Ronaldo è arrivato alla festa

 

❝È stata una settimana difficile e buia, mi sembrava di essermi già ritirato, ma ho resistito. Come sempre❞

Cristiano Ronaldo

C’è una domanda quasi teologica che agita le notti di questa estate americana, e che divide il popolo dei bar da Oporto alla Terra del Fuoco, se sia filosoficamente superiore il tanto accumulato da Leo Messi o il sempre preteso da Cristiano Ronaldo. I 18 gol sommati o i 6 Mondiali che ne contengono almeno uno. L’ultimo gigantesco dilemma che ci propone il calcio. Nell’epoca in cui il pallone viaggia a velocità supersonica, mettendo alla prova gambe e polmoni di una nuova generazione di meravigliosi ventenni, la domanda arriva da due vecchi inquilini che si rifiutano di consegnare le chiavi del condominio planetario. La sola certezza sui 18 gol di Leo e sui 6 Mondiali di Cristiano, a questo punto, è che non possiamo più trattarli come due che vabbuò, mo’ so’ tornati. Questi due, diciamo la verità, non se ne sono mai andati.

Si prova persino un po’ di vergogna nell’ammetterlo, ma la stucchevole recita di Messi vs Ronaldo, Ronaldo vs Messi, aveva sinceramente un po’ stufato. Diciamolo. Sembrava un poster vecchio e consumato, la replica di uno di quei film che col caldo le televisioni rifilano per svuotare il magazzino. Pretty Woman. Totò. Eppure, la verità che si spalanca sotto il sole del Mondiale nord-americano, è che quel vecchio poster resiste. Non in esclusiva, certo. Non è più la dittatura assoluta che oscura il resto, ma resiste, come sanno resistere le cose fatte per durare. In un torneo bellissimo, finalmente fresco, spazzato dal vento di facce nuove, di diaspore e di ragazzi che corrono con la forza dell’adolescenza insolente, i due vecchi patriarchi ci sono, e senza fare ombra al futuro.

Si sono presentati puntuali all’appuntamento con il dono feroce della durata, come fanno i vecchi attori la domenica pomeriggio a teatro, per niente stanchi di una nuova replica. Continuiamo a guardarli perché in mezzo a questa magnifica Babele di novità, la loro presenza è una coperta di Linus. Dall’alto del nostro snobismo eurocentrico, avevamo liquidato le loro carriere come pensioni di lusso e tramonti dorati, tra le luci di Miami o i deserti di Riad. La verità che questo Mondiale 2026, con più di un segnale, ci costringe a digerire il fatto che la mappa del calcio ha cambiato coordinate.

Persino i monumenti più ambiziosi accettano a un certo punto di farsi coprire dal muschio della nostalgia. Non Ronaldo. In tutta evidenza. Solo ieri mattina, A Bola diceva che “arriva un momento inevitabile in cui il passato cessa di redimere il presente. Forse è la prima volta che le opinioni dei tifosi coincidono con quelle dei giornalisti riguardo a Cristiano Ronaldo e alla Nazionale. CR7 ha superato il limite di tolleranza, alimentato dal naturale sentimento di gratitudine, della maggior parte delle persone. Cristiano gioca per se stesso. Messi gioca per gli altri, che giocano per lui. I loro ego possono essere della stessa dimensione, ma l’argentino sa da anni che non può rimanere al vertice da solo”.

Stamattina, dopo i due gol del record, Ronaldo appare più di ieri un uomo di marmo e di zero compromessi, una statua, una divinità laica del fitness che ha trasformato il declino in un reato di lesa maestà. Il paradosso vero dietro questo record di longevità non sta nella bellezza del gol, ma nella natura profonda della sua ossessione. O forse la verità più cruda è che la fase a gironi di un Mondiale nel 2026 non è la Champions League, non è l’implacabile tritacarne della Premier, ed è ancora troppo presto per confondere un banale esame di giugno contro Algeria e Uzbekistan con una tesi di laurea. Lo scopriremo nelle prossime settimane, quando il torneo farà sul serio e le partite diventeranno questioni di dentro o fuori. Solo allora capiremo se questa straordinaria gerontocrazia è un miracolo destinato a durare o se l’estate americana, prima o poi, presenterà il conto anche agli dei.

 

 

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