
Oggi è il giorno delle prime salite sopra i mille metri, e chi lo sa che cosa ci possiamo aspettare.
Km 127.6 Col o Collada de Toses
In La reineta del Cadí, romanzo di Martí Genís i Aguilar pubblicato nel 1892, il valico viene attraversato a cavallo. Il vento solleva gli abiti, porta via la pipa e quasi il cappello di Picapoll. Il narratore ha i piedi gelati, la testa che brucia e rischia di cadere. I viaggiatori decidono di affrontare la discesa a piedi. Soltanto dopo il colle si apre davanti a loro la Cerdanya, illuminata obliquamente dal sole e percepita come una terra nuova. È una pagina sullo spavento fisico procurato dal passaggio, prima che la montagna fosse addomesticata dalla strada.
Il testo più adatto al ciclismo è però Llibre de la Cerdanya di Rafael Gay de Montellà, del 1951. Ricorda le diligenze e il modo in cui le cavalle da tiro scandivano il viaggio. Erano precise tanto da poter essere cronometrate, alle tre sotto Dòrria, alle quattro a Cal Cargol, alle cinque alla Cantina, alle sei in vetta, alle sette alla Molina, senza un minuto di ritardo. Intorno c’erano precipizi, torrenti, nevai, avvoltoi sopra le pecore morte; e al tramonto le campane degli animali salivano dal fondo della valle. La strada misurava il tempo molto prima dell’arrivo dei transponder e delle moto della televisione.
Ramon Blasi i Rabassa le ha dedicato la poesia La Collada, per Corpus, pubblicata in Meitat de França nel 1970. Guarda il valico dopo lo scioglimento delle nevi, e le ginestre diventano fiamme, bandiere e incensieri; gli abeti salgono diritti come lance. La montagna è addobbata per una processione religiosa. I potei, li conoscete.
C’è anche Josep Pla. Il suo archivio registra un articolo intitolato La montaña. Puigcerdà, uscito su Destino il 5 settembre 1942, nel quale compaiono fra i luoghi citati la Collada de Toses e Font-Romeu. il Tour è passato dal Col de Toses nel 1957, 1965 e 1968; l’organizzazione precisa che la salita non era mai stata percorsa perché sono itinerari e accessi differenti.
Blondin ha scritto della tappa Ax-les-Thermes–Barcellona del 2 luglio 1965, passata dalla Collada de Toses e vinta da José Pérez-Francés dopo una fuga solitaria di 223 chilometri. La cronaca non descrive a lungo il colle. Blondin concentra l’occhio sul corridore spagnolo, sulla sua eleganza e sulla maglia rosa della Ferrys che gli dava “un busto da villeggiante”.
Precedenti. 1957, Jean Bourlès. Nella Barcellona–Ax-les-Thermes fu il primo al Col de Toses e arrivò solo ad Ax, con 4’03” su Pierre Queheille. Era il Tour vinto dal giovane Jacques Anquetil, ma quel giorno la montagna venne domata da un corridore della selezione dell’Ovest francese che chiuse la corsa soltanto trentaseiesimo.
Km 169.8 Font-Romeu
Nel 1968 la tappa partì da Font-Romeu e arrivò ad Albi. Roger Pingeon vinse dopo una lunga fuga; a circa trenta chilometri dall’arrivo una moto della stampa investì Raymond Poulidor. Poulidor raggiunse il traguardo con fratture al naso e all’osso frontale, ripartì il giorno seguente e poi abbandonò. Molti anni dopo disse che gli era rimasto soprattutto il fatto che il motociclista non avesse mai cercato di sapere come stesse. Nel 1973, a Pyrénées 2000, poco dopo Font-Romeu, Lucien Van Impe arrivò debilitato dalla dissenteria, che secondo la ricostruzione ufficiale del Tour gli aveva fatto perdere otto chili. Vinse comunque la tappa con una ventina di secondi su Zoetemelk e Ocaña.
Km 172 Col du Calvaire
Il Calvaire della tappa è quello di Font-Romeu. il Tour lo classifica come una salita di 11,4 chilometri al 4,1 per cento, con il valico a 1.836 metri. Poco oltre la cittadina si trova il Calvario costruito nel 1855, con le cappelle della Via Crucis e il grande Cristo sul Pedró. La pagina decisiva è in Pilar Prim di Narcís Oller, del 1906. Una volta in cima, i personaggi vedono insieme la Cerdanya, Mont-Louis, il Conflent, il Capcir e le Corbières. Sopra di loro sta un Cristo che apre le braccia ai catalani di Spagna e di Francia come figli della stessa madre. È una scena particolarmente aderente alla tappa. Il Tour supera il confine di Stato, ma continua a muoversi dentro un paesaggio e una cultura catalana che il confine ha separato.
Josep Sebastià Pons, in Esquelles de Font-Romeu, immagina di prendere in affitto quattro pareti e una piccola finestra per trascorrere lassù l’estate da poeta. L’alba bussa alla finestra attraverso una campana, il Cambre d’Aze è azzurro, la Cerdanya appare sepolta sotto di lui e il silenzio sembra un miracolo.
Nell’Aplec a Font-Romeu, Pons racconta invece il pellegrinaggio: uno porta il pane, uno l’otre, uno la cera, si mangia sotto i pini, la borraccia viene lasciata a raffreddare nell’erba, poi si torna nella cappella quasi vuota per il rosario della sera. Definisce la Cerdanya “migpartida”, tagliata a metà.
Rafael Gay de Montellà ha conservato un altro particolare. I pellegrini provenienti dal Capcir attraversavano il bosco della Matte, dove temevano i lupi; per difendersi alternavano il rosario a una formula che affidava la bestia alla Vergine e chiedeva a san Lorenzo di serrarle le fauci. Quelli provenienti da Ur, Angoustrine e Dorres attraversavano invece la zona di Targasonne, considerata terra di stregoni.
Km 195 Les Angles
In Els Angles, Joan-Daniel Bezsonoff rappresenta la memoria dell’infanzia trascorsa nell’appartamento acquistato dai nonni alla Résidence du lac. Ricorda i portieri che parlavano un catalano diverso da quello della pianura, i contadini, i conigli, il tiro ai piccioni di plastica, le canzoni di Luis Mariano e Antoine, un agricoltore che non scendeva a Perpignan da trent’anni. Da adolescente, Bezsonoff passava i pomeriggi sulla terrazza leggendo i classici francesi. Il bacino di Matemale “plagiava senza convinzione i laghi svizzeri”. Anni dopo, incontrando un compagno d’infanzia, gli ha parlato per la prima volta in catalano, come se le parole dei nonni potessero riportarli indietro negli anni.
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