Dice Ons Jabeur che quando all’aeroporto le hanno perso la borsa, lei ha capito che avrebbe vinto il torneo, si sa come sono certe sensazioni. Aveva le sue racchette dentro. Quelle stavano girando fra Parigi e Pechino, ma vai a spiegarlo, lei era certa che a Ningbo sarebbe andato tutto bene, anzi benone. Quanto è stata dolce, poi, Pechino per Jannik Sinner, la semifinale vinta contro Carlos Alcaraz, la certezza d’aver raggiunto il numero 4 al mondo, il primo successo in carriera su Daniil Medvedev in finale. E non parliamo della felicità di Sebastian Korda, già certo a questo punto di essersi spinto alla miglior classifica della sua carriera, il numero 23, con la semifinale a Shanghai e la prospettiva di entrare per la prima volta nella top-20, o addirittura al numero 15 se dovesse alzare la Coppa.
Quante gioie distribuisce questo ritorno del tennis in Cina, tre anni dopo la fuga per il covid. Marie Thimonnier da Shanghai racconta per L’Équipe che “negli ampi e deserti corridoi dello Stadio Qi Zhong, sui muri sono appese fotografie di ex giocatori e della costruzione dello stadio, vere e proprie vestigia del passato. Sembra che il tempo sia rimasto fermo. Nella grande sala stampa, le scrivanie sono per la maggior parte vuote, ma sono tappezzate di etichette: Time, The Associated Press o L’Équipe, con il nome dell’ultimo giornalista venuto a seguire l’evento. Avanzi del 2019, confermano gli organizzatori”.
Le restrizioni sono cadute. Fino a febbraio si doveva ancora presentare un test PCR per entrare in un campo da tennis e portare la mascherina al chiuso. Juncheng Shang, 18 anni, giocane promessa cinese, ha perso al primo turno dopo aver avuto una wild card, ma almeno ha rivisto suo nonno per la prima volta dopo quattro anni.
Che bella allora la Cina, quanta felicità diffusa. Solo che. Ecco. Perdonate. Ci sarebbe in sospeso quella vecchia domanda.
Dov’è Peng Shuai?
Sul numero #1254 del 30 marzo, la newsletter segnalava un pezzo di Sports Illustrated che raccontava eventualità e motivi della imminente marcia indietro della WTA sulla Cina. L’indiscrezione della rivista americana era esatta. Dopo aver lasciato un bel pacco di milioni sul tavolo boicottando i tornei a Pechino e dintorni, i conti sono andati sottosopra. Il circuito ha venduto per 150 milioni di dollari il 20 percento dei suoi affari al solito fondo CVC, dove evidentemente non possono permettersi di essere né troppo romantici né troppo di principio. Il capo della WTA Steve Simon anticipava a Sports Illustrated che tutte le decisioni successive sarebbero state prese di comune accordo. Il 13 aprile la WTA ha fatto retromarcia, decidendo che sarebbe tornata a giocare nel paese boicottato.
Tumaini Carayol sul Guardian sintetizzò benissimo in 42 parole: “Il sostegno del tennis a Peng Shuai si è ridotto in polvere con l’inversione a U della WTA in Cina. Il potere del denaro ha vinto ancora una volta, ora che l’associazione ha deciso di discostarsi dal suo precedente approccio di principio”.
Solo un mese prima – sette mesi fa – la WTA poneva condizioni durissime per un ritorno in Cina: nessun torneo finché non sarebbe stato possibile contattare direttamente Peng Shuai e avere notizia di una inchiesta trasparente sulle accuse di violenza sessuale contro l’ex vice premier cinese Zhang Gaoli. La zavorra di perdite operative milionarie dal 2020 in avanti ha messo la questione sotto il tappeto. “Ma manca una cifra – scrive il Guardian – due anni dopo, la ricerca su Weibo con il nome di una delle giocatrici cinesi di maggior successo e popolari, Peng, non produce ancora risultati”.
Christopher Clarey sul New York Times faceva notare che “la sospensione dei tornei cinesi da parte della WTA è stata più simbolica che sostanziale. La Cina ha cancellato quasi tutti gli eventi sportivi internazionali nel 2021 e nel 2022 in risposta alla pandemia. Anche senza la sospensione della WTA, quasi certamente non ci sarebbero stati quei tornei nel paese nel 2022”. In effetti non ce ne sono stati neppure per l’ATP, senza che fosse necessario un boicottaggio.
E adesso? L’Équipe ha chiesto al comitato olimpico internazionale notizie di Peng Shuai. Risposta: «La commissione atleti del CIO si è tenuta in contatto regolarmente con lei dopo i Giochi olimpici invernali di Pechino 2022. Dall’ultima chiamata, ha riferito di voler riprendere la sua vita quotidiana. Ciò corrisponde alle assicurazioni che la WTA ha ricevuto da persone a lei vicine. È al sicuro e vive con la sua famiglia a Pechino».
Sean Ingle, firma olimpica del Guardian, riferisce come le associazioni in difesa dei diritti umani siano rimaste sconvolte dalla retromarcia del tennis, “così come esponenti dello sport con cui ho parlato. Alcuni hanno fatto notare come la WTA abbia fatto grandi celebrazioni dell’emancipazione femminile e dell’uguaglianza in occasione del suo cinquantesimo compleanno a New York, il mese scorso. Ma questa storia – scrive il Guardian – ci ricorda dove risiede realmente il potere. Ancora oggi c’è gente nello sport convinta quasi evangelicamente di poter cambiare i paesi in meglio. Sebastian Coe lo diceva per il Qatar ai Mondiali di atletica leggera del 2019. Parlava dello sport come del miglior diplomatico che abbiamo. Un messaggio simile è stato lanciato dall’allora presidente del CIO Jacques Rogge prima che si svolgessero le Olimpiadi in Cina nel 2008. I regimi diventano davvero più liberali, in qualche caso. Le leggi possono essere allentate e possono essere concesse piccole libertà. Il punto cruciale è che tutto avviene sempre alle loro condizioni, non a quelle dello sport”.
Mohammed bin Salman la scorsa settimana ha detto: «Se lo sportswashing farà aumentare il mio PIL dell’1%, allora continuerò a fare sportswashing». Nel frattempo il tour WTA si è spostato da Guangzhou a Ningbo, da Ningbo a Pechino, la città dove vive – dove dovrebbe vivere – la tennista più famosa della Cina. Ma il Guardian lo dice dritto: “Non aspettatevi più che qualcuno chieda #Dov’èPengShuai?”.