di cui avrei avuto bisogno, per resistere alla tentazione di arrendermi. Ci ho pensato tante volte. Ricorderò sempre gli ultimi cinque chilometri, il cartello di Roubaix, le persone sulla soglia del velodromo che mi applaudivano, il ragazzo nel carro delle scope che si avvicinava e io che gli dicevo di aspettare, che volevo arrivare. E poi l’ingresso al velodromo, con la folla solo per me. Non c’era più nemmeno un fotografo. Sono stati gli spettatori a mandarmi le foto il giorno successivo! Questa Parigi-Roubaix è stata più di una gara, è stata un’esperienza di vita, tanto per me quanto per Colbrelli che l’ha vinta» | Tom Paquot intervistato da Dominique Issartel, L’Équipe