
❝Tutto il valore del viaggio è racchiuso nel suo ultimo giorno❞
Paul Nizan

Quando nel settembre del 1999 Serena Williams vinse da diciottenne il suo primo Slam a New York, Lara Croft era una delle più grandi icone pop della scena contemporanea. Il videogame era uscito tre anni prima, ma l’eroina in canotta grigia, pantaloncini cargo corti, treccia lunga e i due cosciali con le pistole era in viaggio verso la mania. Aveva invaso il mondo reale. La moda, la musica, la pubblicità. Nel 1999 dell’epifania di Serena, Lara era all’altezza delle Spice Girls o di Madonna. Era ovunque. Per promuovere il gioco, Eidos Interactive assumeva modelle reali che giravano il mondo firmando autografi e apparendo in diretta tv nei talk show. Lara Croft apparve persino sui megaschermi alle spalle degli U2 durante i concerti del loro mastodontico PopMart Tour. La sua carica di sex symbol era così potente che la casa editrice del gioco dovette fare causa a Playboy per impedire che usassero il nome e il logo del gioco associati a donne nude.
Quel corpo iper-sessualizzato e bidimensionale, disegnato a quel modo per compiacere un pubblico prevalentemente maschile, trent’anni dopo ha lasciato spazio a un personaggio diverso, figlio di un’evoluzione delle eroine nei videogiochi radicale e profonda, in un’era di personaggi complessi, realistici e psicologicamente sfaccettati. Se nel 1999 Lara Croft era ancora una pin-up spavalda, oggi il mercato esige eroine con traumi e imperfezioni, motivazioni profonde e corpi funzionali all’azione, non allo sguardo maschile. Lara è cambiata con la trilogia reboot. Si è adattata per sopravvivere alla mutazione culturale. Come facciamo noi ogni giorno.
Adesso tocca a Serena mostrarci il nuovo livello del suo videogame.
Sono passati quattro anni dalla sua ultima partita e nel tabellone iniziale del Roland-Garros in corso c’erano solo 59 delle giocatrici iscritte agli US Open quel giorno. La scena Slam è mutata per il 54%. Fra le prime-10 di oggi ci sono solo quattro delle prime-10 di allora: Iga Swiatek passata da #1 a i #3, Jessica Pegula rimasta #5, Aryna Sabalenka da #7 a #1, Coco Gauff da #8 a #4. Delle altre sei top-10, solo Maria Sakkari è rimasta fra le prime-100. Le altre sono Badosa al #140 del Live Ranking, Jabeur che risulta al #432, Garcia ha lasciato, Kontaveit è nella sezione Legends, Halep se n’è andata da oltre un anno. Nella top-10 di oggi ci sono due diciannovenni e una ventiduenne. L’età media delle prime-30 è calata di mezzo anno in quattro stagioni [da 26,6 a 26], quella delle prime-100 lo stesso [da 26,4 a 25,9].
Contro le prime-10 di oggi, Serena aveva fatto in tempo a giocare undici confronti diretti in tutto, in prevalenza contro Svitolina [sei], uno solo con Sabalenka, con Rybakina, con Pegula, con Anisimova e con Muchova, mai con Swiatek, mai con Gauff, Andreeva, Mboko. È questa la nuova scena.
Dopo l’annuncio del primo assaggio in doppio al Queen’s, probabilmente proprio con Mboko, siamo qui che aspettiamo di sapere in quale torneo la vedremo di nuovo iscritta in singolare, se già a Wimbledon, oppure a New York. Charlie Eccleshare su The Athletic ha scritto che un ritorno a New York è allettante, ma è a Wimbledon che “forse si avverte un senso di incompiutezza. Nell’ultima partita a Londra, Williams perse al primo turno in tre set contro Harmony Tan, allora numero 115 del ranking. L’anno precedente, aveva lasciato il campo in lacrime dopo essere scivolata ed essersi infortunata alla gamba durante il match di primo turno contro Aliaksandra Sasnovich. Anche in uno sport con nuovi eroi, nessuno può eguagliare il carisma di Serena Williams. Non ha ancora giocato una partita, eppure è già una delle rivelazioni sportive dell’anno”.
Mats Wilander su L’Equipe si domanda: “Perché si torna a giocare? Perché a un certo punto ti manca. Perché è divertente. Non i viaggi, ma le partite. Ecco perché ne sentiamo il bisogno. All’inizio è facile. Ti sento libero. Vinci un turno e ti senti come se avessi vinto gli US Open. Non pensi ai punti in classifica, ai soldi o a nient’altro. Serena ovviamente non deve preoccuparsene, come non dovetti farlo io quando sono tornato dopo una pausa di due anni. Poi, lentamente ma inesorabilmente, l’attenzione si sposta sulla vittoria. Quando di nuovo torna quella, impari molto su di te. Avviene un cambiamento mentale. Ho iniziato a giocare meglio, poi a vincere, e tutto è tornato a ruotare intorno al successo. Ho continuato così per due anni. Finché non ce l’ho fatta più. Di nuovo. Questo è il problema: non sempre conosciamo il nostro rapporto con la vittoria. Quando arrivi al punto in cui non ti importa più, è la peggiore sensazione che si possa provare. Chiederei a Serena: – Perché lo fai? Se lo fai solo per divertimento, allora devi. Se invece ha a che fare con il tentativo di vincere di nuovo, le consiglierei di smettere. A 44 anni è troppo tardi. Certo, potrebbe vincere una o due partite. Divertirsi con il pubblico. Essere orgogliosa di se stessa. Ma più di questo non credo. A meno che non si tratti di un addio. Perché non ha avuto la cerimonia che desiderava o che meritava. In ogni caso, è un’ottima cosa per il nostro sport. È troppo importante per il tennis perché possiamo smettere di parlare di lei”.
E noi? Cosa ci affascina di tutto questo? Che magnifico mistero.
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