
Il Tourmalet ha generato una letteratura ciclistica enorme, l’Aspin meno. La tappa di oggi li prevede insieme. Il più letterario tra gli scrittori ciclistici pirenaici contemporanei è Christian Laborde, nato negli Hautes-Pyrénées. In Pyrène et les vélos racconta proprio la radice pirenaica del Tour, con Peyresourde, Aspin, Tourmalet e Aubisque nella stessa giornata del 1910. “Tourmalet: è tutto detto nel nome… la casa della sfortuna”. Il colle come un luogo maledetto, domicilio della iella, “la strega dai denti verdi” dei giganti del Tour.
Antoine Blondin ha scritto pagine molto dense sul Tourmalet. Nel 1959 raccontò di Vito Favero mentre si disfaceva sulla salita: “I primi tornanti del Tourmalet gli furono penosi, i secondi disastrosi, i successivi fatali”. Poi lo vide procedere a zigzag, quasi mendicando ai bordi della strada, non più padrone della bicicletta ma trascinato dal paesaggio. La pagina più grande è quella del 1969, nella tappa Luchon-Mourenx. Eddy Merckx attaccò sul Tourmalet a circa 140 chilometri dall’arrivo e andò via da solo. Blondin trasformò l’azione in un gesto che superava il ciclismo: “Merckx andava per il suo piccolo cammino da superuomo” e ormai apparteneva al “patrimonio universale dello sforzo umano”.
Mario Fossati ne ha parlato nel libro Coppi. Alpe d’Huez, Galibier, Pirenei raccontando il Tour del 1952 da testimone quotidiano, inviato della Gazzetta, spesso dalla moto al seguito e poi nelle sale da pranzo degli alberghi. Fossati aveva una regola: “Un giornalista non deve mai trasformare in fantastici i personaggi della sua storia”. Però aggiungeva che il Tour è “un campo di osservazione dei caratteri umani” e il Tourmalet nelle sue rampe finali era “merlettato di spettatori”.
Gianni Mura ha raccontato una volta il Tourmalet dal punto di vista dei cronisti. Ricordava il suo primo Tour, nel 1967, dentro una Opel Caravan “celeste mutanda”, mentre Bruno Raschi scriveva su un quadernone anche in discesa, Rino Negri riusciva a scrivere “a macchina” nella discesa del Tourmalet. Nel pezzo sulla morte di Pantani, Mura usò la discesa dell’Aspin come misura del buio. E in un altro ricordo, legato ad Armstrong, scrisse che Dio sembrò texano quando sull’Aspin arrivò un temporale e il gruppo rinunciò agli attacchi attesi.
Gli aneddoti
1910, l’ingresso dei Pirenei. La tappa Luchon-Bayonne partì alle tre e mezza del mattino e mise in fila Peyresourde, Aspin, Tourmalet e Aubisque. Octave Lapize fu primo su Peyresourde e Aspin; Gustave Garrigou ricevette un premio speciale per aver scalato il Tourmalet senza scendere di bici. La frase “Siete assassini. Sì, assassini” è spesso appiccicata al Tourmalet, ma nei resoconti più precisi arriva più avanti, sull’Aubisque: appartiene comunque alla stessa giornata in cui il Tour capì che la montagna era diventata una prova quasi disumana.
1913, la forcella di Eugène Christophe. Christophe era solo davanti quando ruppe la forcella nella discesa del Tourmalet. Camminò per chilometri fino a Sainte-Marie-de-Campan, trovò una fucina e riparò da sé la bicicletta, perché il regolamento vietava l’assistenza esterna. Fu anche penalizzato. È una delle scene fondative del Tour, con il corridore trasformato in meccanico, fabbro e superstite.
1950, Aspin, Bartali e il ritiro degli italiani. Sul Col d’Aspin, in un clima ancora carico di tensioni del dopoguerra, Bartali cadde insieme a Jean Robic dopo la pressione della folla; la situazione degenerò, ci furono spinte e colpi. Bartali ripartì, vinse la tappa a Saint-Gaudens, mentre Fiorenzo Magni prese la maglia gialla. Poi le squadre italiane lasciarono il Tour. Bartali disse che bastava “un pazzo solo perché accada un disastro” e che aveva figli e famiglia.
1969, Merckx sul Tourmalet. L’attacco verso Mourenx resta una delle azioni più sproporzionate della storia del Tour. Non un allungo come tanti per vincere la tappa, ma una fuga cominciata quando mancava ancora quasi una giornata intera da vivere. Per questo Blondin non lo tratta solo come un corridore forte, ma come una figura fuori dal mucchio.
2010 e 2019. Il Tourmalet ha avuto anche finali moderni: Andy Schleck vi vinse nel 2010 davanti a Contador; Thibaut Pinot nel 2019. L’organizzazione ricorda inoltre l’arrivo del 1974 vinto da Jean-Pierre Danguillaume.
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