La vita nel dopo-Bolt non è poi così agra come si temeva. La prima sessione mattutina ai Mondiali di Budapest ha avuto tribune meno deserte del solito, nonostante la pioggia e un’ora di ritardo sul programma. Sono già stati venduti 300mila biglietti complessivi per il nuovo stadio da 36mila posti sulle rive del Danubio, a sud della capitale. Sebastian Coe, rieletto giovedì per un nuovo mandato alla guida di World Athletics, sa come vendere la merce che ha in vetrina. Quando gli parlano di Bolt, risponde che adesso l’atletica è un ventaglio largo, nel quale ci sono i volti e le gambe di Sydney McLauglin-Levrone (qu assente per infortunio), di Mondo Duplantis, di Jakob Ingebrigtsen, oppure di Faith Kipyegon, la donna che ha battuto in estate il record del mondo nei 1.500 e nei 5.000 metri. Se poi resiste l’idea che una campionessa o un campione debbano anche bucare lo schermo, dal mazzo di carte escono i jolly di Sha’Carri Richardson e Shelly-Ann Fraser-Pryce, Noah Lyles e Fred Kerley.
Ai giornali italiani che l’hanno intervistato in settimana, Coe ha detto che confida in Larissa Iapichino, può essere un modello, un’ispiratrice delle giovani generazioni, e poi aspetta il ritorno di Marcell Jacobs – del resto che doveva dire.
L’Équipe ricorda stamattina con Stephane Kohler che quarant’anni fa a Helsinki, i Mondiali iniziarono con 1.333 iscritti provenienti da 153 paesi e una stella sola di nome Carl Lewis, nella sua leggendaria esibizione su 100, salto in lungo e staffetta. Gli atleti sono saliti a 2.100, i paesi sono 202, “ennesima prova dell’universalità del primo sport olimpico”, anch’esso stritolato nella morsa dei calendari affollati. Ne scrive su Domani Aligi Pontani, parlando di strozzatura del Covid che ha appiattito il tempo, “affollando eventi un tempo rari per recuperare lo stop da lockdown”, tanto “da far sembrare i mondiali quasi una routine, un appuntamento stagionale, un tagliando di controllo in vista delle già vicine prossime olimpiadi”. Un mondo nuovo nel quale si possono scroprire tra i primi dieci del lancio del disco, “il gesto molto classico, molto scultoreo, tre giamaicani, un samoano, un austriaco e uno sloveno” [Giorgio Cimbrico, Domani]. È il nuovo universo baciato dalla netflixizzazione dello sport, necessaria per aprirsi a un nuovo pubblico. Perché le frontiere in pista si allargano, ma l’anno scorso lo stadio di Eugene da 17mila posti non era sempre pieno e gli ascolti tv non sono stati eccezionali neppure in Europa, per via del fuso orario.
UN PAESE AL GIORNO
I Mondiali di Tuvalu durati 11 secondi
Accaddero molte cose tutte insieme, dentro il famoso palazzo di vetro dell’Onu, la prima settimana di settembre del 2000. Fidel Castro tornava a New York per la prima volta dopo cinque anni e aveva messo un completo blu. Era arrivato all’aeroporto a bordo di un Ilyushin-62 di fabbricazione sovietica e subito provocò un ingorgo scendendo da una limousine nera davanti alla missione cubana su Lexington Avenue. Bill Clinton si appartò con Tran Duc Luong per concordare la prima visita di un presidente americano in Vietnam dal 1969. Yasser Arafat era come al solito in sahariana e kefia. Dormiva in albergo sullo stesso piano del tennista tedesco Nicolas Kiefer, qualificato per la semifinali dell’Us Open, ma non gli fece chiudere occhio. Non per colpa sua. In hotel arrivarono quattro allarmi per la sicurezza del leader palestinese, peraltro infondati. Madeleine Albright fece un gesto di cortesia diplomatica venendo apposta per ascoltare l’intervento del presidente iraniano Mohammad Khatami. Fu pure l’occasione per vedere l’esordio sulla scena televisiva mondiale del presidente russo, un certo Vladimir Putin, da Larry King al suo show sulla Cnn. Ma soprattutto all’Onu fece il suo debutto il minuscolo Stato di Tuvalu, un’isola del Pacifico con 9mila abitanti, 189esimo membro delle Nazioni Unite, indipendente nel Commonwealth dal 1998.
