La ferocia che non si vede nel nuoto artistico

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Anita Alvarez non può tornare in acqua ai Mondiali. Tre giorni dopo essere stata salvata dalla sua allenatrice Andrea Fuentes alla fine dell’esercizio, la federazione internazionale di nuoto le ha impedito di riprendere l’attività. Era la seconda volta che le capitava un malore del genere. 

 

Guarda la distanza, dice un amico. Non la distanza in metri. La distanza del gesto e della postura. Quello di sinistra è un manichino, afflosciato e rigido al tempo stesso, vuoto di ogni atto, pare una pietra prima di essere scolpita. Quello a destra è flessibile, come creta da modellare. Due corpi lontani come l’est dall’ovest, come la salvezza dalla condanna. Una foto così drammatica l’abbiamo vista di tanto in tanto solo per i naufragi dei migranti nel Mediterraneo. Invece adesso ci sono due donne che sono andate alle Olimpiadi, e in mezzo tutta la brutalità dello sport. 

È la ferocia del sincronizzato, così la chiama Liam Morgan sul Daily Mail. Uno sport ribattezzato nuoto artistico, così che paia finanche più leggero, uno sport che può sembrare grazioso ma è brutale e ad alto rischio

È un’analisi inquietante, quella che emerge dal racconto del giornale inglese. 

A occhio nudo, sembra uno sport incontaminato, che combina la grazia e l’eleganza del balletto con gli elementi della ginnastica. Le atlete competono in sgargianti divise, indossano un trucco pesante mentre ballano e scivolano sull’acqua, eseguendo mosse che pochissimi di noi proverebbero sulla terraferma. Ma sotto la superficie lucida, si nasconde una preoccupante corrente sotterranea fatta di commozioni cerebrali, lesioni e pericoli generali.

Alvarez non è l’unica ad aver rischiato di morire durante un evento. Alle Olimpiadi del 2008, Pechino, accadde alla giapponese Hiromi Kobayashi. Dovettero aiutarla a uscire dalla piscina dopo essere apparentemente svenuta nel corso della finale a squadre. Il problema dell’incoscienza dei nuotatori artistici viene attribuito all’ipossia, la condizione in cui il corpo o una sua parte sia privato di un adeguato apporto di ossigeno.

 

Il nuoto artistico è per sua natura ipossico. Le atlete trattengono il respiro per svolgere spicchi della loro routine. Il Mail ricorda che una ricerca condotta nel 2010 metteva in guardia dai pericoli di alcuni metodi utilizzati. La stessa FINA avverte nel suo manuale di valutazione distribuito ai giudici che rischiano l’ipossia le nuotatrici che trattengono il respiro per più di 45 secondi. Una seconda ricerca che risale a tre anni fa ha rilevato che circa una agonista su quattro riferisce di avere avuto almeno un episodio di commozione cerebrale, ma potrebbero essere di più – dice il Mail – perché non tutti vengono registrati e si verificano sott’acqua. In vista delle Olimpiadi di Rio 2016, l’australiana Amie Thompson si fratturò il naso, quando una compagna di squadra le schiacciò la faccia durante l’allenamento. La piscina, scrive il giornale inglese, si riempì di sangue. Durante una sessione di allenamento del 2013, a non meno di tre americane accadde lo stesso. Karensa Tjoa prese una ginocchiata alla parte posteriore della testa e mentre continuava a gareggiare,  raccontò di avvertire vertigini e mal di testa. Una sensazione che l’ha inseguita da quel momento in avanti ogni volta che entrava in piscina. Tjoa si è ritirata nel 2017.

Altre malattie tipiche del nuoto artistico sono problemi ai reni, al fegato e ipotermia.

Le atlete di questo sport hanno bisogno della forza e della potenza dei sollevatori pesi, della velocità e della capacità polmonare dei nuotatori di fondo, della flessibilità e dell’abilità delle ginnaste, dell’abilità nell’esibirsi in perfetta sincronia con la musica, e tra loro. Pilates, palaestra, balletto, ginnastica e danza sono tutti inclusi nei loro piani di allenamento.

 

 

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