
Una volta che ieri mattina gli abbiamo trovato un nome, l’Effetto Boomerang ha fatto ieri sera il suo lavoro. Il Masters ha vissuto per la 20esima finale in 54 edizioni una partita già vista nei gironi e per la 12esima volta su 20 è stata vinta da chi era stato battuto la prima volta. Fa il 60 per cento dei casi. Quelli che hanno vinto due volte su due nel giro di qualche giorno adesso possono essere detti un’eccezione.
LE FINALI REPLAY
1976: Orantes b. Fibak 5-7 6-2 0-6 7-6 6-1. Nel girone Fibak b. Orantes 7-5 7-6
1978: McEnroe b. Ashe 6-7 6-3 7-5. Nel girone McEnroe b. Ashe 6-3 6-1
1981: Lendl b. Gerulaitis 6-7 2-6 7-6 6-2 6-4. Nel girone Lendl b. Gerulaitis 4-6 7-5 6-2
1989: Edberg b. Becker 4-6 7-6 6-3 6-1. Nel girone Becker b. Edberg 6-1 6-4
1990: Agassi b. Edberg 5-7 7-6 7-5 6-2. Nel girone Edberg b. Agassi 7-6 4-6 7-6
1994: Sampras b. Becker 4-6 6-3 7-5 6-4. Nel girone Becker b. Sampras 7-5 7-5
1996: Sampras b. Becker 3-6 7-6 7-6 6-7 6-4. Nel girone: Becker b. Sampras 7-6 7-6
1999: Sampras b. Agassi 6-1 5-7 6-4. Nel girone: Agassi b. Samprsa 6-2 6-2
2000: Kuerten b. Agassi 6-4 6-4 6-4. Nel girone: Agassi b. Kuerten 4-6 6-3 6-3
2001: Hewitt b. Grosjean 6-3 6-3 6-4. Nel girone: Hewitt b. Grosjean 3-6 6-2 6-3
2003: Federer b. Agassi 6-3 6-0 6-4. Nel girone: Federer b. Agassi 6-7 6-3 7-6
2004: Federer b. Hewitt 6-3 6-2. Nel girone: Federer b. Hewitt 6-3 6-4
2005: Nalbandian b. Federer 6-7 6-7 6-2 6-1 7-6. Nel girone: Federer b. Nalbandian 6-3 2-6 6-4
2008: Djokovic b. Davydenko 6-1 7-5. Nel girone: Djokovic b. Davydenko 7–6 0–6 7–5
2011: Federer b. Tsonga 6-3 6-7 6-3. Nel girone: Federer b. Tsonga 6-2 2-6 6-4
2015: Djokovic b. Federer 6-4 6-4. Nel girone: Federer b. Djokovic 7-5 6-2
2017: Dimitrov b. Goffin 7-5 4-6 6-3. Nel girone: Dimitrov b. Goffin 6-0 6-2
2018: Zverev b. Djokovic 6-4 6-3. Nel girone: Djokovic b. Zverev 6-4 6-1
2021: Zverev b. Medvedev 6-4 6-4. Nel girone: Medvedev b. Zverev 6-3 6-7 7-6
2023: Djokovic b. Sinner 6-3 6-1. Nel girone: Sinner b. Djokovic 7-5 6-7 7-6
Com’è che funzioni questa storia non si sa. Sul perché accada meglio non avventurarsi. Sarebbe il consueto viaggio che si fa quando dopo sapevamo tutto prima. Succede. Con una percentuale di volte che non ci fa definire il fenomeno come un caso.
Sappiamo però com’è che ha fatto Novak Djokovic a capovolgere il senso di una partita che martedì scorso aveva perso. Ha cambiato. L’ha giocata in modo differente. Lo spiega sul sito dell’ATP Craig O’Shannessy, un analista australo-texano, ex coach di Kevin Anderson, collaboratore in passato dello stesso Djokovic con il programma Dartfish che gli consente di avere in archivio migliaia di partite, sminuzzate e osservate al microscopio. Ha un Master in giornalismo, ha scritto per il New York Times e cura un sito che si chiama Braingametennis.
Una volta Il Tennis Italiano gli ha dedicato un ritratto-colloquio nel quale Federico Mariani lo ha definito “un nerd prestato al tennis” scrivendo però: “E così uno se lo immagina con gli occhiali spessi e le lenti che deformano il viso, il fisico ingobbito di chi si prona sul pc per una decina d’ore al giorno e l’aria un po’ da sfigatello cucita addosso secondo cliché – a ogni smanettone informatico. Macché! Nulla di tutto ciò. Craig ha la pelle bruciacchiata dal sole, le gambe pallide fino a metà polpaccio – nell’ambiente segno inequivocabile di chi trascorre tante ore sul campo e gli occhi quasi costantemente spalancati a metà tra lo stralunato e la presa in giro. Già, perché acchiapparlo in momenti di serietà mentre si aggira con passo molleggiato in sala stampa è impresa ardua. Sembra che per lui la vita sia un perpetuo prendersi alla leggera: scherza, ride, irride, a volte esagera col vino e questo a volte è un avverbio gentilmente democristiano”.
