America, chi ti riconosce: la rete che separa il mondo dai Mondiali

 

 

❝America, me senti?❞

Alberto Sordi

 

L’altra volta che il calcio salì sulle sue caravelle per portare i Mondiali di calcio in America, avevamo nella nostra testa eurocentrica l’idea di un continente da scoprire e conquistare. Andavamo a esportare un gioco, uno spettacolo e un’industria. Alla Casa Bianca c’era Bill Clinton e una indifferenza legittima era ancora radicata in ampie zone del paese. Il Wall Street Journal fece un riassunto dei sentimenti popolari verso la squadra: «Se vince, bene. Se perde, pazienza». I giornali italiani raccontavano soprattutto l’attesa degli emigrati, i paisà nostalgici, il popolo eletto, quelli che di pallone ne sapevano, lo guardavano la domenica mattina ora di Nuova York alla televisione e avevano comprato pure il ticchetto. Per il resto le cronache riferivano di una freddezza che si traduceva in un’organizzazione molto spartana, certe volte descritta come dilettantistica, un po’ approssimativa. Straordinariamente a buon mercato.

Vittorio Zucconi per la Stampa raccontava che “nell’America bianca, anglosassone, protestante, la cosa che comincia oggi allo stadio di Chicago, con la partita fra Germania e Bolivia è solo il rituale arcano dei fedeli di un dio minore”, mentre ai suoi occhi di praticante della santa italiana chiesa il calcio era sempre stato “un gioco da cortile di preti: serviva a tenere lontani gli adolescenti dal sesso, il turgore erotico si esauriva tra i pali. Un’illusione, come tutto il resto”.

In una nazione dove le grandi città del tempo avevano a disposizione circa 60 canali, e tra poco sarebbero stati 500, comprese tre reti esclusivamente sportive, “non ci può non essere spazio anche per il Pallone” raccontava il più grande inviato dall’America del giornalismo italiano contemporaneo. La spiegazione dell’allergia – diceva Zucconi – deve essere più profonda, culturale, forse sociologica, addirittura storica.

Andò a chiedere a Henry Kissinger – che solo in certi ambienti di minoranza militante sembrava un personaggio controverso, l’uomo dall’approccio cinico ed estremo alla realpolitik, il politico che aveva subordinato i diritti umani, la democrazia e le vite civili agli interessi geopolitici degli Stati Uniti. La sua figura era circondata da un’enorme aura in ambito diplomatico, accademico, finanziario e conservatore – dove se ne fregavano di quanto dicevano gli studenti universitari di Mezzocannone e altrove. Era considerato l’architetto supremo della stabilità globale, un lucido realista che agiva secondo il principio del male minore, amico dell’Italia e dell’idea che l’Italia fosse un pezzo centrale di questa stabilità in cui l’ordine veniva prima della giustizia. Aveva perfino il fascino dell’intellettuale prestato al potere. Finanche il cinismo di Kissinger oggi è una nostalgia.

E comunque a Zucconi disse: «Il calcio non piace perché non può essere ridotto e spezzettato in statistiche e in fasi separate di gioco. Gli americani vogliono sport che possono essere rimuginati e segmentati in statistiche individuali. Il calcio è un continuo, come una sinfonia e non si può ridurre alle note singole: anche la Nona di Beethoven, ascoltata una nota alla volta, non avrebbe senso».

A trentadue anni di distanza è una frase didascalica e meravigliosa, nella quale si fa fatica riconoscere il calcio d’oggi. Forse ne abbiamo cambiato il racconto proprio per farlo piacere a loro, l’America e i suoi americani. Non c’è neppure bisogno di elencare nel dettaglio quanto sia diversa l’America in cui sta sbarcando di nuovo il pallone, l’America che ha alzato una rete intorno al Mondiale, disposta a usarlo e brandirlo, molto meno a condividerlo. L’America dove oggi Messi è un progetto integrato nella MLS, non il colono anni Settanta come Beckenbauer, Pelé e Chinaglia. L’America dove finanche il cinismo di Kissinger, chi l’avrebbe mai detto, può essere motivo di nostalgia e rimpianto. L’America che forse fece finta di accoglierci come portatori di un gioco nuovo – stupita e reverente – quando in realtà aveva già vinto un titolo mondiale più della Spagna e più della Francia. Con le donne. E tra le donne il soccer funzionava eccome.

 

 

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