
Steve Simon era amato, era amatissimo. Quando voltò le spalle alla Cina chiedendo chiarezza e trasparenza su Peng Shuai, la sua poplarità fra le giocatrici della WTA toccò il picco. Il punto è che quando si tocca il picco, si comincia a scendere e non te ne accorgi quasi mai. Così, stamattina, il boss della WTA sta friggendo, se lo stanno anzi cucinando a fuoco lento dopo il fiasco del Masters femminile di Cancun, vinto agevolmente lunedì dalla polacca Iga Swiatek, tornata al numero uno al mondo. È stato un disastro organizzativo. Con un paio di foto simboliche. La prima: Cori Gauff che prova a ripararsi dalla pioggia sotto un ombrello spampanato dal vento. La seconda: Aryna Sabalenka avvolta in un asciugamano durante la semifinale contro Iga Swiatek, interrotta domenica.
Stamattina ne scrive David Loriot su L’Équipe ricordando che Cancun è una festosa perla balneare frequentata dagli studenti americani durante le vacanze di primavera, ma sottolineando come a noi spettatori del tennis sia apparsa “un triste disastro, al crepuscolo della stagione delle piogge”.
La WTA aveva scelto di giocare lì le sue finali solo il 7 settembre, una volta saltata la trattativa con l’Arabia Saudita, “avidamente studiata dalla WTA” e soprattutto contrastata da molte giocatrici, poco entusiaste di andare a giocare in un paese dove i diritti delle donne sono ancora in discussione.
In meno di due mesi, scrive L’Équipe, la WTA ha dovuto montare il suo tendone e pregare affinché il cielo rimanesse clemente. “Ma organizzare i Masters all’aperto, alla fine della stagione delle piogge, con la biglietteria aperta inevitabilmente in ritardo, non era audacia, ma incoscienza. La WTA ha raccolto in Messico il peggio di ciò che ha seminato. Un campo centrale montato frettolosamente il giorno prima del torneo, piogge torrenziali, temporali violenti, tribune vuote, bidoni della spazzatura mossi dal vento, ombrelli rotti: il Masters ha assunto l’aspetto di una commedia catastrofica e sulle loro sedie, al cambio di campo, le giocatrici non sapevano se ridere o piangere”.
Sintesi: la testa di Steve Simon, il capo del circuito, può rotolare da un momento all’altro. Un mese fa aveva ricevuto una lettera piena di rimostranze, firmata da 21 giocatrici, tra cui Sabalenka, Rybakina, Jabeur, Swiatek. Un fronte che ha messo sul tavolo [“alla rinfusa” fa notare il giornale francese], questioni su montepremi, salute delle giocatrici, risarcimento economico in caso di infortunio o di maternità, un minimo garantito secondo la classifica. Alle spalle della lettera si agita una rivolta più complessiva, nella quale si sente l’eco della voce di Martina Navrátilová nata Šubertová, che chiede un cambiamento e si batte per avere una donna a capo della WTA. Chiede: chi potrebbe capire queste donne meglio di un’altra donna?
Il circo ha appena messo le sue tende a Siviglia, nel nome di una delle grandi ribelli dello sport mondiale, con la Coppa Billie Jean King. Juan Gutiérrez sullo spagnolo Diario As stamattina fa il punto sulle ambizioni della Spagna, che ha vinto cinque volte il trofeo quando si chiamava Federation Cup tra il 1991 e il 1998, prima cioè che fossero gli uomini a mettere le mani sull’insalatiera, la Davis arrivata nel 2000.
“Era l’era gloriosa epoca di Arantxa Sánchez Vicario e Conchita Martínez. Una coppia da sogno. Più recentemente, l’emergere di Garbiñe Muguruza e Paula Badosa ci ha spinto a pensare di replicare quei successi, la realtà è che non si sono mai trovate nella stessa squadra. A soli due anni dalle WTA Finals, entrambe sono lontane dal loro momento migliore. Muguruza prosegue nel suo ritiro a tempo indeterminato, senza toccare una racchetta. Badosa è appena reduce da un infortunio di tre mesi che ha limitato la sua stagione”.
La Spagna debutta oggi contro il Canada e anche l’Italia sta giocando contro la Francia
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