Tutto quello che nel tennis si può misurare: l’uso dei dati e della IA

 

Ogni mattina una goccia di sangue finisce dentro una provetta. Poco dopo arrivano i dati del sonno, i movimenti registrati dal GPS, la velocità dei colpi e il carico sopportato da ginocchia, spalle e anche. Il tennis continua a decidersi con una racchetta, ma intorno  chi gioca si è formato un secondo campo, invisibile, nel quale ogni variazione può diventare un avvertimento o un vantaggio.

Quando Serena Williams ha deciso di tornare, il suo allenatore Jarmere Jenkins ha chiamato Mike James, analista inglese della società Orreco. Non gli ha chiesto statistiche generiche sulle avversarie da incontrare, ma gli ha commissionato un manuale di Serena, voleva sapere i servizi usati nei giorni migliori, le direzioni preferite da destra e da sinistra, il modo in cui costruiva il punto, la frequenza con cui cercava il diritto.

Quel ritorno è cominciato così, scavando dentro l’archivio della giocatrice che era stata. I dati delle stagioni migliori sono serviti a separare ciò che apparteneva alla giovinezza da ciò che poteva essere ancora riprodotto a 44 anni. Serena non doveva certo imitare la sé stessa ragazza, ma doveva riconoscere quali parti del suo tennis fossero rimaste disponibili.

Tom Kershaw, sul Times, ha raccontato una trasformazione ormai visibile anche nei box. Un tempo il giocatore viaggiava con un allenatore. Oggi porta preparatori, fisioterapisti, medici e analisti che seguono il match con un iPad, registrano ogni movimento e suggeriscono modifiche mentre la partita è ancora aperta.

La distanza fra il dominio e una carriera normale è più piccola di quanto sembri. Aryna Sabalenka, numero uno del mondo, vince circa il 55 per cento dei punti che gioca. Una tennista intorno alla cinquantesima posizione ne vince il 49. Sei punti ogni cento separano chi fa incetta di Slam da chi può terminare la carriera senza vincerne uno. Il lavoro degli analisti si concentra proprio qui, in due o tre punti che possono cambiare tutto. Nella finale dell’Australian Open 2023, dopo il primo set perso contro Elena Rybakina, Sabalenka ha ricevuto l’indicazione di colpire con maggiore profondità e potenza in una zona precisa del campo. Ha potuto cambiare così la partita senza trasformare il proprio tennis. È tanto sembrando poco. 

“La modifica ha spostato probabilmente soltanto un paio di punti, ma sono bastati per cambiare l’inerzia della finale. Ai massimi livelli il margine decisivo può stare dentro una frazione quasi invisibile del match”.

L’intelligenza artificiale raccoglie dati su velocità, rotazioni, scelte dei colpi e movimenti di tutti gli avversari. Poi simula gli incroci, cerca le zone nelle quali un giocatore produce meno qualità e indica come condurre lo scambio verso quel punto. Studia quando un colpo diventa debole, dopo quale servizio, a quale altezza e durante quale spostamento. È uno strumento a disposizione di tutte e tutti. I migliori possono usare queste informazioni perché possiedono più versioni di sé. Un giocatore intorno alla posizione numero #150 può avere un solo modo efficace di stare in campo. Le stelle dispongono di servizi diversi, traiettorie al corpo, variazioni di ritmo, diritto in anticipo e difesa. James li paragona a coltellini svizzeri. Il dato individua l’attrezzo necessario, il giocatore o la giocatrice devono averlo già costruito.

La parte più profonda della rivoluzione avviene fuori dal campo. Il tennis ha rallentato le superfici e appesantito le palline, ha allungato gli scambi e moltiplicato sessioni serali aggiungendo tornei obbligatori a cui prendere parte. I corpi sono diventati più atletici mentre il calendario concede meno tempo per recuperare. L’analisi serve quindi a vincere, ma sempre più spesso serve a non spezzarsi.

I campioni seguiti da Orreco consegnano quotidianamente un piccolo campione di sangue. I biomarcatori mostrano stress e infiammazione. I dispositivi indossabili aggiungono sonno e movimento. Il tracciamento dello scheletro misura quante volte un’articolazione ha superato il proprio intervallo abituale, quanto un giocatore è scivolato su un lato e se il servizio ha caricato la spalla in modo anomalo. “Quasi tutti – si legge – vogliono rendere il diritto più veloce. Il problema è costruire quella velocità senza rendere fragile il gesto, perché una modifica tecnica ha valore soltanto se il corpo riesce a sostenerla senza infortunarsi”.

Anche il ciclo mestruale ha cominciato a entrare nell’analisi. Per anni il tema è rimasto ai margini di un circuito femminile allenato in gran parte da uomini. Intorno alla metà del ciclo alcune atlete sembrano produrre più velocità, ma anche perdere precisione, può esserci un conflitto fra potenza e controllo che il tennis ha cominciato soltanto adesso a osservare. I dati stanno modificando anche l’autorità dell’allenatore. Alla United Cup una giocatrice non ha condiviso la lettura del coach, ha preso l’iPad e ha controllato direttamente i numeri. Le nuove generazioni chiedono prove concrete per una scelta, contestano le indicazioni e cambiano più spesso team. Non accettano più che un metodo venga difeso soltanto perché funzionava trent’anni prima. Il tennis resta ancora indietro rispetto al calcio e alla NBA, ma ha smesso di considerare l’esperienza degli ex giocatori come una conoscenza autosufficiente. L’intuizione serve eccome, ma deve confrontarsi con i referti degli studi. Sul campo un giocatore continua a trovarsi da solo. Nessun algoritmo colpisce il servizio sul 5-5 e nessun biomarcatore salva una palla break. Un iPad però può mostrare dove cercare quei famosi sei punti su cento. Non è tanto, non è poco. 


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