
E poi non è successo tutto all’improvviso, la crisi non è arrivata per caso, per una maledizione. Il Mondiale del 2006 è forse arrivato quattro anni dopo di quando avrebbe dovuto. È stato la chiusura gloriosa di un ciclo. Berlino ha funzionato come un abbaglio. Abbiamo pensato di essere ancora una potenza, invece avevamo vinto con l’ultima raccolta di una semina precedente, con una serie di campioni [Buffon, Cannavaro, Nesta, Pirlo, Totti, Del Piero, Toni] nati e cresciuti nel calcio italiano degli anni Ottanta e Novanta, quando la serie A era il centro del mondo. Dopo, lentamente, è venuto giù tutto quello che il Mondiale aveva coperto, con dei magnifici bagliori come la finale europea del 2012 e il titolo del 2021.
Dopo Calciopoli, la serie A ha perso denaro, attrazione e autorevolezza. Ha continuato a produrre allenatori, qualche finalista europea ogni tanto, dei club competitivi fino a un certo livello, ma non è più stata il luogo naturale dove il meglio del mondo veniva a misurarsi. Già nel 2013 la Premier League generava più ricavi di Liga e A messe insieme. I ragazzi italiani sono cresciuti in un ambiente meno esigente e meno ricco di maestri quotidiani, mentre i migliori stranieri andavano altrove o arrivavano in Italia nella fase finale della carriera. La A è diventata più prudente che coraggiosa, più brava a sopravvivere che a innovare.
I club hanno separato il proprio interesse da quello della Nazionale. Questa è forse la frattura politica principale. Il giovane italiano è diventato un rischio perché costa, va aspettato, sbaglia e il pubblico non ha pazienza, un allenatore può saltare dopo tre sconfitte. Meglio comprare un ventiquattrenne in Belgio già formato, a condizioni finanziarie più comode. Se compri un giocatore dal Sassuolo per 20 milioni, con pagamento in quattro anni e non hai crediti sufficienti nella stanza di compensazione, devi garantire il saldo passivo. Se compri un giocatore dal Genk per 20 milioni, puoi accordarti per pagarne tre subito, cinque l’anno prossimo, sei fra due anni, sei fra tre anni. Italia-Italia è più sicuro per il sistema, ma più rigido per chi compra. Italia-estero è meno garantito per il venditore, ma molto più comodo per il compratore.
Il risultato è che il sistema ha continuato a riempire le rose di giocatori non convocabili per la Nazionale, spesso mediocri. Non significa che gli stranieri rovinano il calcio italiano. È una spiegazione pigra. Gli stranieri riempiono solo uno spazio che il sistema non sa governare.
L’Europeo vinto nel 2021 è stato l’ultimo passo meraviglioso e ingannevole insieme. Roberto Mancini aveva creato una squadra vera, leggera, coraggiosa, con un centrocampo fortissimo, in un mese emotivamente perfetto, quando i giocatori erano solo suoi e non di qualche club che li chiedeva indietro per l’anticipo, per le Coppe, per qualcos’altro.
Il resto è filosofia. L’Italia aveva un sapere calcistico enorme che consisteva nel saper leggere le partite e complicarle agli altri. Ma quel sapere così reclamizzato ha funzionato solo quando era accompagnato da talento superiore. Davvero pensiamo che la grandezza del calcio italiano sia stata fatta da Claudio Gentile e Pasquale Bruno? Bearzot poteva essere pragmatico perché aveva Causio, Conti, Rossi, Antognoni, Bettega, Altobelli. Lippi poteva esserlo pragmatico perché aveva Pirlo, Totti, Del Piero, Camoranesi, Toni, Gilardino, Inzaghi. La disciplina esisteva per far emergere la qualità al momento giusto.
Negli anni successivi, una parte del calcio italiano ha conservato la prudenza perdendo la grandezza tecnica che la rendeva sopportabile. È rimasta la paura dell’errore, non sempre la capacità di comandare la partita. È rimasta l’attenzione alla fase difensiva, ma senza più difensori epocali. È rimasto il culto dell’equilibrio, ma con meno giocatori capaci di andare nell’altra metà del campo per spezzarlo. Così siamo in questa terra di mezzo, non abbastanza dominanti per giocare all’altezza di una Francia, non abbastanza feroci e verticali per impaurire con l’identità antica. Come direbbe Gaber, due miserie in un corpo solo.
L’Italia ha perso centralità, eppure ha conservato il tono di chi insegna. Continuiamo a parlare di scuola italiana, a intonare odi alla furbizia e alla scaltrezza, alla tenuta difensiva e alla tattica. Intanto gli altri difendono meglio, corrono di più, producono più talento, costruiscono stadi, vendono meglio i loro campionati, rendono la nazionale una conseguenza del sistema.
Il 2006 è diventato una rendita morale, i suoi protagonisti hanno spesso avuto una corsia preferenziale per far qualcosa. Ma il calcio non restituisce niente per diritto storico. Le stelle sulla maglia non convocano un centravanti. Il 2006 è diventato un museo. Un museo prestigioso, ma intanto il mondo fuori ha prodotto altre cose. Siamo anche diventati un paese più povero. Nel 1990 l’Italia era davanti o almeno pari a gran parte degli altri paesi europei per PIL pro capite; oggi è stata raggiunta o superata. Per il calcio vuol dire meno potere d’acquisto, meno sponsor forti, meno famiglie industriali capaci di competere con i capitali globali. La produttività si è fermata secondo i dati OCSE. Un’economia poco produttiva produce imprese più piccole, meno internazionalizzazione e meno capacità commerciale. La serie A ha continuato a vendere i diritti tv al suo interno mentre la Premier è diventata una piattaforma globale. I salari reali italiani sono ancora 7,5% sotto i livelli di inizio 2021, la caduta più grave tra le principali economie OCSE. E se il calcio vive di pubblico pagante, abbonamenti, pay-tv, merchandising, la faccenda è seria.
Nel 2001, nella classifica Deloitte dei club più ricchi, Inghilterra e Italia dominavano con sette club a testa fra i primi-20, le italiane occupavano cinque dei primi dieci posti. Oggi Deloitte fotografa un’altra gerarchia. Nel 2024-25 la serie A ha generato circa 3 miliardi di euro di ricavi, contro i 4,3 miliardi della Bundesliga, i 4,1 della Liga e i 6,8 miliardi di sterline della Premier League.
La notte di Berlino è una bella fotografia scaduta. Oggi bisogna immaginarsi piccoli per provare a tornare grandi.
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