Malagò, Simonelli e Calcagno: le prime scelte sono già un problema

 

Il primo Consiglio federale della presidenza di Giovanni Malagò ha scelto i suoi due vice, approvando all’unanimità le proposte del presidente. Sono Ezio Maria Simonelli, presidente della Lega di A, e Umberto Calcagno, presidente del sindacato calciatori. È una scelta molto grave, anche se formalmente coerente con il modo in cui è costruita la FIGC. È proprio questo il punto. Non siamo davanti a un incidente, ma alla rappresentazione perfetta della patologia del calcio italiano. È come se il presidente del Consiglio scegliesse come propri vice a Palazzo Chigi il presidente della Confindustria e il segretario generale della CGIL. 

È una scelta che confonde i piani, la rappresentanza degli interessi con il governo dell’istituzione. Simonelli e Calcagno sono i rappresentanti di due componenti che hanno sostenuto Malagò alle elezioni. Pesano per il 38% in assemblea. La geometria della cambiale politica è fin troppo leggibile. È normale che dentro il Consiglio federale siedano i legittimi interessi di parte, un’altra cosa è diventare vicepresidente dell’istituzione che dovrebbe comporre quegli interessi e perseguire un bene generale. Simonelli non smette di essere il capo degli interessi dei club perché entra nella stanza della Federazione, né Calcagno smette di essere la sua controparte sindacale. Sono contemporaneamente parti di una eventuale vertenza e vertici del luogo nel quale la trattativa dovrebbe essere regolata.

Simonelli è il caso più inquietante. Poche settimane fa ha detto: «Il nostro calcio è malato, ma non la serie A». È una frase decisiva. Il numero due della federazione è l’uomo che considera sostanzialmente estranea alla crisi la componente più ricca, più potente e più capace di condizionare l’intero sistema. È una tesi che non sta in piedi. Com’è possibile che la Serie A non sia parte della malattia se decide quanto e quando si gioca; stabilisce quanto spazio economico e sportivo hanno i giovani italiani; controlla i vivai più importanti; ostacola o concede gli stage della Nazionale; orienta il mercato verso calciatori formati all’estero; esercita una pressione sui calendari; fornisce o nega i giocatori alla Nazionale? La serie A può essere un buon prodotto televisivo e contemporaneamente un cattivo ambiente per la produzione dei calciatori italiani. Simonelli confonde la salute commerciale del campionato con la salute del calcio nazionale. È precisamente la confusione che un presidente federale dovrebbe correggere; invece Malagò lo ha nominato vicepresidente vicario, il sostituto istituzionale del presidente in caso di assenza.

Malagò ha dunque stabilito che il più vicino al suo potere debba essere l’uomo che rappresenta l’interesse dei venti club di Serie A. Ma la sua presidenza esiste a causa della crisi della Nazionale, per la notte di Zenica, e i proprietari della serie A trattano la Nazionale come un’attività altrui. Non sono nemmeno andati a vederla in Bosnia e il giorno di Norvegia-Italia hanno organizzato la messa laica dei calendari. Protestano per le convocazioni, considerano ogni spazio sottratto al club come un costo. Se c’è stata Zenica – su questo siamo stati tutti d’accordo al 91° – è per una grossa responsabilità dei club. Risanare la Federcalcio con il capo dei club da vicario è come chiedere a Goikoetxea di operare la caviglia di Maradona.

Non è soltanto un problema di rappresentanza politica, ma di presa dell’istituzione da parte dei soggetti che da essa dovrebbero essere regolati. La FIGC stabilisce le condizioni di ammissione ai campionati, la Lega di A riunisce le società sulle quali molte di quelle regole dovrebbero produrre effetti. Il presidente dei controllati diventa così vicepresidente vicario del controllore. La federcalcio potrebbe incidere su incentivi o obblighi per i giovani formati in Italia, riforma dei vivai, seconde squadre, riduzione delle rose e delle partecipanti ai campionati. Quanto sarà libero Malagò di imporli quando il suo vicario è stato eletto dai club per difendere esattamente quegli interessi?

Lega e AIC insieme sembrano rappresentare i due lati del lavoro calcistico. In realtà possono formare un blocco dei protagonisti già tutelati e ricchi. Chi rappresenta invece gli esclusi, i tecnici di base, il calcio femminile, i territori senza impianti? Il rischio è che la cosiddetta concertazione fra capitale e lavoro diventi un cartello. Non è importante se ci siano o no dei precedenti. La notte di Zenica aveva introdotto il tema della discontinuità. Malagò è stato presentato come l’uomo dotato dell’autorevolezza necessaria per rompere gli equilibri che avevano paralizzato Gravina. Ma è stato eletto proprio grazie a quegli equilibri. Ora i rappresentanti delle componenti decisive ricevono le vicepresidenze. Questo non dimostra che Malagò farà male. È un dirigente abile, possiede rapporti politici e internazionali, potrebbe farcela. Ma non può già più presentarsi come la punta di una rifondazione, se il primo atto politico è stato remunerare la coalizione che lo ha eletto. La FIGC ha appena vissuto un fallimento tale da provocare le dimissioni del presidente. Il primo messaggio avrebbe dovuto mettere il bene della Nazionale e del movimento prima delle appartenenze. Il messaggio che arriva è che i più ricchi hanno un posto al tavolo.

C’è un ultimo particolare non irrilevante. Nello stesso giorno Malagò ha apprezzato l’intenzione della Lega serie A di proporre un sostegno finanziario alle attività federali. Anche questo può essere utile, ma aumenta le ambiguità. La componente più potente elegge il presidente, ottiene il vicariato e si propone di finanziare la Federazione, che rischia a questo punto di diventare politicamente ed economicamente dipendente dalla serie A, mentre dovrebbe avere – e avrebbe dovuto avere con Gravina – la forza di dirle di no. 

 


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