L’Effetto Marmaglia intorno a Sinner
Oh, ma allora non era solo una percezione di quei brontoloni perditempo che stanno su Slalom. Allora davvero Jannik Sinner ci sta sfuggendo di mano. Lui non c’entra, poverino, non ha nessuna colpa. Non fa nulla, neppure inconsapevolmente, per alimentare il fuoco. Ma il fuoco che cova sotto le sue partite, incomincia a scottare.
Lo chiameremo Effetto Marmaglia. Innanzitutto perché è una parola che viene dal francese, marmaille, con la sua onomatopea che indica un mormorio, un borbottio, e la Francia c’entra per via del Roland-Garros. E poi perché dicesi marmaglia – per il dizionario Treccani – una quantità di gente rumorosa e turbolenta, tale da suscitare fastidio.
Preciso. Ci siamo. Sono loro.
Sono quei tifosi di Sinner che sarebbero sorpresi alla scoperta che c’è stato del tennis anche in passato, prima di lui. Sanno, dicono, si fanno sentire.
La faccenda non è più sotto controllo. Francesco Zani su Rivista Undici ha scritto che domenica sera avrebbe voluto vedere per iscritto sulla terra rossa del Philippe Chatrier il verso più celebre dell’Antigone di Sofocle: «Non sono nata per condividere l’odio ma l’amore», perché “non c’è frase migliore per provare a difendersi da tutto quello che è successo subito dopo e sta succedendo ancora nei commentari virtuali dei social network e in quelli reali dei bar e delle spiagge italiane”.
Il povero Zani ha visto sul suo telefono
“i commenti di chi insultava Alcaraz accusandolo di essere arrogante, di chi diceva che tre match point così non si sprecano neanche al glorioso torneo del Turista a Milano Marittima, di chi affermava che le partite sono troppo lunghe e gli appassionati si allontanano, di chi – addirittura – rimproverava la madre di Sinner per essere troppo emotiva e aver distratto il figlio con i suoi sguardi dal box. Ho pensato che, incredibilmente, il tennis mi piaceva di più quando ne parlavo solo con mio babbo e con gli amici del Circolo e ci emozionavamo per le smorzate poetiche di Potito Starace. È un pensiero stupido e snob – eccepisce da solo – perché è del tutto ovvio che che è più bello adesso. Eppure, ripeto, mi piaceva di più prima. Lo ammetto da amante ferito e tradito, che ha visto violato il suo giardino, calpestate le sue rose, che ha trovato qualcuno che stava facendo la pipì sui gerani”.
È interessante quando i cultori di una passione di nicchia scoprono la devastazione prodotta dalla popolarità e del parlare a schiovere, in sostanza quando fanno esperienza di ciò che quotidianamente e da sempre vivono gli appassionati di calcio.
Rivista Undici scrive appunto che “il primo e principale problema della percezione distorta che si ha in Italia del tennis è che una buona fetta di appassionati recenti a questo sport sono tifosi di calcio che ogni tanto declinano le loro frustrazioni su tre o cinque set. L’appartenenza, l’attaccamento a una maglia sono cose fortissime che provo novanta minuti a settimana per dieci mesi l’anno, ma nel tennis non hanno ragione di esistere. E sono solo dannose. Lo dico da ammiratore di Sinner: tra vederlo vincere tre set a zero la finale in un’ora e mezza e l’epifania tennistica avvenuta domenica, io preferisco sempre queste cinque ore. E le preferirò sempre. Perché il tennis è più grande di ogni singolo giocatore”.

L’ALBA DEL FENOMENO
Quando Matteo Berrettini cominciò a mettere insieme i primi risultati di spicco alla fine di quarant’anni di deserto, Federico Ferrero disse al Venerdì di Repubblica che “il telecronista di tennis ha un codice diverso da quello del calcio. Nel tennis può capitare che faccia il tifo per Federer anche uno spettatore connazionale del suo avversario. Durante gli US Open ricevevo mail in diretta che mi rimproveravano di non fare abbastanza il tifo per Berrettini. Da casa si lamentavano che non fossi partecipe e fazioso. Ora, a me piacerebbe poter avere un italiano fisso ai quarti di finale nei tornei dello Slam, ma non credo sia giusto stravolgere il racconto della partita e la sua telecronaca”.
Uno Jannik Sinner così non era ancora in calendario e nessuno immaginava che saremmo arrivati agli insulti verso Elena Pero e Barbara Rossi perché se un avversario fa un gran punto loro dicono che è stato un gran punto.
L’Effetto Marmaglia si manifestò in modo fragoroso anche nella primavera scorsa, quando molti giornali raccontarono che per l’assenza di Sinner al Foro Italico tante persone stavano mettendo i biglietti in vendita. Senza di lui, ‘sto tennis, che lo guardiamo a fare.
Era un sintomo di quel morbo che su Slalom è stato chiamato da un po’ di tempo sinnerite. Un veleno individual-nazionalista che ammorba il racconto e la bellezza dello sport – una cecità verso tutto il resto, una indisponibilità a riconoscere che esistono anche gli altri, l’abbraccio acritico di una parte sola. Qualcosa di simile al tifo per una squadra di calcio, ma forse molto di più e forse molto di meno. Un tifo che somiglia a un moto ondoso, motivato dalla necessità di partecipare alla discussione che sta ogni giorno sulla schiena dell’elefante, stare in tredici, infilarsi in qualche modo dentro una discussione, una chiacchiera, un flusso: non sentirsi esclusi. È un sentimento che arriva ciclicamente e che si ripete intorno a questo o quello, quando accade che uno sport venga sciolto e ricondensato in un individuo solo. Chi allarga lo sguardo, si imbatte in una tempesta.
