Che cosa possiamo ancora chiedere a Neymar


❝Io che non so scordarti mai❞

Mario Musella

Quando da noi non era ancora così notte e non era più così sera, in un indefinito momento molto simbolico perché accadesse, la gente si è messa gridare forte il nome di Neymar. Intorno all’ora di gioco, il Brasile vinceva 3-0 una partita che aveva perduto buona parte del suo fascino. I problemi che il Marocco stava incontrando con Haiti lanciavano Anselocci verso il primo posto del girone. Carletto ha gettato alcune occhiate ai suoi assistenti in panchina, familiari e non. Ha sollevato il sopracciglio e deve aver pensato che non ci si mette contro una folla che scandisce un nome, vale dai tempi di Barabba.

Neymar si stava riscaldando sotto gli smartphone vicino alla bandierina del calcio d’angolo, e quando finalmente ha potuto prendere il posto di un nove ordinario e comune come Matheus Cunha, era arrivato il 76esimo minuto. Si è fatto il segno della croce, ha alzato lo sguardo al cielo, e dal passato di nebbia e di memoria è uscito un raggio di luce in mezzo alla gioia e all’eccitazione popolare.

C’è un destino quasi tragico nel mestiere dei principi ereditari, condannati a passare la giovinezza nell’anticamera del potere, spiando le mosse dei sovrani e arrivando alla vecchiaia quando il trono è stato occupato da qualcuno più sbrigativo. Nell’afa di questo Mondiale con molti padroni, guardando Neymar che entrava contro la Scozia, è parso di vedere un altro eterno ritorno, parallelo e opposto a quelli di Ronaldo e Messi.

Per quindici anni abbiamo raccontato questo ragazzo di Mogi das Cruzes coniugando i verbi al tempo di domani, come se la sua carriera fosse una promessa da mantenere alla prossima stazione, dopo, dopo, sempre dopo, il capitolo finale di un romanzo che non è arrivato mai. Eppure, la sua bacheca è un transatlantico di trofei, un oro olimpico, Champions League, Libertadores, oltre a una montagna di 79 gol con la maglia del Brasile, il record di sempre, più di Pelé. Per chiunque altro varrebbero l’ingresso monumentale nella storia, per Neymar suonano come il bilancio in rosso di un’attesa mai veramente consumata.

Il suo peccato originale è stato quello di nascere terzo in un’epoca in cui i primi due si sono rifiutati di morire. Neymar è stato per molto tempo l’unico accreditato a sedersi alla tavola di Messi e Ronaldo, l’unico che per sfrontatezza, tecnica e misticismo del dribbling sembrava potesse spezzare quel duopolio. Ma dove i due patriarchi hanno prolungato la propria giovinezza oltre i limiti biologici, Neymar ha visto il proprio tempo scivolargli tra le dita, nei lunghi inverni di Parigi, tra una caviglia che cedeva e una partita guardata dalla tribuna. Il dopo si è riempito molte volte senza aspettarlo. Così, abbiamo fatto in tempo a innamorarci dell’insolenza di Mbappé, della robotica attitudine al gol di Haaland, dell’imprendibilità di Yamal e pure della spietata concretezza di Vinícius, il nuovo carro del carnevale do Brasil.

È il paradosso più crudele nella parabola di Neymar, un successore già arrivato a prendersi la scena, mentre i due giganti di cui avrebbe dovuto essere l’erede non sono ancora usciti dalla stanza mettendo su off il tasto della luce. Perciò mentre Neymar stava entrando in campo giusto a quell’ora strana, veniva da domandarsi che cosa ancora gli chiediamo, a trentaquattro anni e con un corpo che può offrirgli solo qualche tregua. Nessuno può pretendere più dieci anni di dominio o il luccichio di un Pallone d’oro rimasto nei suoi sogni di ragazzo. Gli chiediamo molto meno, e forse per questo molto di più. Gli chiediamo una notte. Una sola. Una benedetta partita mondiale – un quarto, una semifinale, una finale – una folle notte di luglio in cui questo ragazzo che raccontiamo come incompiuto entri in campo non per un ricamo ma per un colpo di teatro.

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Neymar è il Sascha Zverev del calcio. La somiglianza non è tra loro, ma nel modo in cui li guardiamo. Entrambi hanno avuto abbastanza talento e risultati da essere considerati dei campioni, ma abbiamo continuato a misurarli su ciò che non hanno completato. Messi e Ronaldo sono Federer Djokovic e Nadal. Mbappé e Yamal sono Sinner e Alcaraz. Forse è un’ingiustizia imprigionare Neymar dentro una cornice di nostalgia, la sua è stata comunque una carriera regale. Ma il suo talento ci è apparso così smisurato, così abbondante, che non riusciamo a toglierci di dosso la sensazione di essere stati truffati ricevendo da lui meno del dovuto. Non possiamo più aspettarci che diventi il migliore del secolo; ma in questo Mondiale pieno di carezze per chi ama le belle storie, possiamo ancora fare il castello in aria di novanta minuti prima del buio, anche sessanta vanno bene – un’ora sola ti vorrei – sessanta minuti in cui faccia la cosa che ci aveva promesso di fare per tutta la vita.

 

 


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