Il rito riproduce il gesto coordinato dei rematori di una nave. I tifosi restano seduti oppure si abbassano, portano insieme le braccia avanti e indietro e seguono un tempo che diventa progressivamente più rapido. La riuscita non dipende dalla complessità del movimento, ma dal numero delle persone che lo eseguono nello stesso momento. Visto da lontano, lo stadio sembra muoversi come un solo corpo. È una coreografia facile da imparare, ripetibile fuori dagli impianti e adatta a essere ripresa dagli smartphone e diffusa sui social.
Il Viking Row utilizza alcuni dei simboli più immediatamente associati alla Norvegia: le navi, i rematori, la forza fisica e l’immaginario vichingo. Li trasforma però in una festa collettiva.Non c’è un guerriero solitario al centro della scena. Nessuno conquista o combatte. La nave avanza soltanto quando tutti rispettano lo stesso ritmo. La forza della coreografia viene quindi dalla partecipazione e dal coordinamento, non dall’aggressività. Questo aiuta a spiegare perché il rito sia stato accolto anche fuori dalla tifoseria organizzata. È spettacolare ma accessibile, identitario senza risultare minaccioso. Può essere eseguito da bambini, famiglie, giocatori e autorità pubbliche senza perdere riconoscibilità.Una tradizione nata davanti alle telecamere
Molte tradizioni sportive sembrano antiche perché ripetono immagini che appartengono da tempo alla cultura di un Paese. In realtà possono diffondersi molto rapidamente. Il Viking Row funziona anche perché il calcio offre alla Norvegia un palcoscenico globale. In pochi secondi permette ai tifosi di mostrarsi, farsi riconoscere e lasciare un’immagine precisa: una folla compatta, rumorosa e festosa che avanza soltanto remando insieme.
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