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Insomma. Dice O’Shannessy che Djokovic ha vinto il suo settimo Masters in carriera – uno in più di Federer, due più di Sampras, uno più di Borg Connors e McEnroe messi assieme – perché ha buttato via il suo vecchio piano di gioco e ha adottato nella partita per il titolo un piano di battaglia molto diverso da quello usato nella partita del girone. Novak lo ha spiegato con le parole: «Ho dovuto intensificare il passo. Dovevo vincere la partita e non aspettare che mi consegnassero la vittoria». O’Shannessy lo spiega con le parole e con i numeri. Djokovic ha smesso di macinare gioco con il rovescio e ha lasciato che fosse il dritto il protagonista degli scambi da fondo campo. Ne ha giocati 101, con tre vincenti, 11 errori e 22 provocati da Sinner. I rovesci sono stati 76, con un vincente, 8 errori e 10 provocati da Sinner. Dice O’Shannessy che c’era come una scritta sul muro, e la scritta era: presto. Per portarsi in vantaggio 3-1, 15-0 al servizio, aveva giocato 19 colpi di dritto e commesso un solo errore. Aveva collezionato un solo vincente, vero, ma sei di quei dritti hanno causato un errore di Sinner. La velocità media del dritto da fondo campo di Djokovic è stata di 138 km orari, quella di Sinner 119.
“Sinner – spiega l’analista – ha trascorso la maggior parte del tempo a difendersi con il diritto in corsa. La loro prestazione da fondo campo nel set di apertura non avrebbe potuto essere più diversa”. Djokovic ha vinto da lì il 65% dei punti, Sinner il 33%. Nel girone Sinner lo aveva bloccato in quella che O’Shannessy chiama la gabbia del rovescio e giocando facendo lui stesso ripetutamente il colpo incrociato. Djokovic ha messo a segno 17 dritti in corsa durante la partita, senza mai sbagliarne uno. Ha tolto il servizio a zero a Sinner nel game di apertura del secondo set giocando 11 dritti. È stato il game nel quale Sinner ha commesso tre errori col dritto e uno col rovescio, tutti nati dal dritto di Djokovic. Così sono arrivati 10 punti consecutivi per il serbo, con una mentalità differente, quel gioco per vincere e non per aspettare capace di produrre 29 punti con la prima di servizio su 32 e 9 su 14 con la seconda. Djokovic ha servito 13 ace e ha salvato i due break-point affrontati in tutta la partita. “Sinner – spiega O’Shannessy – ha provato ad avventurarsi a rete per vincere i suoi punti, ma anche lì è stato bloccato, vincendone solo tre su otto”.
Così stamattina possiamo definire il Masters di Torino come il punto esclamativo di Djokovic alla sua stagione, 61 partite giocate, 55 vinte, sette tornei conquistati, con tre Slam su quattro. Ha perso solo a Wimbledon. “Djokovic impressiona sempre per i suoi movimenti – ha scritto O’Shannessy – per la sua tecnica e il suo atteggiamento da guerriero. Con questa vittoria ha messo al primo posto la sua capacità tattica”.
PUZZLE
Che cosa si dice in giro
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◇ E adesso? | Paolo Bertolucci interviene sulla Gazzetta dello sport per sottolineare come Sinner abbia ridotto durante quest’anno la distanza dai grandi del circuito. È anche una questione fisica, spiega. “A 22 anni – leggiamo – la sua statura si è consolidata per cui ora il suo staff potrà modificare la preparazione spingendo di più rispetto a questi anni. L’unico con cui il divario è diminuito ma non è ancora stato del tutto colmato è quella con Nole Djokovic. Attraverso questa presa di coscienza del proprio valore il bagaglio tecnico di Jannik si completerà. C’è però un fondamentale sul quale Sinner non deve smettere di lavorare: il servizio. Negli ultimi mesi abbiamo registrato un grosso passo avanti per quanto riguarda gli ace e la potenza del colpo. Ora la sua attenzione si deve spostare sulla costanza dal punto di vista percentuale. Certo, gli ace sono importanti ma è ancor più fondamentale mantenere la percentuale di prime palle di servizio sempre sopra il 70%. In questo torneo di Torino solo una volta è successo, nella gara d’esordio contro Tsitsipas (71%) poi ha navigato tra il 58% e il 60% nei tre match successivi alzandosi poi in finale al 66%”.
