James Thaine, il pilota, gli urlò: Scappa, stupido bastardo che adesso scoppia. Invece Harry Gregg tornò indietro. Dentro il relitto dell’aereo in fiamme. Prese in braccio una bambina e la tirò fuori insieme a una donna. Poi salvò la vita a Bobby Charlton, a Dennis Viollett. Uno alla volta gettò tutti fuori da quel che restava dell’aereo. Si salvarono in ventuno e Gregg diventò l’eroe di Monaco.
Trascinò Charlton e Viollett per una ventina di metri in mezzo alla neve. Matt Busby, il manager del Manchester United, si grattava il petto e si lamentava: “Le gambe, le mie gambe”. Le sue ferite facevano spavento. Roger Byrne non ne aveva neppure una, ma non si muoveva, era morto e aveva gli occhi aperti. Giocava in difesa. Gregg ha sempre avuto un rimpianto. Non essere riuscito a chiudergli gli occhi con un mano. Essergli passato accanto e averlo lasciato così. Jackie Blanchflower, poco più in là, aveva la parte inferiore del braccio destro irrigidita.
Harry Gregg è morto domenica a 87 anni con un senso di colpa. Essere sopravvissuto a 8 dei suoi compagni di squadra nella tragedia aerea del 1958. I Busby Babes. Raccontava di non essere riuscito più a salutare la vedova di Geoffrey Bent, quella di Roger Byrne, la famiglia di David Pegg e gli altri, tutti quanti gli altri. Non ci riusciva sapendo d’essere salvo e i loro mariti, i loro figli, i loro fratelli no. Si tenne i demoni dentro per 40 anni, fino al giorno in cui, durante una cerimonia di commemorazione nella cattedrale di Manchester, dopo una partita contro il Bolton, la moglie di Byrne, Joy, lo avvicinò e gli chiese: “Perché ti torturi ancora?”.
Joy e Roger si erano sposati da sei mesi, lei seppe di essere incinta qualche giorno dopo la tragedia. Roger junior sarebbe nato il 7 ottobre, l’aereo era caduto il 6 febbraio. In Inghilterra, la vita per una vedova non era semplice negli anni 50 e 60. Joy avrebbe cresciuto da sola Roger jr lavorando come fisioterapista. Matt Busby cominciò a portarsi il piccolo a Old Trafford come raccattapalle.
Gregg diceva di non sopportare che il disastro di Monaco fosse diventato un’industria. Un calciatore dava interviste raccontando di essere scampato all’incidente grazie a un infortunio e non era vero. Aveva una sola presenza, era una riserva. “Ma grazie a questa frottola – borbottava Gregg – ha campato nel circuito del chiacchiericcio da bar, e questa cosa mi disgusta”. Non sopportava i libri sulla strage pieni di enfasi e di licenze. Non sopportava che Bill Foulkes raccontasse di averlo visto intorno alla coda dell’aereo con un bambino in braccio. “Quando io stavo portando fuori il bambino, lui stava scappando dall’aereo”.
Tredici giorni dopo l’incidente, Gregg tornò in campo contro lo Sheffield Wednesday per la Coppa di Inghilterra. Aveva mal di testa. Sempre. Un neurochirurgo scoprì una frattura al cranio. Quattro mesi dopo era ai Mondiali in Svezia, portiere e capitano dell’Irlanda del Nord che batté la Cecoslovacchia, perse con l’Argentina e pareggiò 2-2 con la Germania campione del mondo. Si giocarono la qualificazione nello spareggio con la Cecoslovacchia, vinsero 2-1 e pagarono la stanchezza due giorni dopo, prendendo 4 gol dalla Francia di Fontaine.
Quando a 17 anni in prima squadra arrivò George Best, la prima cosa che fece fu pulirgli le scarpette. Disse che toccava a lui, che lo considerava un onore. Un conto è il coraggio, disse, un altro quello che hai fatto tu, Harry, tu hai fatto una cosa divina. Gregg perse sua moglie per un cancro al seno. Il dottore gli disse che Mavis aveva il cancro e lui fuggì dall’ospedale. Non ce la faceva a guardarla in faccia. Solo quando si voltò e la vide sorridere alla finestra, tornò indietro.
Anni dopo la tragedia, gli fecero reincontrare sia la donna che aveva portato fuori dall’aereo – era diventata la moglie di un diplomatico jugoslavo – si chiamava Vera Lukic, sia quella che allora era la sua bambina, Vesna. All’appuntamento, con loro due, si presentò anche un uomo. Piacere, Zoran, disse. Chi sei, domandò Gregg. Sono il bambino che non sapevi fosse quel giorno nella pancia di Vera.