Il mondo della diplomazia, per una volta, arrivò prima dello sport. Tuvalu è stata riconosciuta dal CIO nel luglio del 2007. Per alcuni anni è stata la sola nazione del mondo indipendente senza un comitato olimpico nazionale, la sola a parte Città del Vaticano. Così, Tuvalu s’è presentata ai Giochi con gran ritardo, a Pechino 2008, con Logona Esau nel sollevamento pesi, un uomo e una donna nei 100 metri. Lei: Asenate Manoa. Si era allenata sulla pista dell’aeroporto internazionale di Funafuti, prima di trovare ospitalità alle Fiji. Quando nello stadio a nido d’uccello si alzò al suono dello sparo alla partenza, era la prima volta che staccava i piedi da un blocco di partenza. Lui: Okilani Tinalau. Possiamo dirlo un pioniere. È lui il modello di Karalo Hepoiteloto Maibuca jr, 24 anni, figlio di un figiano di rango ratù e di una madre dell’isola di Kioa. Ai Giochi di Tokyo è stato il portabandiera della spedizione, insieme con Matie Stanley. Era anche ai Mondiali, stamattina. Per quanto paradossale sia, i 100 metri sono la specialità in cui la piccola Tuvalu ha più storia. Stavolta il viaggio di Maibuca è stato persino più lungo, per vedere da vicino gli irraggiungibili campioni della velocità. Irraggiungibili in ogni senso, da vicino per modo di dire. Maibuca ha corso la sua batteria in 11.55, un secondo e tre decimi più lento di chi gli stava davanti. Eppure s’è lasciato alle spalle Tauru Tiaon delle isole Kiribati, l’ultimo tra gli ultimi di tutti i preliminari, 12 secondi netti. Non batterebbe il miglior Bolt neppure se avesse 20 metri di vantaggio.
Per Tuvalu e per Kiribati i Mondiali sono finiti. Non hanno portato altri atleti a Budapest. Oltre a fare i calcoli di Bolt, il vostro amico Roberto Liberale ha scoperto che erano due dei 28 paesi per i quali il nome collettivo di squadra si doveva declinare al singolare. Un solo convocato. Hanno attraversato il mondo per una spedizione durata dunque fra gli 11 e i 12 secondi. Non è un record. È imbattibile l’Afghanistan. Il povero Said Gilani è partito nella sua batteria con un tempo di reazione di 157 millisecondi, ma non è arrivato al traguardo.

I 100 metri di Jacobs
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Stasera aspettiamo di capire come saranno i mondiali di Mistery Man, il soprannome che lo sponsor ha dato a Marcell Jacobs, “il mistero Jacobs” anche nel titolo de L’Équipe. Esentato dai preliminari, comincia la sua avventura in batteria.
Gaia Piccardi sul Corriere della sera stamattina ricorda che “settantuno giorni di assenza in un mondo lungo cento metri che viaggia costantemente sotto i dieci secondi, sono decisamente un’eternità. Dall’oro agli Europei di Monaco (9”95) sono passati 368 giorni: da allora solo un 100 corso a Parigi, in Diamond League, troppo brutto per essere vero (10”21, 206° tempo della stagione), 71 giorni fa. In mezzo la lunga gestione di quella che lui chiama «la problematica» (lesione alla guaina del nervo sciatico, si è appreso qui a Budapest), mentre il resto del mondo correva, saltava, lanciava”.
Marco Bonarrigo, sempre sul Corriere della sera, fa notare che nessun atleta ha mai vinto un Mondiale correndo una sola volta nell’anno precedente. “In media – rivela – gli 11 vincitori delle 18 edizioni del passato hanno corso 10 gare nei 365 giorni precedenti. Allora quello di Jacobs è un salto nel vuoto? No. Né Marcell né il suo coach Camossi correrebbero un rischio del genere. Il «motore» di Jacobs è stato testato a regime di gara, l’infiammazione muscolare scongiurata. Un ann fa a Eugene l’ultimo tempo di qualificazione diretta alle semifinali fu di 10”18. Per l’accesso in finale servì un 10”05. Ma oggi, con 24 iscritti sotto i 9”99, forse bisognerà andare più forte”.
Corre in ottava corsia nella sesta di sette batterie: i primi tre in semifinale, più i tre migliori tempi tra i battuti.
LE STELLINE DELL’ATTESA
La palla di ferro di Crouser
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★★★★★ La finale del getto del peso maschile
Secondo Track & Field l’oro è destinato al collo enorme di Ryan Crouser. Joe Kovacs farà doppietta con l’argento per l’America. Bello sforzo. Gli USA vanno sul podio nel getto del peso dal 96, all’Europa manca dal 2017, quando fece bronzo il croato Žunić.
È entrato in finale con la quarta misura, 21 metri e 48. Si è risparmiato. L’ultima volta che lo statunitense aveva chiuso con un lancio inferiore a 22 metri era stato nell’aprile dello scorso anno. Possiede 17 dei 21 lanci mai registrati nella storia oltre i 23 metri. Ha da poco rinfrescato il primato mondiale portandolo a 23,56. Chi può scompaginare la doppietta americana è il neozelandese Tom Walsh, che ha preceduto Kovacs in tre dei quattro scontri diretti della stagione. La misura migliore stamattina è stata del brasiliano Darlan Romani, 22 e 37.
I due italiani sono in finale, Zane Weir con la seconda misura [21,82] e Leonardo Fabbri con la 12esima [20,74].