◇ il ghigno | A Marco Imarisio sul Corriere della sera viene da ripensare a giovedì, quando Sinner ha vinto con Rune la terza partita su tre nel girone e non ha eliminato Djokovic dal torneo. “Nel momento preciso in cui Jannik Sinner lo ha rimesso in gioco superando Holger Rune, e facendo la cosa giusta, ci siamo immaginati quel ghigno che gli abbiamo visto tante altre volte. «Adesso gliela faccio vedere io». Così è stato. Ha dato una lezione severa a Carlos Alcaraz e al campione italiano, i due giovani sfidanti. Lasciando per ultimo Jannik, che 4 giorni fa l’aveva battuto. Inutile commentare una partita sulla quale gravava una sensazione di ineluttabilità”.
◇ il granello | Paolo De Laurentiis sul Corriere dello Sport-Stadio considera che “depurate da tutta la narrazione anema e core restano due partite che misurano il livello di Sinner e del tennis mondiale in generale: la vittoria contro Medvedev in semifinale e la sconfitta di ieri. Contro il russo, numero 3 del mondo battuto già due volte nelle settimane scorse, si è visto il Sinner del futuro, ulteriore evoluzione rispetto a quello di pochi giorni prima. Non più il giocatore che cerca l’impresa contro il rivale top ma quello che sa di essere a quel livello, forse anche un gradino sopra. Tutti i tecnici che lo hanno allenato hanno subito riconosciuto il talento più grande di Jannik: la capacità di apprendimento. L’unico granello di sabbia in questo meccanismo ha un nome e un cognome: Novak Djokovic”
◇ Due Facce | Alessandro Mastroluca su Supertennis: “Tanto tenero nell’abbracciare i figli dopo il titolo numero 98 di una carriera da leggenda, quanto feroce in campo nel rifiuto della sconfitta, Sinner ha consumato la sua fredda vendetta. La consuma spingendo il suo tennis a livelli di perfezione contro un avversario capace di scalfirne solo pochi giorni fa le certezze. Djokovic vive questi episodi quasi come un atto di lesa maestà, e nello scontro successivo è spesso ancora più freddo e vendicativo”.
◇ il punto simbolico | Vincenzo Martucci su Messaggero trova che “forse il doppio fallo, l’orrendo, ferale, sgorbio sull’ultimo punto è il simbolo più esplicativo dell’unica partita-no di Jannik Sinner al Masters di Torino. L’emblema del Profeta dai capelli rossi che, dopo 61 successi stagionali, dopo due mesi da favola, dopo aver messo in fila i più forti del mondo, rimane all’improvviso a secco, senza più benzina, dopo che il suo magnifico motore ha tossito a lungo, nella storica domenica del tennis italiano, fin dai primi colpi, per quanto il suono della palla sulla racchetta non era più schioccante, le gambe stridessero come arrugginite e i colpi sbiellassero incontrollati producendo 30 gratuiti”.
◇ il predestinato | Ancora Marco Imarisio sul Corriere della sera si sofferma su un tema assai amato qui su Slalom, il rapporto di un campione con l’abusata definizione di predestinato. Imarisio scrive che “Treccani alla mano, definisce qualcuno che anticipa i disegni imperscrutabili del destino e della provvidenza. Jannik è il primo a sapere che non è così. È un italiano che lavora tantissimo e crede in quello che fa, migliorandosi ogni giorno. Sarà amato per quanto vincerà. Anche per quel che rappresenta, speriamo. Non vediamo l’ora. E pazienza se ci sarà da aspettare che perda qualche colpo Novak Djokovic, la macchina infernale del tennis”.
◇ I sassi dei bambini | Maurizio Crosetti su Repubblica scrive che adesso “il confronto è con la storia, nientemeno, e il ragazzo lo vive benissimo. Qualcosa che ricorda la svolta “pop” che il tennis italiano visse a metà degli anni Settanta, quando Adriano Panatta e gli altri cavalieri della Davis portarono le loro racchette in tutte le case, in tutti i discorsi, in tutti i televisori. I bambini giocavano a tennis in cortile, disegnando il campo con la punta dei sassi, scavalcando con i loro colpi una rete immaginaria”.
Anche Vincenzo Santopadre su la Stampafa notare che “oggi più che mai tutti parlano di tennis: nelle case, davanti al televisore, al bar, nei circoli che sono affollati di appassionati, anche giovanissimi, ispirati dalle imprese di Sinner, vero traino di una nazione”.
Con la speranza che la svolta pop non porti alla calcistizzazione di Sinner. Qualche segnale inquietante si vede all’orizzonte.
Speriamo che abbia ragione Guido Vaciago, direttore di Tuttosport quando stamattina scrive: “Abbiamo un campione, godiamocelo. E godiamoci una nuova cultura sportiva, in cui la sconfitta è momento di crescita e riconoscimento della forza dell’avversario”.
Anzi, qui su Slalom esageriamo. Speriamo che questo passaggio in cui “la sconfitta è momento di crescita” – se davvero esiste – contagi pure il racconto del calcio.