Intervistata da Fanpage Barbara Rossi ha ammesso che con l’ampliamento della platea si è appesantito il clima. Sinner non ha perso perché aveva il pubblico contro. “Il telecronista deve essere equilibrato, altrimenti metti un tifoso che commenta la partita. Questo è il mio modo di vedere”.
È una cosa che riguarda principalmente il calcio per ragioni psichiatriche. Ogni volta che una nazionale arriva a giocare una finale, le strade si riempiono di macchine che sfiatano i clacson, gente che si sporge per sventolare le bandiere. Perché il calcio attrae così tanti tifosi e genera un tale dispiego di euforia?
Matt Butler del King’s College di Londra e i suoi colleghi si sono domandati se per caso non esistano meccanismi universali psicologici legati all’evoluzione della specie in grado di spiegare i caroselli e i putipù. La loro ricerca viene citata su Le Monde da Sylvie Chokron, direttrice del centro di neuroscienze e cognizione integrata dell’Università di Parigi.
Scrive che “spesso associamo il piacere all’attivazione di un circuito di ricompensa nel cervello e al rilascio di dopamina, ma a volte dimentichiamo che quest’ormone viene rilasciato anche quando facciamo pronostici. Il fatto che ci possano essere più o meno gol segnati da una squadra e che questi si verifichino davvero durante la partita spiegherebbe sia la motivazione degli spettatori a seguirla sia la tensione emotiva e il rilascio di dopamina a ogni gol segnato. Non è tutto. Fra i tifosi di calcio esisterebbe un’attrazione per l’intero rituale che avviene prima, durante e dopo la partita, ereditato fin dalla primissima infanzia”.
Gli autori inglesi sostengono che fin da piccolissimo un bambino si identifica con un adulto [“un tempo era il genitore, ma adesso anche se questo sta cambiando”] e tiferà per la stessa squadra mettendosi nei suoi stessi panni, condizionato a comportarsi in un certo modo. L’esecuzione di questo rituale rilascerebbe delle endorfine riducendo l’ansia e facilitando la coesione di gruppo. Gli effetti sarebbero tali che gli autori non esitano a discutere del fatto che il calcio potrebbe rappresentare una prescrizione sociale e non medica, e quindi potrebbe rappresentare un vero e proprio strumento a disposizione degli psichiatri.
IL CALCIO TRIBALE
Con un approccio evolutivo molto simile, Menelaos Apostolou e Maria Athanasiou dell’Università di Nicosia hanno studiato la popolarità di 34 sport, suggerendo che i calciatori sono gli atleti in possesso del maggior numero di attributi in un pacchetto che comprende spirito di squadra, aggressività, velocità, destrezza, resistenza, forza fisica e forza mentale, “tutti tratti che hanno dominato l’evoluzione per garantire la sopravvivenza della specie”.
È per questo che il calcio è lo sport più tribale, secondo isabel Duarte e i suoi colleghi dell’Università di Coimbra. Hanno studiato i meccanismi cerebrali di questa particolare forma di affetto che esiste fra certe persone e un gruppo di atleti in pantaloncini, riuniti sotto un nome che spesso coincide con quello della città in cui si è nati o si vive. Durante il loro esperimento hanno mostrato a 56 persone immagini di vittoria e di sconfitta della loro squadra o di una squadra o di una squadra neutra, registrando l’attività cerebrale attraverso una risonanza magnetica funzionale. Se state pensando alle liste d’attesa per una risonanza magnetica quando è necessaria farla, siete dei brutti qualunquisti populisti.
A Coimbra hanno scoperto che quando la squadra del cuore vinceva, i tifosi attivavano significativamente l’amigdala e il famoso circuito della ricompensa. “Questi dati – scrive Le Monde – suggeriscono che il tipo di amore sviluppato nel calcio, un amore non romantico, riflette uno specifico stato di eccitazione e di motivazioni, capace di esaltare il più fanatico dei sostenitori, ma anche di fargli commettere talvolta l’irreparabile”.
Stamattina, su Domani, la finale tra Sinner e Alcaraz viene letta come se fosse stato uno spettacolo di balletto da Marinella Guatterini, docente di Teoria ed Estetica della danza alla Scuola Paolo Grassi.
Ebbene, uno dei passaggi di questa sua immersione nel tennis è dedicato a questo fenomeno che deve averla stupita.
“Chi virtualmente ha osato alzare una mano per dire che forse Carlito ha meritato la vittoria – ha scritto – per aver caparbiamente risalito la china dopo due set perduti, uno vinto e due straordinari tie-break giocati, in specie l’ultimo, con sprezzante furore, si è sentito ricoprire di contumelie di ogni tipo. Ben vengano, dunque, anche le polemiche, i battibecchi, le tifoserie; meno, invece, le melensaggini da quattro soldi e soprattutto quell’ideologia patriottica che non consente di guardare “la cosa in sé” con dovuto distacco ma come se ti appartenesse, mentre riguarda chi la fa con impegno e sudore. L’immedesimazione può essere una gran cosa, acuisce l’empatia, ma lo sport la esclude, in specie quando non si tratta di un gioco di squadra, dove l’occhio fa fatica a individuare quei dettagli che esprimono il tutto –, bensì di una sfida a due, come la scherma o il pugilato. Qui occorrerebbe liberarsi di ogni sovrastruttura partigiana, e osservare i corpi in campo”