★★★★☆ La finale dei 10mila metri femminili
Sifan Hassan si è iscritta in tre gare: 1500, 5000 e 10.000 metri, proprio come ai Giochi in Giappone, dove raccolse due medaglie d’oro nelle distanze lunghe e una di bronzo nella breve. Pagò quello sforzo per molti mesi, poi s’è data alla maratona e ha vinto a Londra con il nuovo record nazionale [2:18:33] al suo debutto sulla distanza, in aprile, nonostante si fosse fermata a metà gara. Il suo ritorno in pista si è tradotto in una vittoria in 29:37.80 sui 10.000 metri a Hengelo, terza prestazione di sempre nella sua carriera e ottava di tutti i tempi, in un anno in cui sei donne sono scese sotto i 30 minuti. Nessuna più veloce di Gudaf Tsegay, 29: 29.73 al Trials in Etiopia. Alla sua seconda gara in assoluto sulla distanza, è diventata la quarta di tutti i tempi. Come Hassan, anche Tsegay è iscritta ai 5000 a Budapest, non nei 1500. Sono le due favorite della rivista Track & Field. Letesenbet Gidey, detentrice del record mondiale con lo straordinario 29:01.03 del 2021, ha corso con parsimonia quest’anno, ma non può essere scartata dai pronostici, almeno per il podo. La squadra etiope presenta anche Ejgayehu Taye e Lemlem Hailu. La 19enne keniana Grace Loibach Nawowuna fa il suo denutto mondiale dopo aver corso in 29:47.42 i primi 10mila della sua carriera a Hengelo, seconda dietro Hassan. L’ultimo oro non nato in Africa è stata la portoghese Fernanda Ribeiro nel 95.
★★★☆☆ La finale della 4×400 mista
Quasi un Europeo. Otto nazioni su nove in finale, tutte con tempi dal secondo posto in giù alle spalle degli Usa. Sono nove perché la Polonia ha presentato reclamo dopo una caduta provocata da un ruzzolone di un tedesco. La giuria l’ha accolto e l’ha riammessa alla finale di stasera. L’Italia è uscita: Lorenzo Benati si è fatto male in gara, è arrivato lo stesso al traguardo, Folorunso, Meli e Mangione hanno rimontato molto, non abbastanza: fuori di mezzo secondo.
LA GIORNATA
I Mondiali della via Pál
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LA PAPRIKA
Due azzurre qualificate nei 1500, con 4:03.04 Gaia Sabbatini e con 4:03.81 Ludovica Cavalli. Eliminata invece Sintayehu Vissa, nonostante abbia fatto il suo personale limandolo di 32 centesimi e nonostante abbia corso in 4:01.66. Significa che avrebbe vinto una qualunque delle altre batterie. Nella sua invece è arrivata solo settima. Una beffa enorme.
LE TERME
A Larissa Iapichino è bastato un salto a 6,73 per qualificarsi alla finale di domani. Tre eliminazioni rumorose, la svedese Khaddi Sagnia si è fermata a 6,35, addirittura senza una misura buona l’ucraina Beck-Romanchuk e la francese Kpatcha
IL GOULASH
La delusione italiana del mattino sono stati i gemelli Osama e Ala Zoghlami, fuori nelle batterie dei 3mila siepi. Hanno perso terreno dai migliori nelle fasi calde della gara. Il primatista del mondo Lamecha Girma è stato il migliore con 8:15.89.
CARNET
La prima medaglia d’oro
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20 KM MARCIA MASCHILE
Secondo Track & Field non era sulla 20 km che dovevamo aspettare Massimo Stano, ma è la distanza del suo oro olimpico, invece non è arrivato al traguardo. Giulia Zonca su la Stampa stamattina raccontava delle sue “13 ore di viaggio, come per molti altri dirottati dal maltempo.
Arrivo alle 3,30 della notte e controlli antidoping all’alba. Lui, così abituato a dominare la fatica e di conseguenza a pianificare gli obiettivi: l’atletica, gli esami all’università, un elenco di scadenze rispettate e l’abitudine a imporsi risultati costanti fino a che quel sistema non funziona più. A gennaio il lutto che stravolge, la morte del padre e poi allenamenti tirati con un lavoro senza sbavature che in gara non rende nulla. Lì in mezzo pure macchie nere postate su Instagram deluso dal fatto che i tanti risultati non portassero un riscontro economico”.
Ha vinto lo spagnolo Alvaro Martin, sconvolgendo il pronostico che dava avanti gli asiatici. El Mundo parla di un attacco alla maniera antica, al 15esimo km. “Di fronte al traguardo, ha afferrato la bandiera spagnola e ha attraversato le tribune con un pugno alzato e un grido stanco”. La corsa è partita con due ore di ritardo per un nubifragio. Martin s’è seduto e ha mangiato una mela, i giapponesi hanno protestato con la giuria a ripetizione. Secondo El Mundo la gara l’hanno persa là.
Comunque sia, Maurizio Damilano stamattina sulla Gazzetta era pessimista per il futuro della marcia. “Mi sento tradito – ha scritto – dalla federazione internazionale che, nel 2019, ha eliminato tutte le commissioni specialistiche, compresa quella della marcia che presiedevo. Hanno sostituito la 50 con la 35 km e ora sparirà anche quella. La staffetta mista sulla distanza di maratona è un’assurdità e una contraddizione. Avevamo lottato per avere quattro gare, ci troveremo con due e uno spettacolo da circo”.
Allo spettacolo si dà Alex Schwazer. Farà il Grande Fratello Vip.